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Cape Cod, luogo mitico del New England, vuol dire – e suona decisamente meno glam – “capo merluzzo”. Perché prima di diventare meta di artisti e comunità gay, era il maggior centro della pesca al merluzzo dell’Atlantico occidentale. Ma ora del merluzzo non è rimasto nemmeno l’odore, sparito.

Più facile incontrare una balena. Questo a causa della pesca intensiva, ma soprattutto per il cambiamento climatico che ha fatto alzare la temperatura di questa regione dell’oceano al ritmo di quasi due gradi l’anno. Come per il merluzzo anche la pesca delle aragoste nel Massachusetts sta scomparendo, passata in dieci anni da duemila quintali a trecento.

Qui nel Maine, invece, cioè lungo la costapoco più a Nord, lo scorso anno si è raggiunta la quota di 615mila quintali di aragoste pescate – l’85% di tutte quelle finite nelle nasse dei lobsterman americani – e solo 10 anni fa erano poco più di centomila quintali. Giusto per capire l’entità del fenomeno, le aragoste vive esportate in Cina nel 2009 fruttavano meno di tre milioni di dollari, ora siamo a quot acentomilioni.

Il mercato perfetto: offerta gigante e richiesta super gigante, quindi prezzi alti. Un giro d’affari, con l’indotto, di un miliardo di dollari per uno Stato, il più grande del NewEngland, con poco più di un milione di abitanti. Ovvio che l’aragosta in Maine sia sacra come la vacca in India, solo che finisce bollita nel pentolone, fa sempre status symbol ed è diventata la star nelle nuove creazioni degli chef televisivi, i nuovi maître a penser contemporanei, i quali stanno scoprendola «news hall lobster», l’aragosta che cambia il guscio, prima snobbata perché meno carnosa e ora lanciata a suon di “wow!” e “gnummy!”, come più saporita e più tenera… Per dire, a Venezia le moleche (le masanete in muta) sono una goloseria, specialmente fritte, da un migliaio d’anni…

Insomma l’alce, mascotte storica del Maine, è stata sfrattata da adesivi e souvenir. Al porticciolo di Boothbay Harbor, incantevole cittadina marinara a metà costa, la parata in occasione della Giornata del Veliero è stata aperta quest’anno da una splendida Miss Lobster che esibiva con fierezza rosse e gigantesche chele di stoffa al posto dei guanti. Giusto che l’aragosta sia l’icona di uno Stato che fa scuola nel mondo per come affronta la sfida del cambiamento climatico (in linea con la nuova dottrina di Obama), leader nel campo della ricerca scientifica per studiarlo, ma anche determinato a trasformarlo in opportunità di sviluppo. “Le acque del Golfo del Maine”, dice Carl Williams, 42 anni, direttore del Bureau of Marine Science, «sono quelle che si stanno riscaldando di più al mondo perché la corrente che discende dall’Artico e circolava in profondità è sempre meno fredda e profonda”.

È qui dove si nota di più come la corrente del Golfo, che lambisce le coste orientali dell’Atlantico, entra nel mare Artico e ridiscende l’oceano sospingendo acque fredde e ricche di plancton, sta perdendo forza e nutrimento ed è sempre più condizionata dallo scioglimento dei ghiacci polari. Carl, il quale calza gli stivaloni di gomma perché sta per andare in missione a studiare i gamberi, dice che “però l’acqua non è ancora troppo calda per le aragoste, come a sud di Cape Cod. Anzi, qui hanno ora una temperatura da sogno per riprodursi. Il Golfo del Maine è la loro nursery. Il problema è quanto durerà. Allora non faranno altro che andare più a Nord, e saranno i canadesi a far festa”.

Ricerca e realismo, con la pesca come per il turismo. Il Maine è un caso scuola perché, se già era una conclamata e sofisticata meta per viaggiatori amanti di questo wild e insieme colto angolo d’America, si sta attrezzando a diventare uno dei luoghi più attrattivi al mondo. Infatti d’estate si viaggerà spesso oltre i trenta gradi e quindi le località marine non saranno apprezzate solo per l’atmosfera old navy, le passeggiate solitarie in paesaggi drammatici, nel vento che ritempra corpo e idee, i locali da lupi di mare, brocante, gallerie d’arte e concerti jazz tra le rocce, ma si apriranno al turista balneare. Mentre per attenuare l’impatto degli inverni sempre meno nevosi, il settore out doors sta investendo, tra abbigliamento e nuovi impianti, oltre quattrocento milioni di dollari. Anche il dipartimento Agricoltura è in pieno fermento. Steve Getz, a capo di una cooperativa di 1.800 produttori bio – settore che nel Maine è già cresciuto del 40 per cento negli ultimi cinque anni – dice che è stato creato uno staff di studiosi del clima che individueranno le nuove aree da destinare all’allevamento e alla produzione di latte bovino e ovino: “Il Maine ha erba grassa, acqua in quantità, tanta terra selvaggia che diventerà sempre più accessibile”.

