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Cala il silenzio sotto l’enorme cupola del Teatro dell’Opera di Novosibirsk. Un minuto per ricordare le vittime dell’aereo russo abbattuto dai turchi e quelle degli attentati di Parigi, prima che abbia inizio la prima di The Flames of Paris di Boris Asafiev. Poi, la solidarietà lascia spazio alla passione per il balletto e la gente che affolla l’evento più importante di questi giorni nella capitale della Siberia, comincia ad applaudire a scena aperta, con un calore quasi da stadio, le più acrobatiche piroette.

Sarà un caso, ma in questa gelida città nel mezzo della steppa asiatica in cartellone c’è un’opera che si accorda perfettamente agli eventi che sconvolgono l’Europa colpita dal terrorismo islamico. E i russi siberiani s’infiammano di fronte alla Marianne e al tricolore blu, bianco e rosso, seguendo le note delle canzoni della rivoluzione francese.Ti assale la morsa del freddo, 20 sotto zero, all’uscita da quello che chiamano il “Colosseo siberiano”, ma assomiglia più a un moderno pantheon neoclassico.

Si arriva a meno 50 nei lunghi inverni siberiani e le estati sono calde, ma così brevi che quando iniziano ti raccomandano di goderti il primo giorno perché potrebbe essere l’ultimo. Quando le temperature precipitano le auto si tengono accese con il telecomando mentre si sta al bar e al ristorante, e i pullman viaggiano in coppia, con il secondo vuoto per soccorrere i passeggeri in caso di guasto. Nella vasta piazza principale coperta di neve la statua di bronzo di un Lenin alto 10 metri ha il cappotto che sembra agitarsi al vento. Lo affiancano da un lato quelle di tre soldati dell’Armata Rossa, dall’altro quelle di tre proletari, operai e contadini.

“Noi rispettiamo la storia – spiega Irina, che guida i turisti – e nessuno ha mai pensato di abbattere le memorie di un’epoca sovietica ormai passata”. Anche sopra i palazzi più monumentali svettano i lavoratori comunisti in pietra e rimangono ovunque i simboli della stella rossa, della falce e del martello. Tutto è grande e squadrato, secondo l’ordine sovietico, nella città che si allarga con i suoi oltre 2 milioni di abitanti attorno al Corso Rosso, dove s’immaginano le parate ai tempi dell’Urss e si affacciano la Pinacoteca e il Museo di etnografia regionale. E tutto sorprende perché così lontano da Mosca e da San Pietroburgo, la terza città più grande della Russia replica il modello centrale senza evidenti contaminazioni asiatiche. Anche tra la gente che si affretta per strada pochi hanno gli occhi allungati e molti i colori dei biondi. La verità è che sulla Siberia abbiamo solo ignoranza e pregiudizi.

“Lo so, voi la immaginate come una landa solitaria e desolata, con città dove vagano gli orsi bruni – sorride Vladimir Gorodetsky, governatore della Siberia – e si muore di freddo. Ma non è così. Abbiamo grandi e moderni centri, pieni di grattacieli e costruzioni all’avanguardia, con la loro vita sociale e culturale. Abbiamo grandi risorse, dal petrolio al gas, dall’oro agli smeraldi, importanti industrie e miniere, con un giro d’affari che porta qui migliaia di imprenditori stranieri ogni anno e offriamo loro incentivi per aumentare questa collaborazione, in particolare con l’Italia, che è tra i nostri 10 partner tradizionali”.

È proprio così, in fondo: di questa vasta regione della Russia che copre tutta l’Asia settentrionale e gran parte della steppa eurasiatica, abbiamo un’idea sbagliata. Pensiamo al freddo, ai gulag sovietici, a steppe mongole e poco più. Eppure, la Siberia il cui nome vuol dire “Terra che dorme“, nelle grandi città appare sorprendentemente densa di vita, di progresso, di impulso verso il futuro.

Certo, Novosibirsk non è esattamente una facile meta turistica. Per arrivarci, ci vogliono circa 9 ore di volo da Roma, con almeno uno scalo, cambiando 3 fusi orari, superando gli Urali e viaggiando verso i confini della terra. Ma c’è tanto da scoprire.

