Errare humanum est, perseverare autem diabolicum. Ravenna è stata capitale nella fase conclusiva dell’Impero Romano, e dunque la massima in latino appare più adatta che mai a descrivere i continui errori del governo italiano nel campo del gas naturale che rischiano di mettere sotto scacco un settore importante per l’economia del capoluogo romagnolo: il distretto dell’estrazione offshore.

Con l’ennesimo atto di conscio e volontario tafazzismo politico nei confronti del nostro settore energetico, infatti, il governo M5S-Pd ha deciso recentemente di prolungare fino al 2021 il blocco alle manovre di prospezione e ricerca di idrocarburi da parte delle piattaforme marine (offshore) entro le 12 miglia dalla costa. Stretta nella tenaglia tra la furia del Movimento Cinque Stelle contro le trivellazioni energetiche e l’incertezza dei suoi partner di governo nel difendere un settore cruciale per un Paese in perenne bolletta energetica, l’industria dell’offshore italiano risulta nuovamente perdente.

E così Ravenna rischia di essere la grande sconfitta dell’emendamento presentato al Decreto Milleproroghe in cui si dilaziona al febbraio 2021 il termine per il completamento del Pitesai (Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee) funzionale a “mappare” le aree adatte all’estrazione e, di conseguenza, si prolunga all’agosto 2021 la moratoria contro l’attività di ricerca di nuovi siti di gas nell’Adriatico e nel resto dell’offshore italiano introdotta dal governo gialloverde. Ravenna è infatti centrale in un distretto in cui 3mila addetti lavorano nel settore energetico, producendo un’economia locale fortemente specializzata e ricca di eccellenze tecniche che, con l’indotto, impiega 7mila persone. Un complesso di conoscenze e know-how che si amplifica alle attività di servizio e assistenza al processo estrattivonel cui mercato l’Italia è tra i leader mondiali, con un giro d’affari da 20 miliardi di euro.

Sindacati e Confindustria hanno concordato nello schierarsi contro l’harakiri industriale del governo che mette a rischio un settore importante, indebolisce la posizione italiana in una fase critica per la partita energetica del Mediterraneo che ci vede costretti a sviluppare una strategia per l’estrazione e la costruzione di gasdotti e contribuisce ad aumentare la bolletta dei cittadini italiani, dato che il gas naturale (40% del consumo energetico nazionale) consumato dagli italiani è, per oltre il 93%, acquistato dall’estero.

Oltre al danno, la beffa: non vi sarà nemmeno spazio per i benefici ambientali che i no-triv, con alla loro testa i Cinque Stelle, millantano come derivanti dallo stop all’attività estrattiva. Piccoli e agguerriti, i Paesi sull’altra sponda dell’Adriatico sono pronti ad approfittare degli errori italiani. La Grecia si è già lanciata con appetito da leone sul giacimento di metano “Fortuna Prospect” posizionato al confine tra le acque italiane al largo di Santa Maria di Leuca (Puglia) e la sua isola di Corfù, grata dell’insperato regalo ricevuto da Roma. La Croazia da tempo si muove in maniera strategica per sfruttare l’offshore gasiero al confine delle zone marittime adriatiche. E presto anche le piccole Albania e Montenegro si attrezzeranno per ottenere vantaggi non indifferenti.

L’Italia è all’anno zero sotto questo punto di vista. Con l’illusione di fermare l’attività produttiva in nome dell’ambiente si finisce per danneggiare la prima senza produrre reali benefici sul secondo, la cui conservazione è un tema tanto serio da meritare un’attenzione maggiore rispetto ai proclami autolesionisti a cui siamo abituati. Nella partita dell’oro blu l’Italia è entrata realizzando, consapevolmente, un autogol: e le prospettive per gli anni a venire sono tutt’altro che lusinghiere, in un settore in cui potremmo giocare ad alti livelli con un minimo di progettualità politica.

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