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La Marina turca ora ha anche una nave spia. Si chiama Ufuk, “orizzonte”, e il presidente Recep Tayyip Erdogan l’ha definita “gli occhi e le orecchie della Turchia in mare”. L’unità nasce dal progetto Milgem, quel programma voluto fortemente dal leader turco per costruire i casa, attraverso la sola industria e cantieristica nazionale, i gioielli delle proprie forze armate. Il problema di Ankara, risalente già dai tempi dell’Impero ottomano è stato sempre quello di riuscire a colmare il divario tecnologico con le potenze occidentali per poter costruire una propria flotta e propri mezzi senza dover dipendere dall’estero. E l’obiettivo del Sultano è proprio quello di ridurre sempre di più questo gap cercando di rendersi gradualmente più indipendente rispetto ai colossi di Stati terzi spesso non invogliati a fare affari in questo momento con la Turchia.

Certo, tutti sono consapevoli, anche i più feroci sostenitori di Erdogan, che questo ambizioso programma richiederà tempo, soldi e soprattutto fasi intermedie in cui sarà necessario continuare ad avere ottimi rapporti con i fornitori occidentali: ma il segnale per ora è stato lanciato. E specialmente per quanto riguarda la flotta, Milgem inizia a dare anche i suoi primi frutti attraverso unità completamente “indigene”.

Il Tgc Ufuk rientra, come detto, in questo schema. Come ha detto lo stesso Erdogan, citato da Agenzia Nova, la nave è “sviluppata e prodotta interamente tramite compagnie e risorse nazionali”, e non ha caso lo stesso leader dell’Akp ha sottolineato che la Turchia è “tra le dieci nazioni al mondo in grado di progettare e costruire in maniera indipendente le proprie navi da guerra”. Lanciata nel febbraio del 2019 ma operativa solo dal 2022, il suo sistema elettronico è sviluppato dal colosso della difesa turco Aselsan. La nave è progettata per navigare senza necessità di scali per circa 45 giorni, e tra le diverse caratteristiche dell’imbarcazione vi è anche un ponte per elicotteri.

La svolta di Erdogan per una Marina sempre più efficiente ricalca perfettamente il piano turco per confermarsi come potenza anche navale all’interno dello scacchiere Mediterraneo. La Turchia si è spesso contraddistinta per una politica di matrice neo-ottomana, come la definiscono gli osservatori che notano una precisa aderenza dei confini del fu impero con l’attuale area di influenza (o di volontà di potenza) di Ankara. Tuttavia il mare, soprattutto negli ultimi anni, ha assunto un ruolo essenziale. E questo lo si nota in particolare nel confronto con la Grecia per il controllo dell’Egeo, del Mediterraneo orientale e per l’utilizzo sempre più marcato di una politica “delle cannoniere” in diverse aree del Mare Nostrum, anche in Libia.

Ufuk in questo momento rappresenta quindi da un lato un preciso avvertimento turco in generale sul fronte marittimo. Dall’altro lato, non va ovviamente sottostimata la caratteristica principale di questa unità, che è appunto quella del suo utilizzo per operazioni di guerra elettronica e di intelligence. In un’area sempre più conflittuale come quella del Mediterraneo orientale e in un momento di tensioni in aumento anche nel Mar Nero, altro specchio d’acqua in cui si giocano parte dei destini della Turchia, il possesso di una nave in grado di svolgere questo tipo di missioni assume un ruolo molto importante. La guerra di intelligence, in particolare in mare, sta diventando sempre più importante. E quando Erdogan parla di “orecchie e occhi” di Ankara nel mare non parla solo di sorveglianza dei nemici, ma anche di operazioni Sigint. Lo stesso governo turco continua a ribadire di voler preparare la flotta per gli scenari di guerra del futuro. E questo programma sembra andare avanti e rafforzarsi anche a fronte di una crisi finanziaria che rende l’economia turca precaria insieme a una leadership che rischia di arrivare faticosamente al 2023.

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