È diventato un monumento l’antico tratto del ponte sul fiume Ob, dove correva la Transiberiana tra Mosca e Vladivostock, che lo zar Alessandro iniziò a costruire a fine ‘800, attorno al quale è nata quasi dal nulla la città. Poco distante c’è il moderno binario della ferrovia più lunga del mondo, che è sempre in funzione.

Proseguendo pochi chilometri sulla grande strada che esce dalla città, tra enormi boschi di betulle, si arriva ad Akademgorodok, la città dell’Accademia nata nell’Urss degli anni ’50: vi lavora il fior fiore degli scienziati, dai fisici nucleari ai genetisti, dai medici agli economisti e vi sono state fatte importanti scoperte in tanti campi.

Nella capitale della Siberia abita anche Kiara, strano incrocio tra un leone e una tigre, che chiamano ligre. L’animale è l’orgoglio del grande zoo della città, tra i 10 più famosi d’Europa. Ancor più curiosa è la storia della Scuola delle campane. La racconta il prete ortodosso che dà lezioni ai giovani apprendisti, in una chiesa dalle cupole dorate. “Nel periodo sovietico – spiega – le campane venivano requisite ovunque, per farne armi, statue di bronzo e altro. Per decenni sono state sostituite da ogni sorta di oggetti dell’uso quotidiano, per mantenere la tradizione che in Russia è molto forte”.

C’è una raccolta di queste campane arrangiate nel piccolo museo vicino la chiesa e il prete mostra una specie di basso campanile portatile, che si monta su un camioncino per trasportarlo da una chiesa all’altra e supplire alla carenza cronica dello strumento musicale. La cosa davvero unica è il modo di suonarle, le campane. Non si dondolano come da noi, ma si tira il battaglio con delle corde. E ora immaginate insegnante e studente che, uno di fronte all’altro in una sezione di campanile di legno, governano ognuno 4-5 di queste funi, modulando il suono di campane di tutte le grandezze, quasi che usassero una batteria.

Le chiese rinate nelle città russe testimoniano il cambiamento dei tempi, che a volte più che andare avanti tornano indietro. Emblematica è quella magnifica della capitale degli Urali, Ekaterinburg: si chiama Cattedrale del sangue ed è stata costruita nel 2003 nel luogo dove durante la rivoluzione furono trucidati lo zar e tutta la famiglia Romanoff. Ora sono santi per la chiesa ortodossa e sotto le cupole dorate i fedeli si prostrano per pregare davanti alle loro icone dalle aureole dorate o sotto il grande monumento in pietra che, tra gigantografie d’epoca della famiglia reale, onora Nicola II, la zarina e i 5 figli.

Ekaterinburg è la porta della Siberia, sul lato asiatico degli Urali ed è la quarta città della Russia. Sempre sul tracciato della Transiberiana, ha circa 2 milioni di abitanti. Sul corso bianco di neve passi davanti al vecchio e scuro albergo semicircolare che ospitava le spie del Kgb, vedi il monumento chiamato Tulipano nero dedicato ai caduti delle guerre, le statue di Lenin e scopri che il simbolo della città sono gli ermellini: quattro di bronzo, sollevati sulle zampe posteriori ne tengono in alto lo stemma.

Le pellicce, qui, servono davvero per coprirsi dal freddo. Le bambine in gita scolastica per strada indossano anche cappottini di visone. Quanto agli ermellini, sembra che questa risorsa preziosa, sia stata quasi sterminata negli ultimi tempi da uno sfruttamento dissennato. C’è qualcosa di magico a Ekaterinburg, qualcosa che si materializza nella rodonite, un materiale che si estrae qui e a cui si attribuiscono speciali poteri. È un altro dei simboli del centro industriale e culturale degli Urali. Vicino al letto del fiume Isset, che attraversa la città, ce n’è una grande pietra rosa, dalle venature nere e argentee, che si specchia nell’acqua gelata.

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