I servizi segreti francesi sono in subbuglio e in piena attività? Diverse dinamiche sviluppatesi nelle ultime settimane sembrerebbero confermarlo.

Diverse rivelazioni a mezzo stampa o attraverso uscite di esponenti delle istituzioni hanno portato all’emersione di novità che possono fortemente condizionare l’attività e la traiettoria geopolitica di Parigi, ma soprattutto gettare un’ombra sulla campagna presidenziale nei mesi in cui Emmanuel Macron si avvia a una difficile sfida per la riconferma contro le tre destre rappresentate da Valerie Pécresse, sfidante gollista, da Marine Le Pen e dal nuovo contendente Eric Zemmour.

Tre indizi fanno una prova: e non a caso sono state ben tre le importanti svolte che hanno coinvolto direttamente l’attività di Parigi a seguito di rivelazioni riconducibili a fonti di intelligence.

La prima è stata la rivelazione dell’operazioni Sirli condotta dal 2016 in avanti al confine tra Libia e Egitto in coordinamento tra Parigi e Il Cairo per fermare le colonne di presunti militanti e jihadisti nel deserto tra i due Paesi. Secondo i documenti top secret ottenuti dal sito Disclose, specializzato in giornalismo investigativo, Sirli avrebbe provocato diciannove bombardamenti mirati dal 2016 al 2018 con centinaia di morti civili. Nel quadro degli Egypt Papers, le carte su cui Disclose ha messo le mani, ci sono anche diverse informative compromettenti sui rapporti tra Francia ed Egitto nell’era Macron, comprese documentazioni testimonianti come la Francia fin da subito desse per certa la responsabilità della sicurezza nazionale nella morte del cittadino italiano Giulio Regeni, continuando però indisturbata la sua relazione con il regime di al-Sisi, e provanti la cessione alla dittatura de Il Cario di un software in grado di intercettare e catalogare miliardi di comunicazioni telefoniche e via Internet, una sorta di “Pegasus” transalpina. Fatti che gettano ombre sulla scelta di ritenere al-Sisi meritevole, secondo l’Eliseo, della Legion d’Onore.

La seconda è stata la “bomba” lanciata sull’azienda di costruzioni Lafarge e i legami che si sarebbero costituiti nientemeno che con lo Stato Islamico negli impianti al confine tra Siria e Turchia. Lafarge, fusasi nel 2015 con la svizzera Holcim per diventare il più grande produttore di cemento al mondo, avrebbe pagato oltre tredici milioni di dollari all’Isis per poter continuare a operare indisturbata nel nord della Siria. L’annuncio è arrivato sia dall’agenzia di stampa turca Anadolu che dal quotidiano della sinistra Liberation con analisi avviate a partire dal mese di settembre.

Terzo, interessante caso è stato il breve caso diplomatico aperto a Parigi dall’arresto di uno dei presunti membri del commando che nel 2018 uccise a Istanbul il giornalista saudita Jamal  Khashoggi. Il sospetto, Khaled Aedh Al-Otaibi, 33 anni, ex membro della Guardia Reale dell’Arabia Saudita, era stato arrestato all’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi su segnalazione del suo nome da parte dell’Interpol.

A detta del procuratore generale di Parigi, Rémy Heitz, l’uomo era stato fermato “sulla base di un mandato d’arresto internazionale emesso dalle autorità giudiziarie turche il 5 novembre 2018 nel quadro dell’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi”, ma “accurate verifiche relative all’identità di questa persona hanno permesso di stabilire” l’esistenza di un errore di persona. Quindi è stato ordinato il rilascio del sospetto. Politicamente, però, si è indubbiamente creato un contesto di caos tra Francia e Arabia Saudita a pochi giorni dal bilaterale tra Macron e il principe saudita Mohammad bin Salman a Gedda tenutosi il 4 dicembre scorso. Il capo dell’Eliseo è divenuto il più importante leader occidentale a riallacciare i contatti con il principe ereditario dopo un “purgatorio” durato tre anni in seguito al caso Khashoggi. Dopo la visita negli Emirati Arabi, foriera di un ricco accordo militare (17 miliardi di euro per 80 caccia Rafale e 12 elicotteri militari francesi), Macron ha di fatto riabilitato Mbs, ha aperto alla mediazione tra Riad e Beirut dopo l’insorgenza in Libano di critiche alla guerra saudita in Yemen da parte del ministro libanese dell’informazione (poi dimessosi) Kordahi, ha guidato un’armata di cento tra imprenditori e top manager francesi, nel totale silenzio sul caso Khashoggi.

L’avvertimento del “de Gaulle” suona come una sorta di avvertimento sul fatto che il presidente e la sua politica estera sono attenzionate. E tre casi così ravvicinati lasciano presagire che negli apparati di potere francesi ci sia subbuglio. E soprattutto si stia indebolendo l’autorità del presidente in vista di una possibile transizione di potere verso un nuovo capo di Stato. Certo Macron ha posto in una situazione di primazia e centralità i servizi nel quadro della sua azione politica, ma spesso con la sua politica estera “napoleonica” e velleitaria ha messo in campo strategie contraddittorie e eccessivamente spregiudicate, che poco hanno giovato alla proiezione della Republique.

Sotto accusa sembra essere in particolare l’eccessiva disinvoltura con cui Parigi si muove, oggigiorno, nel mondo arabo tra attori complessi e spesso contraddittori. Nel quadro di un contesto internazionale che vede gli Stati Uniti cambiare proiezione dopo l’apertura ad attori come l’Arabia Saudita e l’Egitto nel pieno dell’era Trump e cercare nuovi punti di riferimento attorno a Israele, è chiaro che anche gli apparati dei Paesi europei cerchino punti di riferimento alternativi. Mandando dunque segnali al potere politico. La matrice di intelligence dei tre fatti descritti è un segnale per Macron: se sarà rieletto all’Eliseo dovrà difendere con attenzione anche il perimetro della sua politica estera, riequilibrandone gli eccessi più spregiudicati.

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