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Il Comando Operazioni Aerospaziali (COA) di Poggio Renatico (FE) assicura l’efficace impiego del potere aerospaziale del nostro Paese attraverso la pianificazione e la condotta delle operazioni, in Patria e fuori dei nostri confini, sulla base delle direttive e per il livello di Comando attribuito dalle autorità superiori militari e civili. È anche il referente unico (ed ultimo) per l’attività di difesa aerea, missilistica, per le missioni di ricerca e soccorso (SAR – Search and Rescue), per il coordinamento e controllo del traffico aereo operativo (OAT) dell’Aeronautica Militare. Il COA ha assunto l’attuale denominazione il primo maggio del 2020 quando è stata introdotta, per la prima volta nella storia del nostro Paese, la capacità di controllo spaziale rappresentata dal C-SSA (Centro Space Situational Awareness), che vedremo in dettaglio nel corso della nostra trattazione insieme alle altre ramificazioni di questo importantissimo comando, che svolge un ruolo chiave anche nell’organizzazione della difesa aerea dell’Alleanza Atlantica.

Recentemente, infatti, siamo stati in visita al COA, dove abbiamo incontrato il generale di Divisione Aerea Claudio Gabellini, comandante dell’intero reparto, il generale di Brigata Giuseppe Mega, comandante della BCA (Brigata Controllo Aerospazio) e il colonnello Dario Tarantino, comandante del già citato C-SSA.

Il centro nevralgico della difesa aerospaziale nazionale

Il generale Gabellini ci ha spiegato che il COA è un comando unico nell’Aeronautica Militare, è un comando “strano” perché “non c’è nulla che vola, ma tutto ciò che vola di operativo ovunque nel mondo è gestito e controllato da qui”. Il COA, pertanto, non si ferma mai, 24 ore su 24, sette giorni su sette, 365 giorni l’anno lavorando su due sale operative sempre in funzione. Il generale ci ha spiegato che a Poggio Renatico vengono svolte mansioni imprescindibili per il Paese, perché sono legate alla nostra sicurezza: la sorveglianza dello spazio aereo, a cui fa capo la difesa aerea, il servizio SAR, il controllo del traffico operativo, che è un servizio che assicura il regolare e coordinato utilizzo dello spazio aereo da parte dei velivoli militari senza, o con limitati, impatti sul traffico aereo commerciale, favorendo, in tal modo, anche la corretta esecuzione dei trasporti operativi in volo nel mondo. Lavoro, quest’ultimo, particolarmente importante considerato il numero di persone e contingenti militari italiani rischierati intorno al globo, in quanto l’Aeronautica, per permettere a questo personale di operare e sopravvivere, mette a disposizione i propri velivoli da trasporto che vengono coordinati e gestiti dal COA. Gabellini ci ricorda che si sta parlando di operazioni fuori dei confini nazionali a distanze non indifferenti: Medio Oriente, Antartide, Iraq, sono solo alcuni esempi.

Il COA, ci spiega ancora, è il fulcro di molte attività di cooperazione nazionali e internazionali. A livello nazionale, ad esempio, ci sono accordi con altri dicasteri (Carabinieri e Polizia ad esempio), con cui si collabora quando c’è bisogno di alcuni assetti in dotazione alla Forza Armata, mentre in ambito internazionale, il COA opera in seno alla Nato come comando di componente aerea esprimendo capacità che ben poche altre nazioni possono offrire all’Alleanza. Nello specifico, ci spiega ancora il generale, il COA è l’entità responsabile di impiegare assetti aerei o aerospaziali delle altre nazioni in caso di operazioni sotto l’egida Nato.

Gabellini ci informa che il comando di Poggio Renatico è anche un centro di sviluppo dottrinale molto importante nell’architettura della difesa nazionale e dell’Alleanza. “L’impiego del potere aereo spesso sfugge ai canoni ed ai parametri di comprensione tipici degli altri domini. Quindi abbiamo creato un’articolazione dedicata, che si occupa dello sviluppo dottrinale inteso come cercare di anticipare il mondo che sarà, anticipare potenzialmente i conflitti che verranno intesi come scenari operativi” ha detto il generale comandante, ricordandoci e sottolineando come questi scenari siano cambiati in maniera sostanziale, passando da circa 20 anni di counterinsurgency ad altri completamente diversi per i quali “dobbiamo essere preparati, prima di tutto mentalmente, poi culturalmente e dottrinalmente, e quindi in quest’ottica forniamo corsi di comando e controllo della parte air e non solo, in ambito nazionale e internazionale”.

