Lo Strategic Compass europeo inizia a prendere forma con i primi fondi consistenti portati su programmi militari di valenza strutturale per l’Unione. Circa un miliardo di euro immediatamente e altri due da qui al 2027 saranno messi in campo per conseguire l’obiettivo del potenziamento tecnologico del Vecchio Continente.

924 milioni di euro, per la precisione, saranno affidati dalla Commissione al dipartimento per il Mercato Interno e l’Industria guidato dal francese Thierry Breton per fare dell’Europa un fulcro dell’innovazione nel settore della Difesa al fine di potenziare le prospettive dell’Unione come attore guida in questa sfera della competizione globale. Come ricorda Key4Biz, questi investimenti saranno operativi “sotto l’ombrello dell’Eudis, l’EU Defence Innovation Scheme presentato a febbraio, e dell’Innovation Hub dell’EDA, l’agenzia europea deputata a questi temi” e “il programma di lavoro 2022 si concentrerà sul livello di innovazione tecnologica del sistema di difesa comune europeo”.

In quest’ottica “si lavorerà per migliorare la difesa spaziale, rendendo più rapida la capacità di risposta satellitare in caso di attacco missilistico e la capacità di allertare i centri di difesa, per rendere più efficace il sistema di vigilanza, sorveglianza e monitoraggio terrestricon finanziamenti pari a 120 milioni di euro. Inoltre, “si investirà nella ricerca e sviluppo della cybersecurity e in progetti che favoriscano la sovranità e la superiorità informatica europea. Gli sforzi di finanziamento si concentreranno sull’interoperabilità e sullo scambio di dati tra centri di controllo civili e militari all’interno del programma Single European Sky“. Il cyber riceverà 140 milioni di euro, mentre 120 saranno investiti  per lo sviluppo di una serie di classi di vascelli adatte alle marine militari di piccole e medie dimensioni.

Al contempo, fine di sostenere l’eliminazione dei divari, la Commissione e l’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune, Josep Borrell, hanno definito una serie di misure molto concrete mirando a rendere rapidamente operativa una task force per coordinare gli appalti congiunti nel settore della Difesa con l’obiettivo di collaborare con gli Stati membri e coordinarne le capacità di sviluppo.

Secondo le intenzioni dell’Ue, uno strumento dell’Ue a breve termine per rafforzare le capacità industriali della difesa attraverso ulteriori appalti congiunti sarà proposto per l’adozione accelerata, per aiutare gli Stati membri a colmare le lacune più urgenti e critiche in modo collaborativo, sulla base del lavoro della task force: questo va nella direzione auspicata dal Consiglio Europeo che nella sua recente riunione ha auspicato questa svolta e, in un comunicato, garantito sostegno alle politiche comunitarie a mezzo di bilancio Ue. Su iniziativa del Consiglio, organo di riferimento in Ue per l’iniziativa politica, la Commissione è pronta a impegnare 500 milioni di euro del bilancio dell’Ue in due anni per incentivare gli Stati membri ad affrontare queste esigenze in modo collaborativo. Questi fondi saranno sdoganati a partire del terzo trimestre 2022. Nel prossimo quinquennio, poi, Bruxelles intende mettere sul piatto altri due miliardi di euro per implementare i programmi in questione.

La Difesa comune europea prende piede, dunque, con una serie di iniziative abilitanti volte a fungere da moltiplicatore alle capacità di investimento e sviluppo degli Stati e a potenziare la postura dell’Ue come grande potenza tecnologica. La missione iniziale dell’Eda è così sviluppata a tutto campo. L’Agenzia europea per la difesa ha recentemente riferito che nel 2021 gli Stati membri dell’Ue hanno investito  420 milioni di euro per finanziare dei progetti congiunti di capacità e ricerca e tecnologia gestiti dall’agenzia, con un aumento di 50 milioni di euro rispetto al 2020. Secondo il rapporto annuale dell’Eda pubblicato a dicembre, i dati dei ministeri della difesa dell’Ue segnalano che gli Stati membri hanno speso ben 2,5 miliardi di euro in ricerca e tecnologia nel settore della difesa nel 2020. La maggior parte di tale spesa è stata garantita dal bilancio in Francia e Germania e si aspetta un nuovo boom nel 2022 dopo il maxi-programma di riarmo tedesco promosso in risposta all’invasione russa dell’Ucraina.

La sovranità tecnologica europea sarà promossa in sinergia col campo atlantico. La Nato sta infatto lanciando un fondo per l’innovazione della difesa da 1 miliardo di euro e un programma di ricerca chiamato DIANA (Defence Innovation Accelerator for the North Atlantic), con l’obiettivo di incoraggiare l’industria, le start-up innovative e i ricercatori a lavorare su nuove tecnologie a duplice uso. Il programma di ricerca, annunciato ad aprile, inizierà gestendo una rete di 10 siti di accelerazione e 50 centri di test nei paesi membri dell Patto Atlantico, con attività pilota che inizieranno nell’estate del 2023.

In sostanza, dunque, l’Unione Europea vuole garantire strumenti importanti e innovativi per la competitività analizzando le dinamiche produttive nel settore della Difesa come legate a una base tecnologica che si ritiene necessario armonizzare tra i Paesi membri, per poi permettere a ognuno di essi di spingere sulla propria agenda produttiva. Compatibilmente con il doppio impegno di molti Stati di membri dell’Ue e dell’Alleanza atlantica. Come conseguenza diretta dell’invasione russa dell’Ucraina, gli Stati membri, ha sottolineato il Consiglio Europeo nel suo comunicato, hanno già annunciato aumenti dei loro bilanci per la difesa per complessivi 200 miliardi di euro nei prossimi anni sebbene, “questi aumenti siano essenziali, arrivano dopo anni di tagli sostanziali e gravi sottoinvestimenti”. Eloquenti i dati che il Consiglio mostra: dal 1999 al 2021, la spesa combinata dell’Ue per la difesa è aumentata del 20% contro il 66% degli Stati Uniti, il 292% della Russia e il 592% della Cina, trainata principalmente da pochi attori come la Francia.

Gli stessi documenti dell’Unione, sia a livello di Consiglio che di Commissione, sottolineano che senza un approccio coordinato, l’aumento della spesa rischia di portare a un’ulteriore frammentazione e annullare i progressi compiuti fino ad ora. Da qui la volontà di guidare le politiche di sviluppo aprendo a fattori abilitanti come la sovranità tecnologica e le capabilities comuni. Per permettere a ogni Stato di avanzare sulla via della sovranità militare e industriale con un rinnovato potenziale scientifico, di ricerca e produttivo.

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