Individuare una storia da raccontare: è questo il passaggio fondamentale e imprescindibile da realizzare per la buona riuscita di un lavoro giornalistico, dall’inchiesta al reportage. Un passaggio, tra l’altro, che deve precedere ogni altro step, anche il classico lavoro sul campo. Ma come si individua una storia da raccontare? Come ci si prepara alla realizzazione di un reportage? Come si accede a una storia? E come si trovano dei contatti di fiducia capaci di accompagnarci dentro quella realtà? L’obiettivo della terza lezione del corso di giornalismo di reportage proposto da The Newsroom Academy sarà proprio quello di rispondere a domande del genere. Ospite d’eccezione Floriana Bulfon, pluripremiata giornalista dell’Espresso e autrice del libro Casamonica. La storia segreta, edito da Rizzoli, che interverrà raccontando la sua esperienza di cronista e reporter specializzata nel raccontare storie riguardanti la criminalità organizzata e le realtà di disagio e sofferenza in Italia.

In base alla sua esperienza giornalistica, come si individua una storia da raccontare? E come ci si prepara alla realizzazione di un reportage?

I vecchi manuali di giornalismo – ma lo stesso principio e lo stesso esempio era adottato nella scuola di formazione della Bbc e alla facoltà di giornalismo della New York University – sostenevano che per individuare una storia bisogna affidarsi alla “stella polare“. Cosa significa? Esistono una serie di fattori che determinano l’orientamento di un giornale. Ad esempio: un settimanale arriva in edicola diversi giorni dopo essere stato confezionato – l’Espresso per cui lavoro io ne impiega quattro – e non posso scegliere una storia che diventerà di dominio pubblico, ad esempio perché i responsabili saranno arrestati, perché ci sarà una conferenza stampa o una votazione parlamentare, o sarà superata quando il mio articolo viene messo in vendita.

Allo stesso tempo bisognerà capire se è una testata che punta sulla cronaca o di taglio più politico, se ha diffusione nazionale o solo regionale, qual è la linea politica – sì esiste una linea politica, anche se nei giornali sani non riguarda le notizie quanto le interviste e i commenti. Su questa stella polare poi possono influire fattori del momento. Ci sono tematiche o materie che sono più popolari o ricevono più attenzione. Nessuno si occupava dei Casamonica quando ho cominciato la mia esplorazione nelle periferie romane, poi dopo il celebre funerale del “padrino” con carrozza e cavalli all’improvviso tutti volevano scriverne. Se si tratta di lavorare a un’inchiesta, le squadre “pure e dure” di giornalismo americano – è quello che più o meno si vede nel film Spotlight – fanno una sorta di preventivo.

Quale è il risultato massimo a cui posso arrivare? Posso sperare di arrivare a dimostrare che il ministro X è corrotto o solo a dire che il ministro X è circondato di persone corrotte? Poi si chiede in quanto tempo posso arrivare a questo risultato – settimane? mesi? – e quindi con quale costo: sono necessari viaggi all’estero per sentire testimoni, consultare documenti, trovare riscontri? Sulla base di questo preventivo si decide se procedere o meno.

In Italia accade molto più raramente, ma accade. Cito ancora l’Espresso, con i grandi consorzi d’inchiesta come Icij o prima WikiLeaks: partecipare a un leaks richiede molto tempo – in genere mesi – e spese di viaggio significative. O il longform di inchiesta sulla missione russa a Bergamo per il Covid, che ha richiesto un impegno di circa tre mesi. Un reportage pone le stesse problematiche. Se pure vado a raccontare una realtà che non è nascosta, devo cercare di capire cosa potrò trovare prima di muovermi: pianificare appuntamenti per colloqui e interviste, individuare i luoghi e le storie simbolo da descrivere. E ipotizzare quanto tempo e con quale spesa potrò farlo. Per capire se ne vale la pena.

Nella sua carriera lei ha scritto molteplici storie di successo inerenti alla realtà italiana. Una volta “selezionata” la storia da raccontare, come si accede a essa? Come si trovano dei contatti di fiducia capaci di accompagnarci dentro quella realtà?

