Il telefono che non dorme mai, poca differenza tra notte e giorno, un’infinità di informazioni, nomi, dettagli, soffiate. Piste false e piste vere, terreni scivolosi, scalate dall’esito imprevedibile, grossi tonfi e pochi risultati. Presentato così, il giornalismo d’inchiesta ha decisamente poco appeal. Solamente un masochista potrebbe pensare il contrario. Eppure sono in molti a credere in questa professione, a non lasciarsi intimorire dalle difficoltà che a volte si innalzano come un muro. Tra questi molti, alcuni nomi spiccano su tutti. Le ragioni sono diverse e quasi mai nette. E non sempre la notorietà è un bene, se si pensa che il giornalista d’inchiesta dev’essere come un investigatore: invisibile. Ci sono giornalisti che iniziano il loro percorso quasi per caso, macinando chilometri sotto il sole o sotto la pioggia, indifferentemente, per poi ritrovarsi al timone della nave, alla direzione di un giornale. È il caso di Davide Vecchi. Giornalista d’inchiesta prima a l’Espresso, Adnkronos e poi Il Fatto quotidiano, oggi direttore delle testate del gruppo Corriere e de Il Tempo. La si potrebbe definire una carriera da manuale, costellata da inchieste importanti, su tutte – in ordine temporale – quella sullo scandalo MpS e sulla morte di David Rossi. Davide Vecchi sarà ospite del corso di giornalismo d’inchiesta della Newsroom Academy di InsideOver il 19 novembre. Per l’occasione, abbiamo scambiato con lui qualche parola.

Quante vite vive un giornalista d’inchiesta?

Una. La sua. E allo stesso tempo molte altre. Ogni giorno, a seconda degli argomenti, delle inchieste che si stanno portando avanti, si vive una vita nuova. Non è la tua, ma il giornalismo d’inchiesta ti fa entrare nella vita degli altri, ti fa calare in realtà diverse dalla tua. E devi fare attenzione, muoverti con cautela. Devi approfondire, conoscere, provare a comprendere e alla fine, solo alla fine, raccontare.

Questa dicotomia, questo muoversi continuamente tra un piano personale e un piano privato che appartiene alla sfera di un altro individuo, come condiziona l’unica vita del giornalista? Come si fa a “staccare” davvero?

Non si può “staccare”. La parola chiave nella vita di un giornalista d’inchiesta è: imprevedibilità. L’unica vera conseguenza di questa vita è l’imprevedibilità. Ti faccio un esempio: se c’è una procura in giro per l’Italia che sta facendo un’operazione importante e che riguarda un’inchiesta che stai seguendo, appena lo vieni a sapere prendi e vai. Nessuno ti avvisa prima. Non esistono ferie, non esistono compleanni, rimpatriate tra amici. Si va a giornate, a momenti. E in un attimo cambia tutto. La vita del giornalista è all’insegna dell’incognita, anzi, a costo di ripetermi, dell’imprevedibilità. Questo ha ovviamente anche dei lati positivi: non ti annoi mai.

 

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Quali sono le rinunce e quali sono, al contrario, le cose che si ottengono con questo stile di vita?

Personalmente non so a cosa ho rinunciato perché, appunto, avendovi rinunciato non saprei neanche dirlo. Quello che si ottiene… beh, è un lavoro che varia sempre, non è mai ripetitivo. Com’è che si dice? Fare il giornalista è sempre meglio che lavorare. È una verità, per certi versi.

Quando nasce il tuo interesse verso il mondo del giornalismo?

Non saprei… è un interesse nato per caso. Ho iniziato a fare questo mestiere per caso e, sempre per caso, ho iniziato ad appassionarmi agli approfondimenti. Qualsiasi tipo di approfondimenti. Sono sempre stato una persona molto curiosa, mi sono sempre fatto molte domande. A forza di farmi queste domande, ho dovuto trovare anche il modo di darmi delle risposte, ecco forse come nasce il mio interesse verso il mondo del giornalismo.

L’inchiesta a cui sei maggiormente legato?

La primissima. Quella fatta tra il 1999 e il 2000 per l’Espresso dove andavo a indagare sul collegamento tra la morte di Francesco Narducci, il medico trovato morto nel lago Trasimeno, e i delitti del Mostro di Firenze. È un’inchiesta a cui ho lavorato un mese. All’epoca non c’erano i telefonini e ricordo che girai per le campagne toscane per venti giorni con una foto segnaletica di questo medico, che era morto agli inizi degli anni Ottanta, andando casa per casa per verificare alcune notizie. Mi avevano detto che lui aveva un’abitazione da quelle parti. Adesso non ricordo più come sia andata a finire, ma ricordo che riuscii a ricostruire tutti i rapporti e le relazioni che questo medico aveva in quella determinata zona fiorentina. Ne nacque un’indagine fatta dalla procura di Firenze insieme a quella di Perugia, vennero anche arrestate delle persone.

 

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Corsi come quello della Newsroom Academy che ti vedrà ospite hanno la capacità di indirizzare chi voglia avvicinarsi alla professione giornalistica verso una strada giusta o almeno quella di accendere il sacro fuoco della curiosità?

Si, la differenza è sempre quella: il sacro fuoco. Chi pensa di voler fare il giornalista perché lo ritiene un lavoro come un altro, a mio avviso è meglio che cambi idea, che si cerchi una professione diversa. Quello del giornalista – in particolare del giornalista d’inchiesta – non è un lavoro normale. Non ha orari, non ha regole, non ha giorni fissi. Non richiede nulla di specifico salvo un interesse personale, il sacro fuoco, appunto. Una volontà e una curiosità profonda. Sconsiglio vivamente di farlo a chi non è mosso da una volontà ferrea. In questo mestiere serve l’interesse, serve la curiosità, la voglia di raccontare, di scrivere, di instaurare rapporti personali con chiunque, di parlare con le persone. Ma tutto questo deve venire naturale, non può nascere da costrizione.

Cioè non si può insegnare?

È un mestiere che s’impara facendo. Un po’ come fare i falegnami. Certamente è utile avere qualcuno che ti dia un esempio, che ti indirizzi, ma poi sta alla volontà del singolo. Gli errori e le insidie sono tantissime. Noi giornalisti abbiamo un enorme potere, che è quello di distruggere la vita alle persone solo ed esclusivamente con una frase sul giornale, quindi bisogna sempre fare molta attenzione. E per fare molta attenzione bisogna studiare, imparare, conoscere. E questo s’impara con la pratica. Ma i sacrifici sono tanti. Questi sacrifici si sopportano solo se c’è una passione di base. Se non c’è passione, diventa una vita insostenibile.

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