Parlare di giornalismo d’inchiesta con un giornalista d’inchiesta è sempre stimolante. A seconda dell’interlocutore, di volta in volta emergono punti di vista che magari non sono molto diversi tra loro, ma che lasciano trasparire delle sfumature che sono poi la cifra personale che ciascuno mette nel proprio mestiere, quella caratteristica che rende il lavoro di quel giornalista a suo modo unico.

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Ospite del corso di giornalismo d’inchiesta della Newsroom Academy di InsideOver il 5 novembre, con una lezione in cui si parlerà del modo in cui un giornalista deve muoversi all’interno di un tribunale e di come sia possibile ricavare una notizia in breve tempo dagli atti di un processo che magari contano qualche migliaio di pagine, Luca Fazzo, già inviato di Repubblica e dal 2007 cronista di giudiziaria per Il Giornale, e autore di due libri (da Manager calibro 9 è stato tratto il film di Netflix Lo spietato, con Riccardo Scamarcio), ha scambiato con noi qualche battuta su quello che è il giornalismo d’inchiesta dal suo punto di vista: “Il giornalismo d’inchiesta, per come la vedo io, è tutto quello che va al di là delle verità ufficiali. Al di là dei comunicati e delle conferenze stampa, al di là di quello che è in qualche modo propaganda. Il giornalismo d’inchiesta è quello che va oltre le apparenze. Un lavoro difficilissimo”.

In Italia è possibile fare giornalismo d’inchiesta?

Io non credo che ci siano poteri forti in grado di inibire un lavoro di inchiesta verificato. Quello che rende difficile fare giornalismo d’inchiesta in Italia è piuttosto la contiguità, il timore reverenziale che abbiamo come categoria, purtroppo, verso i poteri costituiti. Quando qualcuno ha avuto in questo Paese il coraggio e le capacità di fare giornalismo d’inchiesta, io penso che abbia potuto farlo liberamente. Capacità e coraggio, però, sono doti che nessuno crea da zero.

Qual è stato il periodo d’oro, se c’è stato, del giornalismo d’inchiesta in Italia?

Temo di poter dire che è un periodo lontano. Per trovare forme vere di giornalismo d’inchiesta dobbiamo risalire addirittura agli anni Sessanta o Settanta. Tutto quello che arriva dopo è giornalismo di qualità, piacevole, ecc, però direi che oggi un giornalismo d’inchiesta come quello di allora appare sporadicamente, per cui sarebbe ora che ci si cominciasse a mettere mano.

A livello non solo italiano ma in generale nella storia del giornalismo d’inchiesta internazionale, qual è secondo te una delle inchieste che hanno davvero fatto la storia?

Tutti dicono il Watergate, ma in realtà il tanto celebrato Watergate altro non è se non una storia di rapporti privilegiati tra settori pubblici e settori dell’informazione; io credo che abbiamo, nella contemporaneità, nei tanti mezzi che la modernità offre anche al nostro mestiere, esempi importanti. Penso che tutto il fronte WikiLeaks sia stato veramente condizionante, che abbia davvero costretto i poteri forti – che poi sono le nostre vittime predestinate – a cambiare atteggiamento. Non a emendarsi ma se non altro a stare più attenti.

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Quello che sta succedendo a Julian Assange può essere un campanello d’allarme per futuri sviluppi del giornalismo o è una cosa che in Italia non si può verificare?

I colleghi mi ammazzeranno, ma in questi anni ho visto veramente pochi giornalisti, in Italia, pagare prezzi non dovuti per inchieste fatte seriamente. È vero che il giornalista spesso è un uomo solo di fronte a poteri spesso più forti di lui, ma io credo che in Italia – e forse anche nel nostro piccolo mondo di riferimento europeo – un lavoro fatto bene abbia veramente pochi avversarsi in grado di zittirlo.

La tua inchiesta a cui sei più legato e perché.

È una domanda difficilissima. Nella mia carriera professionale è ovvio che il mio marchio di fabbrica sia quello di aver partecipato all’indagine su Mani Pulite, Tangentopoli, all’inizio degli anni Novanta. Fu un’esperienza, oltre che politica e giudiziaria, anche giornalistica. Un’indagine raccontata da un piccolo, ristretto gruppo di giornalisti di cui io ebbi la fortuna di fare parte. Fu un’esperienza profondamente formativa, imparammo a fare i conti con problematiche per noi trentenni assolutamente inesplorate, dopodiché ci si dovrebbe domandare: fu giornalismo d’inchiesta? No, non lo fu. Viaggiammo per mesi e anni a rimorchio dell’indagine giudiziaria. Io vorrei sperare che l’inchiesta più importante della mia vita sia quella che devo ancora fare.

Domanda che abbiamo fatto anche ad altri partecipanti: I corsi come quello sul giornalismo d’inchiesta della Newsroom Academy di InsideOver possono dare un input a qualcuno che ha il sacro fuoco del giornalismo per tirarlo fuori?

Io penso proprio di si, quello che tu definisci il sacro fuoco è una cosa che hanno in tanti, ed è molto bella, molto nobile. Ma il sacro fuoco ha poi bisogno, per viaggiare, di camminare su gambe robuste, con conoscenze tecniche, conoscenza dei contesti in cui ci si muove, quindi, se questi corsi sono in grado di fornire le capacità tecniche a un coraggio insito dentro le persone, perbacco se possono avere utilità.

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