A tal proposito, gli abbiamo chiesto come sia cambiato il COA, con queste nuove minacce (che in realtà sono una riedizione di quelle vecchie), ed il generale Gabellini ci ha risposto che non è cambiato granché, precisando che “il salto concettuale che stiamo facendo riguarda quello di immaginare nuovi scenari ed essere “pronti a”, che significa essere in grado di poter utilizzare il potere aerospaziale nel modo migliore, quindi il cambiamento è stato semplicemente lo studio di nuovi scenari e individuare come introdurre nuovi assetti (ad esempio quelli di quinta generazione)”. “Pertanto – ha proseguito il generale – il nostro compito è quello di essere al passo coi tempi, o meglio di precorrere i tempi, in un mondo estremamente dinamico. Il COA ha una spiccata connotazione tecnologica perché tutto ciò che facciamo si basa sulla tecnologia e sulla consapevolezza di come impiegare questi nuovi strumenti che ci vengono messi a disposizione: dietro un assetto di quinta generazione, ad esempio, c’è tutto un sistema di comunicazione, di scambio dati, anche satellitare, utilizzato non solo con gli altri assetti che volano ma anche con quelli a terra, ed è evidente che avere assetti dalle spiccate caratteristiche senza poter comunicare con loro, perde di significato”.

Una sfida tecnologica continua quindi, quella per il COA, che viene affrontata non solo in funzione del saper utilizzare al meglio delle loro possibilità gli assetti già presenti nella nostra Aeronautica, ma è anche rivolta a quelli che, in futuro, vi entreranno in servizio, come ad esempio il nuovo caccia di sesta generazione Tempest. Il generale ci ha spiegato anche che le ristrutturazioni che sono state fatte al COA si sono rese necessarie per poter, da un lato, gestire le operazioni correnti (SAR, Sorveglianza dello Spazio Aereo, Trasporti Operativi) da parte del NASOC (National Air Space Operations Center), a cui è stato affiancato il Reparto Operazioni (RO), che in realtà era già presente ma è stato adeguato alle nuove esigenze. Il RO si occupa di “guardare oltre le operazioni correnti”, quindi “tiene i rapporti con il COVI a Roma, (il Comando Operativo di Vertice Interforze da cui dipende, per determinate funzioni, il COA ndr). Il COA gestisce pertanto la parte di componente aerea con una pianificazione a tutto tondo: logistica, relativa alle comunicazioni, finanziaria, riguardante il personale e gli assetti aerei da impiegare ecc”.

Il COA, ci spiega ancora Gabellini, è anche sede dell’Italian Air Warfare Center ovvero l’entità di studio e analisi dell’Aeronautica che elabora la dottrina finalizzata ad una continua crescita della competenza nel dominio aerospaziale: tale Centro è infatti incaricato di formare il personale, anche non italiano, per poter essere impiegato all’interno del JFAC (Joint Force Air Component), quello nazionale e quello della Nato. Inoltre il COA qualifica il personale con la propria didattica, e svolge attività continua di tutoraggio.

Parallelamente, per ottimizzare e aumentare la capacità di lavoro sinergica in modo da ottenere risultati migliori è stata creata la BCA (Brigata Controllo Aerospazio), che come vedremo a breve è un’entità che raggruppa tutto il mondo ATC (Air Traffic Control), e della difesa aerea. Questo perché, ci ha spiegato, i controllori di volo, oggi, svolgono un lavoro molto diverso rispetto a venti anni fa, passando dal ruolo di semplici esecutori di comandi base, a quello di gestori di attività complesse, a terra e in volo (ad esempio sui velivoli G-550 CAEW).

Il generale ci ha anche spiegato come il COA gestisca la capacità expeditionary land based dell’Aeronautica e come gli F35B abbiano modificato queste particolari operazioni, grazie alle possibilità intrinseche della nuova macchina mai viste prima. Veniamo a sapere così che l’expeditionary ha cambiato faccia passando da una spiccata capacità da conseguire a tutti i costi, ad un approccio più cauto, che tiene conto delle effettive necessità operative alla base di un eventuale rischieramento delle forze lontano dalla Madrepatria. Il COA, anche in quest’ambito, è l’ente che decide se è il caso di rischierare gli assetti e se è necessario posizionarli più vicini alla zona effettiva di operazioni. Gabellini ci informa che questa attività “significa allungare il braccio logistico, con le annesse problematiche tipiche di mantenere un contingente lontano e permettergli di operare, ossia comporta avere un’”impronta” importante, e quindi dei costi importanti”.

