Il paragone può senz’altro sembrare azzardato, ma rende bene l’idea. Fare giornalismo in generale, ma più nello specifico fare giornalismo d’inchiesta, equivale a muoversi su un campo minato. Ne sono convinti anche gli avvocati Carlotta Cornia e Marco Milani, rispettivamente avvocato civilista e penalista dello studio Sinopoli, che saranno ospiti il 22 ottobre nel secondo appuntamento del corso di giornalismo d’inchiesta della Newsroom Academy di InsideOver.

Cosa accade quando non c’è la possibilità di confermare un fatto di cui si è già scritto? Come comportarsi nel caso in cui si venisse in possesso di documenti che dovrebbero essere coperti da segreto? Chi risponde di un errore che porta a una denuncia per calunnia? Prendendo spunto da casi reali e da situazioni in cui ogni giornalista potrebbe ritrovarsi nel corso della propria attività, i due avvocati spiegheranno quali sono i limiti entro cui è lecito muoversi e cosa accadrebbe nel caso in cui questi limiti venissero superati.

“Difficilmente a una domanda secca, del tipo, «cosa posso fare nel caso che…», c’è una risposta univoca” ci dice l’avvocato Cornia, “bisogna valutare le situazioni caso per caso”.


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Poniamo allora un caso se non reale, almeno verosimile. Una procura della Repubblica sta conducendo delle indagini nel massimo riserbo. Quello di cui si sta occupando non deve trapelare, pena: la compromissione delle indagini. Per qualche ragione, documenti riservati (atti d’indagine, trascrizioni d’interrogatori, ecc.) escono fuori dalle segrete stanze e arrivano, per vie traverse, nelle mani di un giornalista, che non può sapere se sia lui l’unico detentore di quei documenti, dunque non può nemmeno sapere se lo scoop è assicurato o se arriverà per secondo. Di una cosa si può essere certi: casi del genere rappresentano il sogno e allo stesso tempo l’incubo di qualsiasi giornalista d’inchiesta. Il sogno di portare a casa la notizia che tutti i colleghi gli invidieranno e l’incubo di muoversi alla cieca e non sapere con chi si troverà a competere.

C’è anche una terza incognita, che spesso viene sottovalutata: in cosa potrebbe incorrere, il giornalista, se pubblicasse quel materiale di cui è venuto in possesso? “Il mio consiglio da avvocato?”, ci dice l’avvocato Marco Milani, “Non pubblicare. Ma mi rendo conto che le dinamiche sono molto più complesse. A questo punto, è necessario fare una valutazione sui rischi e sui benefici. E soprattutto condividere questa valutazione con la redazione, l’editore e, ovviamente, con l’avvocato”.

Per gli iscritti al corso si tratterà di un’occasione preziosa per non muoversi alla cieca in un settore dove non mancano trappole e, perché no, anche le contraddizioni. Pensiamo, per esempio, al rapporto tra il giornalista e la fonte. “Si potrebbe dedicare un intero corso solamente a questo” aggiunge l’avvocato Milani, a conferma della difficoltà di fornire risposte granitiche: “Anche in questo caso, bisogna valutare i singoli accadimenti, ed è quello che cercheremo di fare il 22 ottobre in aula”.

E se bisogna valutare i singoli accadimenti, vale la pena prendere in esame dei precedenti esemplari. Nel suo ultimo libro, La verità sul caso David Rossi, Davide Vecchi [anche lui ospite del corso, nrd] racconta per esempio un episodio unico nel suo genere, ma che riflette plasticamente quanto sostenuto dall’avvocato Milani: il 22 febbraio del 2017, durante il dibattimento nel corso del processo per la morte del manager di MpS precipitato da Rocca Salimbeni nel 2013, il giornalista Augusto Mattioli, che nell’estate del 2013, come molti altri colleghi, era venuto a conoscenza dell’esistenza di una serie di email particolarmente importanti per fare luce su alcuni punti oscuri della vicenda, venne costretto a rivelare il nome della sua fonte, cioè della persona che gli aveva parlato delle email in questione.

Sul fatto che la tutela della fonte sia quasi un aspetto sacro del mestiere di giornalista ci sono pochi dubbi. Dopotutto, chi si fiderebbe più di un giornalista che, ricevuta una notizia, brucia la propria fonte? Ovviamente nessuno. E il giornalista smetterebbe di lavorare. Tuttavia Mattioli era all’epoca giornalista pubblicista e, sebbene numerose sentenze riconoscano la tutela della fonte anche ai giornalisti pubblicisti, in quel caso la procura di Siena fece eccezione, distinguendo i diritti e i doveri dei pubblicisti da quelli dei giornalisti professionisti. Insomma, prima si parlava di contraddizioni. E se non è una contraddizione questa.


GLI AVVOCATI CORNIA E MILANI SARANNO OSPITI DELLA NEWSROOM ACADEMY
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Su una cosa, tuttavia, gli avvocati Cornia e Milani sono categorici: al di là delle mille sfaccettature di questa professione e al di là di casi limite e, appunto, delle contraddizioni, la regola aurea del giornalista dev’essere sempre quella di poter dimostrare quanto si è scritto: “prima di pubblicare una notizia”, dice l’avvocato Cornia, “è fondamentale avere a disposizione effettiva e immediata le fonti utilizzate. Questo a tutela propria, della redazione tutta e dell’editore”.

Insomma, il giornalismo d’inchiesta può essere esaltante, ma senza una rete di protezione ad ammortizzare le cadute diventa un gioco pericoloso. Ed è proprio questo che si cercherà di trasmettere nella giornata di corso dell’Academy. Certo sarebbe ingenuo pensare di poter coprire nell’arco di poche ore tutto lo scibile giurisprudenziale, ma certamente saranno gettate le basi per una presa di consapevolezza di quelli che sono i diritti, gli obblighi e le cautele che possono blindare il lavoro giornalistico.

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