Difficile dare una risposta. Il giornalismo è una professione che in realtà ha il carattere di un mestiere artigianale. Si impara dall’esperienza, si impara da un maestro o “rubando” da un artigiano migliore, studiando come si muove per apprenderne lo stile. L’esperienza ti permette di capire come muoverti. Quali sono le fonti tradizionali. Mi occupo di una storia avvenuta in un paesino? Parlo col parroco, col farmacista, il barista della piazza principale, il barbiere; le sorgenti di dati a cui ho accesso, se la storia ha un risvolto economico ci sono numerose banche dati, e più in generale quale è la tattica di approccio migliore. Pur sapendo che poi devi spesso improvvisare.

Una fonte, qualcuno che ti riveli qualcosa per cui corre dei rischi, la costruisci nel tempo ed è un rapporto che può durare una vita. Diverso è la capacità di creare empatia con un testimone o con le persone che possono avere informazioni “non riservate” e così convincerle a parlare. Oggi molti pensano che bastino Google e il telefono per fare un articolo. No, se vuoi avere la differenza devi andare nei posti e convincere le persone a parlarti, devi costruire fiducia. La vicenda del pestaggio dei Casamonica al Roxy Bar l’ho scoperta così. Ed è stato uno scoop che ha tenuto banco per settimane.

Come e perché ha scelto di intraprendere la carriera di giornalista? E come si è avvicinata alla professione?

La consapevolezza di voler fare la giornalista arriva nei primi anni Novanta. Sono gli anni delle stragi di mafia, una stagione di annientamento sanguinoso, e gli anni delle guerre jugoslave. Per chi come me viveva accanto a quel confine, abituata ad attraversare la frontiera quasi ogni settimana, è stato qualcosa di spaventoso. L’orrore è entrato nella nostra vita. Ho scelto di fare questo mestiere tenendo fermi due punti: analisi rigorosa e capacità di narrare il meccanismo.

Essenziale è stare nei posti, soprattutto in quelli dimenticati che non sono necessariamente lontani da noi. Essere testimoni dei fatti, viverli per capirli e svelarli senza sconti. Ho iniziato a scrivere allora ma poi ho intrapreso un’altra strada. Solo dopo anni ho capito che non potevo smettere di fare la giornalista e così ho iniziato a proporre servizi e naturalmente per un bel po’ ho preso delle porte in faccia. Nel tempo però ho fatto del mio ritardo la mia forza, mettendo a frutto le competenze che mi venivano da una formazione diversa.

Da quando ha iniziato a scrivere a oggi, quali sono le differenze più sostanziali che hanno caratterizzato maggiormente la professione del giornalista?

Sono molte anche se è trascorso poco più di un decennio. Il sistema mediatico è travolto dai ritmi della rete ma non ha più senso inseguire l’ultima notizia. Ci sono già programmi di intelligenza artificiale che sono in grado di trasformare un lancio di agenzia in un articolo o di aggregare più articoli e farne un altro: tra pochissimo saranno questi software a comporre le “ultim’ora” dei siti web. Per questo il giornalismo deve produrre approfondimento.

Occorre invece far capire ai tuoi lettori quali sono le cause di un fatto, analizzare le sue conseguenze e spiegarne il contesto. Farlo con tante informazioni, con un inquadramento non solo statistico ma anche sociale e culturale. E renderlo un racconto che colpisca – per parole o per immagine – grazie alle scelte dell’autore. Questo vale per tutte le piattaforme: carta, podcast, video.

Quali sono le storie o le inchieste alle quali è particolarmente legata?

Quelle che riescono a cambiare le storture e a dare voce a chi troppo spesso non ce l’ha. Penso ai lavori che ho portato avanti in questi anni sulle mafie, da quelle romane all’ultimo su una macro mafia capace di muoversi tra Italia, Paesi Bassi ed Emirati, ma anche ai reportage dal Kurdistan e alle inchieste sulle dimenticanze e le attività criminali legate alla pandemia: dal piano pandemico alle stragi nelle Rsa fino allo spionaggio.

Perché dal suo punto di vista The Newsroom Academy è una scuola unica nel suo genere e perché vale la pena partecipare ai corsi?

Vale la pena perché io tornando indietro parteciperei. Mi avrebbe aiutato molto ascoltare professionisti, sentire nel concreto come si procede, sperimentare senza aver paura di sbagliare. Un tempo si imparava nelle redazioni, ora il nostro è un mestiere sempre più di freelance e spesso non si ha la possibilità di confrontarsi con gli altri e di misurarsi sul campo.

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