Quindi il COA organizza le attività expeditionary anche dal punto di vista delle telecomunicazioni e della capacità di protezione, pianificando non solo il deployment ma anche il resupply, ovviamente in un’attività cui partecipa tutta la Forza Armata. “Da questo punto di vista i 35 Bravo – prosegue il generale – hanno aperto un mondo totalmente nuovo per noi” che l’Aeronautica sta ancora scoprendo; siamo ancora agli inizi e quindi abbiamo avviato una serie di proof of concept (ad esempio le operazioni a Pantelleria ndr)” per capire come meglio orientare gli sforzi. È cambiato sicuramente un po’ il concetto di expeditionary, ci racconta ancora Gabellini: “Laddove prima avevamo bisogno di un setup molto più imponente anche dal punto di vista proprio del “footprint”, i Bravo ci consentono di operare da basi spartane, il che significa che non abbiamo bisogno di creare un aeroporto che, solo per funzionare, ha bisogno di una certa quantità di personale, ma basta un pezzo di pista ragionevolmente corto, infinitamente più numerose e diffuse al mondo”. In quest’ottica i Bravo “sono veri e propri game changer perché ci permettono di avere un trampolino di lancio più vicino al teatro operativo, aprendoci degli orizzonti che ci erano preclusi. Sicuramente quindi cambia il paradigma di pianificazione: sappiamo che adesso possiamo portare un assetto molto più vicino al teatro operativo con semplificazioni da un lato (rapporto distanza/capacità di carico) ma complicazioni dall’altro (sicurezza)”.

La Brigata Controllo Aerospazio

Il generale Mega ci ha invece portato nel vivo dell’attività di controllo del traffico aereo e della difesa aerea nazionale. Il COA come abbiamo visto ha in sé la BCA, comandata dal generale, e il C-SSA. In particolare ci informa che la BCA raccoglie al suo interno tutte le entità della difesa aerea e di coordinamento e controllo del traffico aereo operativo della forza armata con l’obiettivo di dirigere armonizzare e coordinare tutte le attività dell’utilizzo dello spazio aereo nazionale in coordinamento con il suo utilizzo civile.

“La BCA – prosegue Mega – ha al suo interno il Reparto DAMI (Difesa Aerea Missilistica Integrata), il reparto SCCAM (Servizi Coordinamento e Controllo Aeronautica Militare), il RMCC (Reparto Mobile di Comando e Controllo) di Bari, il RACSA (Reparto Addestramento Controllo Spazio Aereo) di Pratica di Mare e la RAMI (Rappresentanza militare) di Geilenkirchen.

Dal ReDAMI dipendono i due gruppi DAMI (11esimo di Poggio Renatico e 22esimo di Licola). Dallo SCCAM, invece dipendono i 4 reparti coordinamento e controllo dell’Aeronautica Militare che sono situati a Brindisi, Ciampino, Padova (Abano) e Linate. Mega ci informa di una peculiarità del RACSA di Pratica di Mare, ovvero dell’attività di formazione e qualificazione del personale. Gli elementi scelti per attitudine, preparazione e capacità fisiche provenienti dalle scuole di formazione AM (Viterbo per i sottufficiali e Pozzuoli per gli ufficiali) frequentano vari corsi di qualificazione che possono durare dalle tre settimane sino ai sei mesi, per la “guidacaccia”.

Mega ci informa anche che la BCA forma tutto il personale per controllo ATC, per la difesa aerea e per la meteorologia. Una parte sicuramente rilevante dell’attività della BCA, però, come detto dal generale Mega, è quella che viene svolta dai quattro centri SCCAM. Questi sono per legge collegati con il corrispondente ente civile e la gestione della singola problematica viene fatta “vis à vis nella sala operativa, tra controllore militare e civile”. Il generale ci spiega che questa caratteristica è stata sviluppata dagli anni ’80 e ha dimostrato la sua validità nella crisi dei Balcani nel 1999. “L’attività di coordinamento tra enti civili e militari avviene in continuum, 24 ore su 24. In caso di individuazione di una traccia radar anomala, ad esempio, il controllore civile avvisa quello militare, che avvisa la sala operativa, che interagisce con Torrejon in Spagna (dove si trova il CAOC – Combined Air Operations Centre della Nato per il nostro settore geografico ndr) che a quel punto riattiva l’ordine di decollo su allarme per i nostri caccia (scramble) per intercettare il velivolo, identificarlo, e qualora sia di tipo civile ripassarlo al centro di controllo italiano che da quel punto in avanti prende in carico la missione”.

