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Dopo quanto accaduto lo scorso novembre nel mare norvegese, quando una lunga porzione di un sensore sottomarino a cavo del sistema di sorveglianza LoVe (Lofoten-Vesteralen) era stata tagliata e asportata, nella giornata del 7 gennaio veniamo a conoscenza che uno dei due cavi in fibra ottica che collega la Norvegia alle isole Svalbard è stato tranciato.

Come ha riportato il Barents Observer, l’operatore di quello che è il cavo sottomarino in fibra ottica più settentrionale del mondo, Space Norway, ha localizzato l’interruzione tra 130 e 230 chilometri da Longyearbyen, nell’area in cui il fondale marino va da 300 metri fino a 2700 metri nel Mare della Groenlandia.

Lo Svalbard Undersea Cable System è un cavo di comunicazione sottomarino doppio che collega Longyearbyen, nell’arcipelago artico, con Andoya a nord di Harstad, nella Norvegia settentrionale.

I due cavi sono lunghi rispettivamente di 1375 e 1339 chilometri, e Space Norway, l’agenzia spaziale del Paese che gestisce i cavi principalmente a supporto della Svalbard Satellite Station (SvalSat), informa in un comunicato stampa che c’è un buon collegamento nel cavo ancora funzionante.

Come sia avvenuta la rottura non è chiaro, ma è stata aperta un’indagine, come ha informato sia Space Norway sia il governo norvegese in un comunicato stampa ufficiale. La riparazione del cavo avrà bisogno dell’impiego di una nave posacavi d’altura.

Lo Svalbard Undersea Cable System oltre a fornire connessione web all’insediamento umano alle Svalbard, serve il parco antenne SvalSat, che utilizza oltre 100 antenne satellitari su un vicino altopiano montuoso. SvalSat è oggi la più grande stazione di terra commerciale del mondo con clienti in tutto il mondo. La sua particolare posizione geografica, a 78 gradi nord cioè a metà strada tra la Norvegia continentale e il Polo Nord, conferisce alla stazione una posizione unica per fornire supporto agli operatori di satelliti in orbita polare.

Il governo norvegese ha affermato nella nota stampa che la comunicazione da e verso le Svalbard continua a funzionare normalmente, anche se una delle connessioni è saltata.

Quando l’anno scorso sono stati interrotti i cavi che facevano parte dell’osservatorio oceanico LoVe, in alcuni ambienti si è avanzata l’ipotesi che potesse essere coinvolta la Russia, che certamente ha i mezzi per farlo.

La Marina Russa ha infatti in servizio alcuni assetti particolari (i sottomarini/batiscafi Paltus e Losharik) che possono raggiungere elevate profondità e effettuare operazioni di sabotaggio e spionaggio. Il Losharik, in particolare, ha subito un importante incidente a luglio del 2019 in cui hanno trovato la morte 14 marinai mentre il battello era impegnato in non meglio precisati “rilievi batimetrici” nel Mare di Barents, e non sappiamo se sia rientrato in servizio.

Quello che sappiamo è che Losharik e Paltus vengono operati dalla Marina Russa ma sono inquadrati nella 29esima Brigata Autonoma della Flotta del Nord che è a tutti gli effetti dipendente dal Gru (Glavnoe Razvedyvatel’noe Upravlenie) ovvero il servizio informazioni militari russo.

“Qualcosa o qualcuno ha strappato i cavi nelle aree periferiche”, aveva detto Geir Pedersen, il leader del progetto LoVe in quell’occasione quando circa quattro chilometri di cavi elettrici e in fibra ottica erano stati tagliati e quindi rimossi per essere poi ritrovati a buona distanza dalla sede del cablaggio.

Tornando all’ultimo “incidente”, i cavi hanno anche un valore militare e la stessa stazione satellitare SvalSat, come logico, è un potenziale bersaglio per una missione di spionaggio o sabotaggio. Sebbene le isole Svalbard siano state designate “zona smilitarizzata”, ci sono state indicazioni, anche dalla Russia, che SvalSat sia utilizzata per scaricare dati da satelliti militari oltre che commerciali, quindi in violazione del trattato che definisce l’arcipelago come smilitarizzato.

L’indagine aperta dal governo norvegese probabilmente cercherà anche di identificare eventuali navi o sottomarini che erano attivi nell’area in questione nel momento in cui l’interruzione è stata segnalata per la prima volta. Se una nave è stata coinvolta nella manomissione deliberata del cavo, potrebbe aver operato senza il suo transponder navale attivato (il sistema Ais) oppure falsificandone il segnale. Ciò non significa che la nave sarebbe stata invisibile con qualsiasi mezzo, ma avrebbe potuto svolgere la sua missione più furtivamente.

C’è anche la possibilità che una potenza rivale desideri capire esattamente se i cavi vengono utilizzati per scopi militari , e quindi il danno potrebbe essere il risultato di un’operazione di spionaggio sottomarina per intercettare i dati passanti nei cavi finita male. Bisogna anche considerare che i cavi si trovano in un’area strategica sia per la Norvegia che per la Russia, e come avevamo ventilato nel 2019, in occasione dell’incidente al Losharik, un’operazione di spionaggio, sabotaggio o semplicemente di sorveglianza è molto facile che possa essere stata effettuata.

Gli occhi pertanto sono puntati sulla Russia, un po’ perché, come abbiamo visto, avrebbe la tecnologia sottomarina per effettuare un’operazione di questo tipo, un po’ per via della sua sempre maggiore presenza nell’Artico e per le azioni di disturbo che ha effettuato negli ultimi tempi proprio indirizzate alla Norvegia: il sito specializzato The War Zone ci ricorda che Oslo ha già accusato Mosca di interferire con azioni aggressive nei confronti delle sue reti di sensori e comunicazioni. Nel 2018 infatti il Norwegian Intelligence Service (Nis) ha fatto sapere di almeno tre casi in cui aerei russi hanno condotto esercitazioni di attacco contro una stazione radar segreta nel nord del Paese, mentre nel 2017, la stessa agenzia ha affermato che jamming russo aveva interrotto la telefonia mobile e il segnale Gps durante un’esercitazione militare.

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