La Svezia è alle prese con una feroce guerra tra mini-cartelli della droga da più di un decennio, cioè da quando il vecchio ordine criminale – basato sul duopolio di clan dell’ex Iugoslavia e bande di motociclisti autoctone – è stato soppiantato da uno nuovo – più frammentato, concorrenziale e sostanzialmente extraeuropeo.

La stampa che conta ne scrive poco, perché il modello svedese è stato per molto tempo il punto di riferimento dei multiculturalisti di tutta l’Europa occidentale e in quanto tale va protetto ad ogni costo, ma nella stampa specializzata, quella che si occupa di crimine organizzato, si scrive parecchio di questa guerra che in dieci anni, dal 2011 al 2021, ha lasciato a terra più di 230 morti e oltre 1.100 feriti. Una guerra che, come (di)mostrano i numeri relativi all’anno appena trascorso, non mostra cenni di riduzione.

Il paradiso diventato inferno

Il 2021 si è concluso da poco e per la Svezia, parimenti agli anni precedenti, si è rivelato un annus horribilis dal punto di vista della violenza del crimine organizzato: 335 sparatorie, 112 feriti, 46 morti. Numeri simili a quelli del 2020, quando la polizia aveva conteggiato 366 sparatorie, 117 feriti e 47 feriti, che hanno permesso alla Svezia di “vincere” nuovamente il titolo di Paese con il secondo più alto tasso di morti da armi da fuoco dell’Unione Europea – quattro ogni milione di abitanti, a fronte di una media comunitaria di 1,6.

Riconfermando una macabra tendenza in essere da qualche tempo, che vede ogni anno concludersi con un decesso in grado di suscitare lo sdegno dell’opinione pubblica – nel 2019 fu l’esecuzione di un quindicenne, nel 2020 fu la morte di una dodicenne a causa di una pallottola vagante –, nel 2021 ha avuto luogo un evento che ha calamitato la luce dei riflettori nazionali e internazionali sulla Svezia: l’assassinio del rapper Einar.

Einar, nome d’arte di Nils Kurt Erik Einar Grönberg, era uno dei cantanti più celebri della scena rap svedese, vincitore di due Grammy, ed è stato raggiunto e ucciso da un commando la sera del 21 ottobre. La sua morte, ricollegabile ad una faida con il gangsta rapper Yasin – vicino ad una delle più pericolose bande di strada del Paese, la Vårbynätverket di Chihab Lamouri –, era stata rilanciata dai principali media occidentali, minando notevolmente l’immagine pubblica della Svezia e riaprendo, per l’ennesima volta, il dibattito domestico sulla guerra tra bande. Impossibile sminuire la faccenda: Einar era troppo famoso.

Complice la morte violenta di Einar, pochi giorni dopo seguita dall’uccisione di un poliziotto a Göteborg da parte di un gangster minorenne – primo caduto in servizio a causa del crimine organizzato in quattordici anni –, anche i media di estrazione liberale hanno messo da parte l’ideologia per un momento, sostituendola con l’obiettività che dovrebbe contraddistinguere il mondo dell’informazione. E l’obiettività ha portato il The Guardian a parlare di “bande ultraviolente che minacciano di sovvertire lo stato di diritto in Svezia”, Euractiv a titolare che “la violenza armata sta diventando la nuova normalità in Svezia” e il The Economist a riconoscere che un maschio svedese di età 15-29 anni corre un rischio dieci volte maggiore di essere colpito da un proiettile rispetto a un coetaneo tedesco.

Un proiettile per risolvere tutto

Non è soltanto per l’egemonizzazione dei traffici illeciti che le bande ricorrono al fuoco delle pistole o delle bombe. Secondo Klara Hradilova Selin del Consiglio Nazionale Svedese per la Prevenzione del Crimine, raggiunta da Reuters all’indomani dell’esecuzione di Einar, i nuovi criminali non sanno semplicemente fermarsi, perciò “una morte tira l’altra”, generando dei circoli viziosi equiparabili ad una specie di “contagio sociale”.

Un altro parere professionale, proveniente dal sovrintendente della polizia stoccolmese Gunnar Appelgren, vede nell’elevato e costante numero di morti e feriti il risultato della mentalità tribalistica dei clan e dei loro membri, che tendono a risolvere ogni questione con le armi: dalla risposta ad un insulto alla conquista di una ragazza contesa. Appelgren ne è convinto: “molte sparatorie tra bande sono associabili all’onore”.

Sebbene la stragrande maggioranza dei crimini delle bande sia concentrata nelle cosiddette aree vulnerabili, cioè nei quartieri multietnici alle porte delle grandi città, tra gli svedesi va aumentando la percezione di insicurezza, complice l’incremento dei fatti delittuosi tra centri urbani e piccoli comuni sino a ieri impermeabili alla criminalità. Una percezione palpabile, diffusa, magniloquentemente catturata dall’Istituto SOM lo scorso anno: otto svedesi su dieci a favore dell’impiego dell’esercito nelle strade per aiutare la polizia a combattere il crimine violento.

Il piano del governo

Il governo svedese, dopo aver aumentato le pene per alcune categorie di reati e incrementato il numero di operazioni basate sul sequestra-e-arresta, ha comunicato che quest’anno comincerà un dibattito sull’estensione della legislazione sulla sicurezza nazionale dal terrorismo al crimine organizzato e che inoltre, a partire dal 17 gennaio, il corpo di polizia stoccolmese vedrà un piccolo potenziamento: centottanta specialisti, tra investigatori e analisti, trasferiti dal resto del Paese ai commissariati della capitale. Un potenziamento giustificato dalla trasformazione di Stoccolma nel cuore del banditismo urbano nazionale – titolo un tempo detenuto da Malmö, la “città delle bombe” –, essendo la casa di circa 50 bande e 2.500 gangster.

Trattare i gangster svedesi alla stregua di terroristi, permettendo agli investigatori di spiarli anche in presenza del semplice sospetto e dotandoli di ulteriori strumenti d’indagine, potrebbe contribuire significativamente all’elevamento quali-quantitativo della lotta al crimine organizzato. I dubbi, però, rimangono. Perché trasferire agenti da una città all’altra equivale a rafforzare un teatro a detrimento di un altro – una cosa che la Svezia non può permettersi, avendo sul proprio territorio 500 bande e 9.000 gangster –, quando la soluzione sarebbe l’apertura di bandi di reclutamento. E perché si continua ad ignorare la radice dell’intero problema: il fallimento dei laboratori di integrazione costruiti alle porte delle grandi città, come Rinkeby e Rosengård, che indifferenza e abbandono hanno permesso che si trasformassero in ghetti e semenzai di criminalità.

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