Il valore aggiunto: il centro di controllo spaziale

Il colonnello Tarantino ci ha invece svelato quella che è la vera novità di Poggio Renatico, che ne ha mutato nome e attività: il C-SSA. La missione del centro, ci spiega il colonnello, è quella di esprimere una space situational awareness, ovvero la consapevolezza di ciò che accade nello spazio che si ottiene, sotto il profilo della difesa, attraverso tre funzioni: la tradizionale osservazione, lo space weather (monitoraggio attività del sole) e la space intel, ovvero una funzione prettamente militare perché orientata a comprendere il comportamento degli assetti satellitari di Paesi non cooperanti, in quanto gli stessi potrebbero in qualche modo limitare le nostre capacità satellitari, soprattutto di satelliti di utilizzo esclusivo della difesa, o in alcuni casi avere dei comportamenti “anomali” da controllare e comprendere perché potrebbero interferire nelle operazioni militari laddove il satellite sia di supporto alle operazioni militari.

Tarantino ci informa che il C-SSA nasce dalla “consapevolezza che l’osservazione dello spazio non è solo limitata al mondo civile e commerciale, per la tutela dei loro assetti spaziali, ma che l’utilizzo dello spazio riguarda anche le operazioni militari ed ne è diventato un elemento vitale, quindi va salvaguardato” pertanto “si è costituito il centro la space awareness” valorizzando il patrimonio di competenze dell’Aeronautica nella sua naturale vocazione verso lo spazio: abbiamo infatti abilità già percorse, riguardanti il volo umano, la medicina aerospaziale, e abbiamo uomini che seguono progetti di volo suborbitale.

Il colonnello ci ha ricordato un aspetto molto importante e sottovalutato dal grande pubblico: ciò che accade nello spazio ha effetti nello spazio aereo vero e proprio ma anche nella vita civile. Basti pensare ai vari servizi satellitari (Tv e Gps) o all’utilizzo per scopi civili dei satelliti (pensiamo alla geodesia), quindi tutta l’architettura satellitare va garantita.

Del resto viviamo in un’epoca in cui lo Space Warfare è tornata prepotentemente in auge a causa degli assetti spaziali di alcune potenze (Cina, Usa e Russia) che hanno dimostrato la capacità cinematica di poter far interagire due piattaforme satellitari. Tarantino ci ha ricordato che il C-SSA è a capo di una serie di sensori con cui osserva gli oggetti nello spazio, di natura radar e ottica, e che alcuni di questi, per via di costi e funzionamento complesso, sono condivisi con altri enti come l’ASI (l’Agenzia Spaziale Italiana) e l’INAF (Istituto Nazionale di Astro Fisica), proprietari di altri sensori spaziali che convergono tutti verso la sala operativa del Centro.

In particolare la nostra Forza Armata può disporre di satelliti di comunicazione come il Sicral-1b, a cui si affiancherà a breve il Sicral 2, di satelliti da osservazione della generazione Cosmos Skymed e Opsat (che lavorano nel campo del visibile e radar), questi ultimi tutti in Low Earth Orbit (Leo) a differenza dei Sicral che si trovano in orbita geostazionaria.

Il colonnello ci informa che il futuro del centro sarà quello di saper conservare questa competenza acquisita, valorizzarla e soprattutto migliorarla. “Il futuro del centro sta nella sua capacità di confronto, che è trasversale, riguarda il potenziamento di uomini e mezzi che è già stato strutturato con un piano decennale, ma riguarda anche il confronto con realtà extra dicasteriali di altri paesi (Francia, Germania e Spagna in particolare)”, ha detto ancora Tarantino, ricordandoci che dobbiamo continuare a fare “sistema” con investimenti tecnologici nel settore spaziale perché l’Italia esprime competenze che non sono da meno rispetto a quelle di altri Paesi.

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