Il senatore del Vermont Bernie Sanders, il candidato socialistoide che sfida Hillary Clinton per la nomination democratica, ha incendiato i tanti fan di Portland indicando il Maine come “avanguardia dell’adattamento al cambiamento climatico”. “Fino a qualche decennio fa”, dice Abigail Carroll, coltivatrice di ostriche nella riserva naturale di Old Orchard Beach, poco a sud di Portland, “si limitava la pesca alle aragoste perché erano il cibo preferito dei merluzzi. Quella era la priorità e la fonte di reddito principale del Maine. A metà degli anni Ottanta tra il Massachusetts e la Canada Bay se ne pescavano fino a 25mila tonnellate. Ora i merluzzi sono spariti e le aragoste non hanno più predatori”.

Dopo due ore d’auto lungo la Route 1, la strada che costeggia l’oceano da Boston fino al Canada, si arriva a Port Clyde, ultimo villaggio di una delle più belle penisole della mid coast del Maine, dove il grande pittore e illustratore N.C. Wyeths negli anni ’30 e ’40 ha ambientato le sue celebri marine e dove si trova il faro di Marshall Point, celebrato in Forrest Gump quando Tom Hanks arriva al termine della sua corsa. Dennis Light, capitano della motonave con cui assistiamo al ritiro delle nasse al largo, verso l’isola di Monhegan, racconta quando qui, entro le 100 miglia, arrivavano ancora durante la Guerra Fredda le navi-fabbrica polacche e baltiche: “Ora le aragoste rappresentano l’85 per cento della pesca del Maine, 5.500 imbarcazioni per la pesca delle aragoste e una cinquantina per quel che resta, gamberi e spigole”. Dennis in realtà parla di “allevamento”, non di pesca delle aragoste. Perché i lobsterman del Maine per tradizione e per buon senso – nel senso che badano ad alimentare la fortuna che li benedisce – hanno cura a rigettare in mare le aragoste sotto i 13 centimetri di corazza, le femmine con le uova e gli esemplari grandi perché servono a irrobustire la razza, sono gli stalloni. Inoltre, spiega il capitano, le nasse prevedono una feritoia che permette alle aragostine di fuggire, “mangiano l’esca finché sono sazie e salutano”.

Carl Williams, lo scienziato a capo del Centro sulle risorse marine, tira le somme: «Niente predatori, acque alla temperatura ideale, sistema saggio di pesca che garantisce l’aragosta dalle uova d’oro… perché è un prodotto incredibile, pregiato, resiste in vita fuori dall’acqua anche 36 ore, nutriente e poco grasso… Il risultato è che un lobsterman può raccogliere anche 500 chili di aragoste al giorno, che al prezzo di quasi 7 euro al chilo fanno una barca di soldi, figli nelle migliori università, nuove case, nuove barche, nuovi outlet… Possiamo certamente dire che è ricchezza derivata dal cambiamento climatico e che l’aragosta è il simbolo del bicchiere mezzo pieno del riscaldamento dell’oceano…». Ma il suo collega Robert Steneck guarda un po’ più lontano, parla di «monocultura marina» e del rischio di una «lobster bubble», la bolla dell’aragosta: «Vent’anni fa l’area più proficua era Casco Bay, Maine meridionale, poi la maggiore concentrazione è stata nella contea di Lincoln, a metà costa, ora i pescatori più ricchi sono su a Sonington dove fino a dieci anni fa era un evento trovare un’aragosta. Man mano che la temperatura cresce, loro salgono più a Nord… I canadesi stanno già attrezzandosi con nuove barche e accendono mutui… Quei mutui che molti pescatori qui devono ancora finire di pagare… Molte imbarcazioni, attrezzature, aziende di lavorazione, case, auto potrebbero finire alle banche».Ma a quel punto il Maine sarà già pronto a riempire l’intero bicchiere: i cantieri navali, come quello di Bath, il più grande degli Stati Uniti, dove da tre secoli si costruiscono velieri e piroscafi, fregate e rompighiaccio, si preparano a costruire le navi polari per quando, tra qualche anno, con lo scioglimento dei ghiacci artici saranno navigabili tutto l’anno sia il passaggio a Nord Est sia quello a Nord Ovest. È il cambiamento climatico, bellezza.

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