Anche l’acqua è un asset chiave nella partita ucraina. Non possiamo certamente indicare la geopolitica idrica come la causa scatenante del conflitto tra Mosca e Kiev, anche se notiamo come esso abbia punti focali in diversi bacini idrici fluviali (Dnepr) e marittimi (Mar Nero, Mar d’Azov). Ma possiamo sicuramente indicare l’acqua come uno degli asset chiave per il cui controllo la relazione tra la Russia e l’Ucraina, e in special modo tra le repubbliche secessioniste filorusse di Donetsk e Lugansk e il governo centrale, si è deteriorata.

Come ricordato da Paolo Mauri su queste colonne, l’attacco a tenaglia russo vuole tagliare a metà l’Ucraina e connettere tra di loro le aree russofone secessioniste e la Crimea annessa nel 2014, per creare una zona-cuscinetto di sicurezza. Ebbene, proprio nell’area compresa tra Kharhiv, Cherson e il Mar Nero si gioca la prima sfida cruciale della geopolitica idrica d’Ucraina. “La Crimea è un territorio arido che dipendeva fino al 2014 dall’acqua convogliata dal fiume Dnepr  per mezzo del Canale del Nord”, ha scritto Silvana Galassi del Comitato milanese Acqua Pubblica. “Dopo l’annessione, l’Ucraina ha bloccato il flusso e, nel 2017, ha costruito una diga nella provincia meridionale di Cherson”. Sulla scia di questo processo di weaponization delle forniture idriche nel luglio scorso il blocco da parte di Kiev del canale di era sovietica che porta in Crimea l’85% dei riferimenti ha condotto la Russia a una crisi diplomatica legata alla difficoltà di supplire 2,4 milioni di abitanti con rifornimenti continue di acqua.

La strategia ucraina di massima pressione per separare la Crimea dal resto del Paese è stata una delle poche manovre con cui Kiev ha potuto, dal 2014 in avanti, controbattere all’annessione russa della penisola contesa. Ma anche nel separatista Donbass la corsa per il controllo delle fonti di acqua potabile della regione e in particolare dello strategico canale Siverskyi Donets-Donbas ha assunto un ruolo decisivo nella guerra che ha causato negli ultimi otto anni ben 14mila morti. Il canale da 300 chilometri, ha fatto notare East Journal, “fornisce trecento insediamenti su entrambi i lati della linea di contatto” oggi sfondata. Di conseguenza “il corso d’acqua si trova all’interno della zona di combattimento, quindi condutture e pompe sono sottoposte a continui bombardamenti, con danni irreparabili”. Aggiungiamo a ciò, per completare il quadro, il fatto  che “Donetsk e Lugansk pullulano di miniere, impianti industriali metallurgici, siderurgici, chimici e discariche, tutte infrastrutture che necessitano di una manutenzione e di un rinnovamento costante: costruite in prossimità di specchi d’acqua, in caso di guasti o incidenti (quali fuoriuscite di sostanze chimiche, emissioni di sostanze tossiche e radioattive, o esplosioni) potrebbero causare conseguenze ecologiche devastanti, nonché numerose vittime”.

Di conseguenza quasi 4 milioni di persone sulle due sponde del fronte sono a rischio di crisi negli approvvigionamenti e possono diventare le prime vittime di disastri ecologici diffusi nella regione. La natura di asset strategico del maggiore dei canali che riforniscono il Donbass è dimostrata dal fatto ben nove operatori della manutenzione sono morti, negli ultimi anni, colpiti dal fuoco incrociato o in incidenti mentre lavoravano a un cruciale processo di mantenimento in attività del canale.

Ad aprile 2021 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha indicato come dannoso il processo di distruzione delle inrastrutture idriche in teatri bellici in una sua risoluzione, indicando l’Ucraina assieme al Sud Sudan e la Siria negli scenari dove questi processi prendevano più spesso piede. Poche settimane dopo, tra il 5 e l’8 maggio, è stata rilevata una serie di sabotaggi ai canali di fornitura gestiti dalla società Voda Donbasu.

Il canale che dall’asse Nord-Sud porta l’acqua in Crimea e le contese linee di fornitura del Donbass sono dunque da valutare come obiettivi chiave nell’attuale offensiva russa. Una strategia di connessione tra il Donbass e la Crimea passerebbe per il controllo pressoché esclusivo della direttrice da Cherson alle repubbliche separatiste da parte della Russia, della messa in sicurezza dei due canali, dei territori posti a Est del fiume Dnepr e possibilmente della sua stessa foce, per ottenere un controllo sull’oro azzurro duraturo e sistemico. Precondizione fondamentale per portare completamente l’Ucraina orientale nella totale disponibilità di Mosca. Senza questo risultato, del resto, ogni strategia di costruzione del consenso per la russificazione delle terre strappate da Mosca a Kiev sarebbe fallace in partenza.

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