Difesa comune e autonomia strategicase non ora, quando? La domanda per l’Europa si pone con crescente insistenza dopo che l’invasione russa dell’Ucraina ha sconvolto l’architettura securitaria del Vecchio Continente e, al contempo, l’unità dell’alleanza occidentale è stata, in un certo senso, unidirezionale, con l’Europa pronta a seguire Usa e Regno Unito nelle sanzioni e nei contrasti più duri a Mosca ma unica area della sfera geopolitica guidata da Washington destinata a sobbarcarsi i costi più devastanti sul piano economico, energetico, politico, sociale.

Di fronte a una storia che ha ripreso a marciarenon solo metaforicamente, nel cuore del Vecchio Continente per l’Europa è tempo di decisioni cruciali per il suo futuro. E, si badi, parliamo di Europa prima ancora che di Unione Europea non a caso: la crisi del Covid ha confermato e la guerra in Ucraina ribadito a tutta forza che è la volontà degli Stati a guidare il processo decisionale europeo.

E di fronte a una storia che rimette in moto con decisione i suoi meccanismi, anche quelli più conflittuali, all’Europa sono presentate poche, secche alternative: continuare a vivere d’ignavia nella speranza che la grande tempesta della crisi globale non faccia altro che lambirla, sperando di poter correggere con l’economicismo i grandi turbamenti della geopolitica globale; crogiolarsi nella condizione di somma di clientes, come periferia di oltre Atlantico dell’impero statunitense, salvo poi lamentarsi quando, legittimamente, Washington fa i suoi interessi ottenendo la divisione tra Vecchio Continente e altri attori strategici come la Russia facendo sì che siano gli europei a sobbarcarsi i costi più duri. Infine, scegliere di tuffarsi nel fiume della storia e nuotare contro la corrente.

E proprio di quest’ultima alternativa si comincia, timidamente, a ragionare. Hanno iniziato Paesi come la Germania annunciando il riarmo, lo faranno anche i leader dei 27 Paesi e la Commissione annunciando nelle prossime giornate l’attuazione dello Strategic Compass, la “bussola strategica”, e il via libera al primo nucleo di difesa comune europea già nel 2023. L’Europa parla di difesa comune ad alta voce, nota Repubblica, e “intende farlo mettendo in campo il nucleo di un esercito europeo con tappe più stringenti rispetto all’idea originaria”. In campo, nel prossimo anno, ci sarà un primo battaglione europeo. In sostanza “già entro quest’anno saranno definiti gli scenari operativi. Ossia verranno indicate le aeree in cui il “Battaglione Europeo” potrà agire. E l’idea è quella di individuare uno spazio che va dai Balcani, quindi anche l’Ucraina, al Mediterraneo asiatico e all’Africa. Certo, resta il limite numerico di questo battaglione: solo 5 mila soldati. Ma in questo momento i tempi sembrano più importanti dei modi. Si fa così riferimento alla possibilità di mettere in prontezza questo primo gruppo già nel 2023″.

Di fronte al deterioramento della sicurezza dell’estero vicino l’Europa prova dunque a battere un colpo. E dunque a farlo sono gli Stati che provano a trovare spazio per costruire una vera Europa sovrana anche oltre i limiti tecnocratici di Bruxelles. Ne è conscio Emmanuel Macron, se ne sta convincendo Olaf Scholz, potrebbe presto battere un colpo anche l’Italia. Ora più che mai ci si rende conto che anche per Roma sarebbe vitale pensare alla Difesa comune dato che, come proposto nei mesi scorsi dal ministro della Difesa Lorenzo Guerini, la Difesa comune sarà inserita nei cardini dell’Alleanza Atlantica, non in forna alternativa ma complementare ad esse.

Si prospetta per l’Europa la possibilità di avere una voce più forte e di muoversi apertamente in forma operativa sulla scia di quanto già accaduto in campo industriale: il progetto delle Fregate europee Fremm testimonia che anche su base europea si propone una strategia di standardizzazione delle forniture e del procurement che può dare vitalità al mercato interno e all’industria. Ma pensare unicamente in termini di keynesismo militare sarebbe riduttivo, anche se, ricorda “Repubblica”, “sul tavolo dei leader europei, allora, la presidenza francese vuol mettere una proposta che viene semplicemente chiamata “NextGenerationEu2″. Ossia un nuovo Recovery Fund”. La vera dinamica deve essere di matrice strategica. Bisogna riprendere in mano le redini della sicurezza europea, aprire a una gestione comune delle dinamiche strategiche del Vecchio Continente, acquisire capacità di peacekeeping e deterrenza, oltre che di sostegno ai partner, sempre più autonome.

Per Roma in quest’ottica l’opportunità sarebbe decisamente importante. Specie se al discorso sulla Difesa comune si sommerà quello, assai complementare, dell’autonomia strategica nei settori critici. Fondamentale per immaginare finalmente un’Italia non più subalterna ma complementare al duo Francia-Germania nella costituzione delle nuove rotte strategiche su cui l’Europa baserà le sue politiche e le sue scelte nei settori critici negli anni a venire. La Difesa, in cui vantiamo campioni come  Leonardo e Fincantieri, è solo una delle filiere industriali ed economiche più decisive per tracciare il futuro percorso degli equilibri di potenza e del potere economico di domani. Un mondo in cui l’Europa dovrà scegliere come posizionarsi in partite decisive sul campo securitario: energia, cloud, digitale, semiconduttori sono altrettanti dossier di vitale importanza.

L’obiettivo è che la crescente indipendenza europea nelle tecnologie decisive per l’industria, l’economia di frontiera, l’innovazione abiliti dividendi strategici a tutto campo anche nel settore della Difesa. Ciò, unitamente a una rinnovata capacità di pensiero geopolitico, può aprire scenari solidi per strategie ambiziose quali la difesa comune. Un anno fa è uscito il fondamentale paper  “Sovranità tecnologica” in cui il Centro Economia Digitale ha sottolineato che “la sovranità tecnologica e la sovranità digitale rappresentano i driver fondamentali della sovranità economica e dell’autonomia strategica” e in questo campo l’Italia può e deve impegnarsi per vincere le sfide di domani.

Il mondo è dunque in continua evoluzione. Cambiano le sfide, cambiano le minacce, cambiano le impostazioni mentali dei principali attori geostrategici. Cambierà anche l’Europa ai cui confini si scatena l’inferno? I decisi passi in avanti sull’autonomia strategica e la difesa comune lasciano ben sperare, ma ora bisognerà dare un percorso coerente a questa svolta e aprire a riforme abilitanti in grado di consolidarla. Il mondo sempre più inquieto necessita di fattori stabilizzanti, e l’Europa può essere uno di questi. Superando la tendenziale spinta a trasformarsi, come scritto dall’analista geopolitico Pierluigi Fagan poco prima della pandemia, in “ultima Thule dell’utopia antipolitica, convinta che ormai è solo una faccenda di mercati e valute, utopia che le serve per gestire la propria intrinseca multipolarità interna” e che “diventa distopia e assurdo storico nel mentre s’instaura un nuovo ordine mondiale in cui grandi potenze non solo economiche, sgomitano per stabilire i rapporti di gerarchia per i prossimi trenta anni”. Parole ancora più profonde e degne di attenzione dopo una pandemia che ha visto l’Europa troppo spesso ai margini e una guerra che scoppia ai confini stessi dell’Ue. Aprendo a considerazioni sul futuro strategico dell’Europa che non possono più essere rimandate. Per non morire d’ignavia in una storia che ritorna.

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