Il “fronte sud” è ancora un problema della Nato? La domanda può sorgere spontanea nel momento in cui il blocco atlantico è proiettato verso est, intendendo quest’ultimo come Russia e come Cina. E il vertice di Madrid, in cui l’Alleanza ha dimostrato di tenere conto degli interessi di un partner meridionale, la Turchia, appare al momento poco propenso a riflettere sui rischi che giungono dalla sponda sud Mediterraneo.

La questione è apparentemente chiara: la Russia, invadendo l’Ucraina, ha riattivato tutti i meccanismi di difesa della Nato verso il confine orientale, scatenando l’inevitabile rafforzamento delle posizioni di chi ha interesse a tutelare il fianco est. Conclusione certamente scontata, al punto che qualcuno ha addirittura ipotizzato una sorta di “trappola” dell’amministrazione Biden proprio per far sì che Mosca scendesse in campo costringendo l’Europa a fare i conti con il pericolo russo. Ipotesi suggestiva che tuttavia non toglie il nodo centrale della discussione: senza l’aggressione, oggi non si parlerebbe di un Concetto Strategico della Nato così ostile alla Federazione Russa né si parlerebbe di migliaia di nuovi soldati Usa nel Vecchio Continente. Tuttavia, il “problema russo”, se sembra avere riportato le lancette dell’orologio ai tempi della Guerra Fredda, ha certamente fatto sì che gli interessi e la tutela dei Paesi dell’Europa orientale (e anche degli Stati Uniti) risultino maggiormente rilevanti rispetto ai pericoli provenienti da sud.

Uno sbilanciamento degli interessi in campo che è stato segnalato anche dal primo ministro spagnolo, Pedro Sanchez, che ospita a Madrid il summit dell’Alleanza. “Tutti gli alleati della Nato hanno risposto con decisione rafforzando il fianco Est”, ha detto Sanchez in una dichiarazione congiunta con il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, ma, continua il premier iberico, è il momento “che l’alleanza riconosca l’importanza del fianco Sud in una strategia a 360 gradi”. Il capo della Casa Bianca ha assicurato che il blocco occidentale “si sta rafforzando contro le minacce provenienti da sud”, ma resta il tema di come possa essere sostenuto un impegno di questo tipo a fronte di più minacce che, in questo momento, appaiono decisamente differenti come peso specifico dal punto di vista diplomatico e strategico.

La preoccupazione del governo spagnolo è condivisa anche da quello italiano, poiché è proprio da sud, dal Mediterraneo e dalle sue coste meridionali, che si elevano pericoli spesso sottovalutati in ambito atlantico. La fascia tra Mare Nostrum e Sahel è una delle regioni africane più ricche di sfide e di crisi sistemiche, tra gas, potenze locali e regionali, la guerra in Libia e il traffico di migranti provenienti dall’Africa centrale. Ai problemi africani si deve poi sommare l’enorme questione dei giacimenti di gas e dei gasdotti mediterranei, dove si gioca una partita a dir poco fondamentale che coinvolge tutti i Paesi e che assume un ruolo estremamente importante anche per lo sganciamento dalla dipendenza dalla Russia. Infine, non va dimenticato che il fronte sud e sud-orientale non è solo contraddistinto dalla spirale di violenza libica, ma anche dalla conflittualità sempre più endemica del Medio Oriente. Dalla guerra di Siria fino alle diverse sfide regionali, l’intera fascia che va dalla Mesopotamia al Sinai è solcata da ostilità profonde in cui convergono anche gli interessi (divergenti) delle potenze atlantiche. E non è un caso che la Russia, dalla base di Tartus, monitori l’intero bacino del Levante. Italia, Spagna e tutti i Paesi del fianco sud sanno che da questo bollente territorio meridionale possono giungere sfide colossali, a partire dalla crisi migratoria in caso di continuo blocco dei porti del Mar Nero dovuti alla guerra in Ucraina. Ma la proiezione orientale della Nato rischia di dare il segnale di una sottovalutazione dei pericoli.

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