L’inquinamento è un argomento troppo serio per essere lasciato nelle mani di chi pensa di poterlo risolvere con una carrellata di ovvietà, per lo più soluzioni semplici e irrisorie o talmente impraticabili da essere utopistiche. A danneggiare il pianeta non sono le persone che vanno a lavoro con la propria auto né chi beve utilizzando le bottigliette di plastica. La situazione è molto più complessa, perché i veri danni con la d maiuscola sono provocati da soggetti molto più grandi dei semplici cittadini. Il Guardian ha stilato la classifica delle 20 compagnie di combustibili fossili il cui sfruttamento incessante delle riserve mondiali di sostanze quali petrolio, gas e carbone può essere collegato a un terzo di tutte le emissioni di gas serra nell’era moderna. L’analisi è stata condotta dal Climate Accountability Institute degli Stati Uniti, e si basa sulla doppia azione delle aziende citate – cioè l’estrazione di sostanze e le conseguenti emissioni – in un arco di tempo che va dal 1965 al 2017.

Le aziende più inquinanti

Le prime 20 società della lista, si scopre dai dati, sono responsabili del 35% delle emissioni di combustibili fossili, più o meno 480 miliardi di tonnellate di Co2, degli ultimi 52 anni. Allargando ulteriormente la lente di ingrandimento notiamo come la metà delle emissioni prodotte dal 1751 a oggi risalgano al periodo posteriore al 1990. Ma quali sono queste aziende? Al primo posto troviamo Saudi Aramco, la compagnia di idrocarburi che fa capo all’Arabia Suadita, seguita dall’americana Chevron e dalla russa Gazprom. Seguono ExxonMobil, National Iranian Oil, Bp, Royal Dutch Shell, Coal India, Pemex e Petroleos de Venezuela per quanto riguarda i primi dieci posti. Dodici delle prime 20 società sono di proprietà statale. Quando il Guardian ha chiesto loro informazioni, alcuni soggetti hanno risposto di non essere direttamente responsabili di come il petrolio che hanno estratto viene impiegato dai consumatori, mentre altri hanno fatto notare di aver compiuto importanti sforzi nelle fonti energetiche rinnovabili.

La plastica negli oceani

Un altro aspetto da tenere in considerazione per capire chi inquina maggiormente è la quantità di plastica smaltita in malo modo o addirittura scaricata nei mari. Per questo è utile dare un’occhiata alla ricerca effettuata da un gruppo di esperti dell’Università della Georgia. Dai dati emerge che fino al 2010  la maggior parte dei rifiuti marini, di plastica ma anche di altro tipo, proveniva da Cina e Indonesia; queste due nazioni, insieme, hanno prodotto per anni un terzo dei detriti di plastica presenti nelle acque globali. I valori sono enormi: 8,8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica mal gestiti provenienti dalla Cina (dei quali poco meno di 4 finiti negli oceani) e 3,2 milioni di tonnellate dall’Indonesia (1,29 finiti in mare). Oggi Pechino si vanta di aver ridotto l’inquinamento, e non stentiamo a crederlo, ma i danni fatti nel passato non possono essere cancellati con un colpo di bacchetta magica. Il Dragone ha fatto un enorme passo avanti puntando sulle auto elettriche e sulle fonti rinnovabili ma serviranno anni prima che possano davvero registrarsi importanti progressi. E gli altri? Grosso punto interrogativo, a cominciare dalla bomba ecologica rappresentata dall’India.

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