La battaglia climatica intrapresa della Cina è davvero una causa che sta a cuore a Pechino oppure è soltanto uno specchietto per le allodole? È difficile dare una risposta esatta a questo dilemma, perché da un lato il governo cinese ha veramente messo in pratica una serie di politiche green, e anche se lo avesse fatto più per motivi economici e geopolitici che non per dare sfogo a un animo ambientalista, il risultato di fondo non cambierebbe.

Dall’altro lato è altrettanto vero che il Dragone ha ancora tanta strada da fare prima di azzerare il suo elevato contributo all’inquinamento, a patto che il traguardo sia davvero raggiungibile. C’è però un’altra chiave di lettura che ci consente di partorire un’altra riflessione: la Cina avrebbe provato ad ecologizzarsi, puntando ad esempio sull’energia sostenibile, ma avrebbe clamorosamente fallito. Lo sostiene un lungo reportage del Financial Times, che prende in considerazione il calo della produzione dei pannelli solari per sottolineare come la bolla a difesa del clima e dell’ambiente si stia lentamente sgonfiando. Nel frattempo, Pechino continua a mettere in atto provvedimenti ecologici che scontentano più o meno persone, proprio come quello che impone la chiusura delle fabbriche più inquinanti.

La piaga dell’inquinamento

Dal 2016 a oggi, come parte di un piano a lungo termine per contenere l’inquinamento cronico del suolo, la Cina ha chiuso 1.300 aziende metalmeccaniche. Pechino potrà anche investire nelle auto elettriche e nella raccolta differenziata dei rifiuti, ma deve fare i conti con alcune criticità non da poco, come l’inquinamento del suolo, una delle sfide ambientali più importanti e costose del Paese.

Stando a quanto sottolineato da Reuters, un’indagine del 2014 ha evidenziato come il 16% della terra cinese (all’incirca un’area grande quanto la Mongolia), fosse contaminata a vari livelli da pesticidi, fertilizzanti, plastica, metalli pesanti e altri prodotti chimici. L’ambizioso obiettivo cinese è rendere sicuri il 90% dei terreni agricoli contaminati entro la fine del prossimo anno. I costi variano dai 500 yuan (71 dollari) ai 2.000 per ogni mu (dove 1 mu equivale a 0,67 metri quadrati), è il totale del piano ammonterebbe a trilioni di yuan. Da qui la chiusura di numerose aziende e la “rettifica” di 700 società che lavorano con il cadmio, una delle principali fonti di inquinamento nella coltivazione del riso.

Terreni e bonifiche

E proprio la lotta contro l’inquinamento di suolo e acque è una parte fondamentale degli sforzi della Cina per incrementare la produttività agricola, visto che Pechino sta cercando di ottenere quanto più cibo possibile dalle sue culture agricole a causa dell’aumento della popolazione urbana. Serve più cibo ma numerosi terreni devono essere ancora bonificati. Uno studio del governo risalente al 2015 stimava in 10 milioni di ettari la quantità di terreni contaminati da metalli pesanti. Gli effetti principali di ciò sono due: la riduzione di dieci miliardi di chilogrammi di produzione annuale di grano e la conseguente perdita di 22 milioni di sterline. Il gigante asiatico ha istituito un apposito fondo per finanziare i progetti di bonifica con 28 miliardi di yuan resi disponibili negli ultimi tre anni. L’amministrazione ha tuttavia faticato molto sia per creare incentivi che per far funzionare i meccanismi di finanziamento, soprattutto nelle regioni industriali e rurali.

Le contraddizioni cinesi

A proposito di sussidi, le entrate sono diminuite sensibilmente un po’ per tutti i progetti ecologici, compresi i pannelli solari. Secondo alcuni dati ripresi dal Financial Times, le installazioni solari nel Paese nel prossimo anno saranno inferiori di circa il 40% rispetto a quello corrente. Come se non bastasse, gli investimenti cinesi nell’energia pulita stanno diminuendo, visto che sono scesi dai 76 miliardi di dollari della prima metà del 2017 ai 29 miliardi della prima metà dell’anno in corso. La Cina, insomma, sarà anche il Paese più verde al mondo, ma allo stesso tempo è anche il più inquinante. Ha più energia eolica solare di tutti, ma è anche il più grande costruttore al mondo di nuove centrali a carbone. Dulcis in fundo, quest’anno le emissioni cinesi dovrebbero aumentare di circa il 3% rispetto al 2018.

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