Il 21 aprile 2021, in occasione dell’anniversario del golpe dei generali, un manipolo di militari metteva la firma su una lettera aperta dal contenuto cupo, e dalle ambizioni sottilmente sovversive, coraggiosamente pubblicata dal settimanale Valeurs Actuelles. Era l’inizio ufficiale della corsa all’Eliseo.

La lettera aperta degli aspiranti generali putschisti aveva scatenato un vivace dibattito pubblico su fenomeni di stretta attualità, quali l’endemizzazione del crimine organizzato e la diffusione di enclavi etno-religiose ad accesso vietato, persuadendo Emmanuel Macron a dare una svolta conservatrice alla propria campagna e incoraggiando l’intellettuale Éric Zemmour a trasformare il polemismo in azione politica.

L’ombra di quella lettera aperta, firmata da più mille soldati e supportata dalla maggioranza dell’opinione pubblicata, continua ad aleggiare come uno spettro sulle presidenziali, che da essa sono state profondamente plasmate, e i numeri relativi ad uno dei due fenomeni denunciati – la cronicizzazione della violenza – indicano che la svolta ordine e legge di Macron non ha ancora dispiegato effetti.



Una città in guerra

A Marsiglia, il capoluogo in declino del Mediterraneo, la guerra tra i clan del narcobanditismo per il controllo di uno dei mercati della droga più profittevoli del Vecchio Continente – valore annuale di 180 milioni di euro – sembra non conoscere tregua. Prima di illustrare cosa sta accadendo nella metropoli, però, è necessario spiegare cosa è il narcobanditismo.

Narcobanditismo è un neologismo con cui giornalisti e forze dell’ordine francesi fanno riferimento a quella costellazione criminale di recente formazione, nata a cavallo tra gli anni Novanta e i primi Duemila, che da diversi anni infesta la città portuale (e non solo). Trattasi di una realtà criminosa composta da bande di strada e cartelli organizzati i cui membri sono prevalentemente magrebini e che si è imposta sui quasi estinti milieu autoctoni per via di ragioni demografiche e, non meno importante, perché spaventevolmente feroce e sfrontata.

La criminalità marsigliese del nuovo secolo non ha paura di nessuno e non ha regole: chiunque può essere abbattuto, anche un poliziotto, e qualsiasi metodo è lecito per mettere paura, dalle autobombe alle persone bruciate vive. I narcobanditi hanno un’altra peculiarità: sono sempre in guerra tra loro. Privi di mentalità strategica, e disinteressati alla diplomazia e alla negoziazione, i narcobanditi conoscono solo un modo di condurre gli affari: la violenza. Ed è attraverso la violenza che, sin dal lontano 2000, miriadi di clan guerreggiano per avere una fetta di quella torta da 180 milioni di euro.

Palazzi di una banlieue di Marsiglia (FREDERIC MUNSCH / IPA)

I numeri della guerra che fa gola ai politici

Le dimensioni della “questione Marsiglia” possono essere comprese pienamente, nel dettaglio, soltanto attraverso i numeri. E i numeri, di arresti, operazioni poliziesche e omicidi, sono quelli di una città e di un dipartimento in stato di guerra:

I numeri di cui sopra sono il motivo per cui le Bocche del Rodano hanno assunto un ruolo centrale per ognuno dei partiti politici che aspirano a mettere un loro candidato alla guida dell’Eliseo. Perché non esiste arma elettorale più potente della paura, dell’insicurezza della gente comune, ed è per questo che Macron nel settembre 2021 si è recato a Marsiglia per un’intensa tre-giorni di lavoro, promettendo agli abitanti di ripristinare la legalità attraverso più controlli, più telecamere, più durezza, più magistrati e più poliziotti – il doppio entro il 2030. Ed è per questo che, il novembre successivo, Marsiglia ha ricevuto la visita di Zemmour.

Le origini del fenomeno

Storico crocevia di merci, popoli e culture, Marsiglia, il “capoluogo del Mediterraneo”, non è mai stata una “città facile” e, difatti, vanta la tradizione criminale più antica e radicata di Francia. Una tradizione in principio rispondente al nome di milieu, termine con il quale si è storicamente fatto riferimento alle mini-bande organizzate in lotta per il controllo dei traffici portuali e del mercato illecito della Costa azzurra, e che oggi, in quanto sostituita da un nuovo tipo di criminalità, non esiste più.

L’epoca dei criminali romantici che hanno ispirato Hollywood e Cinecittà, come i corsi di Paul Carbone e i marsigliesi di Albert Bergamelli, è finita per sempre e, per quanto possa sembrare paradossale, è motivo di rimpianto, fonte di una certa nostalgia, sia tra gli abitanti sia gli uomini di legge. Perché i milieu autoctoni, per quanto sanguinari, possedevano un codice di condotta facente da freno all’impiego della violenza smodata e, non meno importante, non erano composti che da circa un centinaio di membri. E coloro che li hanno sostituiti, i narcobanditi, non hanno regole e sono tanti: decine di migliaia.

Come i feroci membri del narcobanditismo abbiano rimpiazzato i gangster autoctoni è storia nota al di là delle Alpi. Ed è una storia che ha inizio il 27 settembre 2000, giorno dell’assassinio a Parigi di Francis Vanverberghe, capo dell’omonimo milieu, figura rispettata da ogni clan e padrino di Marsiglia. 

Gli investigatori non sono mai riusciti a far luce sulla morte di Vanverberghe e neanche han potuto indagare a fondo l’unico sospettato, Boualem Talata, in quanto ucciso poco meno di due mesi dopo, ma con il tempo si è fatta strada un’ipotesi: il capo dei capi che metteva d’accordo tutti, dai clan ai servizi segreti, potrebbe essere stato ucciso dagli ambiziosi gangster di origine nordafricana che, sino ad allora, erano stati messi in disparte e maltrattati dagli autoctoni.



All’indomani della morte di Vanverberghe, curiosamente, l’unico “straniero” di cui l’anziano padrino si fidava, l’algerino Farid Berrahma, avrebbe proposto ai milieu autoctoni di accettare gli ambiziosi gangster magrebini all’interno del concerto marsigliese. Berrahma, stanco di rapine, assalti ai furgoni e gioco d’azzardo, avrebbe inoltre proposto di riformare il panorama criminale cittadino, di modernizzarlo, ovverosia di concentrarsi nel traffico di hashish, cannabis e cocaina.

I milieu autoctoni avrebbero dato una prima risposta a Berrahma a fine anno, con l’eliminazione di Talata – l’unico sospettato per l’omicidio del “padrino di tutti” –, e, a partire da quell’anno, le strade di Marsiglia sarebbero sprofondate nella violenza. Violenza di cui lo stesso Berrahma cadde vittima, in quanto assassinato il 4 aprile 2006 da un commando rispondente ad Ange-Toussaint Federici.

La scomparsa di Berrahma, lungi dallo spaventare gli emergenti narcobanditi, li avrebbe incoraggiati ad ingaggiare una guerra senza precedenti nella storia criminale di Francia, fatta di autobombe, stragi e rivali bruciati vivi, mentre la demografia favorevole – più numerosi e più giovani – avrebbe fatto il resto. E Marsiglia, oggi, è “cosa loro”: è cosa dei narcobanditi.

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