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Gli Stati Uniti sono in ritardo nella consegna di armamenti per un valore di 19 miliardi di dollari a Taiwan.

Un membro del Comitato per i servizi armati della Camera dei rappresentanti, Don Bacon, ha affermato che l’invio di armi all’isola è ancora più importante ora sulla scia dell’invasione russa dell’Ucraina sottolineando come il pacchetto di aiuti militari, comprensivo di missili anti-nave Harpoon e di altri sistemi come i caccia F-16, faceva parte di un accordo del 2019 che è stato ritardato a causa di problemi della catena di approvvigionamento legati alla pandemia e per via di quelli riscontrati dalla necessità di aiutare Kiev, ovvero riguardanti l’assottigliamento delle scorte nei magazzini statunitensi.

Armi per evitare l’invasione cinese

Sappiamo, infatti, che 2,37 miliardi di dollari delle vendite autorizzate riguardavano 400 Harpoon Block II e 100 Harpoon Coastal Defense Systems, fondamentali per respingere un assalto anfibio e che almeno una batteria di questi missili è stata schierata quest’estate dagli ucraini. Washington, da tempo, si è impegnata a sostenere e migliorare le difese di Taiwan in modo da dissuadere la Cina dall’intraprendere qualsiasi tipo di azione offensiva o coercitiva di tipo militare, in particolare gli Harpoon sono armi perfette per l’attività di sea denial negli spazi ristretti del braccio di mare che separa l’isola dal continente.

Il principio difensivo di Taipei è quello “dell’istrice”, ovvero di una difesa a strati che sfrutta sistemi missilistici di vario tipo per cercare di fermare la morsa della tenaglia cinese in caso di attacco, rendendo l’isola “più difficile da inghiottire”.

Il membro del Comitato ha anche messo in guardia l’esecutivo di non fare con Taiwan lo stesso errore che è stato fatto in Ucraina: Washington sapeva della prossima invasione russa ma ha aspettato l’inizio del conflitto per l’invio massiccio di missili anticarro e altre tipologie di armamenti.

Il Congresso spinge verso il confronto

Dopo la visita “a sorpresa” sull’isola di Nancy Pelosi lo scorso agosto, è evidente che nel Congresso statunitense ci siano anime che non credono nell’ambiguità strategica dei rapporti con Pechino e spingano per un maggiore e più chiaro impegno di Washington in favore dell’alleato.

Bacon, infatti, va oltre e sostiene che l’unico effetto realmente deterrente sarebbe una maggiore presenza “sul campo” statunitense, con truppe in Giappone e Australia che procedano all’addestramento dell’esercito taiwanese, come si sta facendo oggi in Europa per quello ucraino. Inoltre vede con particolare favore il Quad, l’accordo tra Usa, Giappone, Australia e India, come strumento in grado di fare leva sulle rispettive diplomazie stabilendo un quadro comune di contrasto all’aggressività cinese, anche sulla scorta degli ultimi scontri di confine avvenuti tra Cina e India lungo il confine himalayano.

Il rappresentante infatti vorrebbe più accordi multilaterali su commercio e sicurezza, piuttosto che i trattati bilaterali, coinvolgendo direttamente anche Taiwan sino a ripristinarne la posizione di contributore nelle organizzazioni internazionali, come l’Organizzazione Mondiale della Sanità, in quanto la Cina sta compiendo passi diplomatici per isolare Taipei dalle agenzie legate alle Nazioni Unite, facendo pressioni sulle nazioni che hanno ancora relazioni diplomatiche con essa.

Pechino non usa solo lo strumento diplomatico però: da tempo mette in atto una serie di intrusioni della Adiz (Air Defence Identification Zone) dell’isola che vanno costantemente ma lentamente crescendo nel corso del tempo. L’ultima serie di “puntate” di velivoli militari verso l’isola è avvenuta il nove dicembre scorso, con un interessante nuovo sviluppo: i voli dei caccia cinesi hanno toccato anche le acque del Canale di Bashi, mentre in generale questi si sono sempre visti in due settori distinti, a nord e a sud dell’isola. La prima volta che si è osservato questo nuovo schema è stata proprio durante la visita della Pelosi, che ha elevato le tensioni come non accadeva da decenni.

La Casa Bianca procede con cautela

Se esistono anime che spingono verso un più aperto e franco contrasto alla Cina per Taiwan, la Casa Bianca sembra essere più prudente. Certamente il sostegno militare all’isola non è in discussione, come più volte ribadito dalla presidenza, però l’approccio dell’esecutivo appare più cauto. Proprio mercoledì 14 dicembre Reuters ha rivelato che l’amministrazione Biden progetta di rimuovere alcune società cinesi dalla “lista nera” della messa al bando commerciale. La mossa sembra che sia stata determinata dalla maggiore disponibilità del governo cinese a consentire visite ai siti statunitensi, ma soprattutto segnala un nuovo livello di cooperazione tra Washington e Pechino dopo mesi di crisi continue, che hanno portato a un vero e proprio gelo tra le due potenze economiche globali.

Gli Stati Uniti procedono però speditamente al disaccoppiamento di alcuni settori strategici dalla dipendenza con la Cina: il Chips Act, la manovra da 52 miliardi di dollari per aiutare l’industria nazionale dei semiconduttori va letta proprio in questo senso, e si aggiunge ai precedenti provvedimenti dell’attuale amministrazione riguardanti la tutela delle filiere di alcuni settori definiti strategici per l’economia nazionale, compreso quello minerario nel campo delle scorte di metalli preziosi per l’industria.

Una mossa per prendere tempo?

In effetti il recente provvedimento potrebbe essere semplicemente una mossa per guadagnare tempo in un momento in cui gli Stati Uniti stanno rivoluzionando l’assetto delle proprie Forze Armate dopo più di due decenni di guerra al terrorismo e attività di counterinsurgency. Sappiamo anche che il Pentagono sta lavorando alacremente per colmare il divario sui missili ipersonici che lo separa dalla Cina (e dalla Russia), coi primi veri risultati che stanno arrivando solo di recente. Da più parti dell’ambiente militare, del resto, si sono levate voci sull’impreparazione statunitense a un possibile confronto armato con la Cina, e a Washington hanno cominciato a lavorare seriamente per sopperire a questa lacuna solo a partire dall’avvento di Trump alla Casa Bianca, mentre la “corsa” cinese al riarmo è cominciata molti anni prima.

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