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Tornano a soffiare venti di guerra sulla penisola coreana. L’escalation della tensione provocata dall’ultimo test missilistico di Kim Jong Un ha spinto gli Stati Uniti a coordinarsi con i partner asiatici per offrire una risposta rapida e mediaticamente e militarmente efficace.

La Corea del Nord ha spostato le lancette indietro nel tempo al 2017. A quando cioè, al culmine del braccio di ferro con l’allora presidente statunitense Donald Trump, Pyongyang lanciò un Hwasong-12 verso il Giappone che, anche in quell’occasione, sorvolò l’isola di Hokkaido prima di schiantarsi in mare. Si dà il caso che l’Hwasong-12 sia lo stesso missile balistico a raggio intermedio (IRBM) impiegato dal Nord lo scorso 3 ottobre, con tanto di traiettoria quasi identica. Certo, a differenza di cinque anni fa, il recente lancio è avvenuto da Mupyong-ri, nei pressi del confine centrale tra Corea del Nord e Cina, e non da un sito limitrofo a Pyongyang.

Ci sono inoltre altre due differenze fondamentali. Oggi la Corea del Sud è presieduta da un leader conservatore, Yoon Suk Yeol, molto diverso dal suo predecessore, Moon Jae In, e desideroso di reagire ad ogni provocazione proveniente dal Nord. In sottofondo, poi, sembra si stia rinsaldando l’asse tra Vladimir Putin e Kim Jong Un, con possibili, futuri, collegamenti tra la guerra in Ucraina e la nuova crisi coreana.

In uno scenario del genere gli Stati Uniti si ritrovano a fronteggiare due minacce, Russia e Corea del Nord, in due regioni diametralmente opposte, in aggiunta alla vera sfida sistemica rappresentata dalla Cina. Che, per aggiungere ulteriori pressioni su Washington, è legata a Mosca da un’ “amicizia senza limiti” e a Pyongyang da interessi geopolitici comuni.

Mentre Kim Jong Un potrebbe presto effettuare un altro test, questa volta nucleare, nei corridoi della Casa Bianca si cerca una soluzione per tamponare il secondo fronte di crisi dopo quello inerente al conflitto ucraino. E non solo per scongiurare la ripresa della guerra di Corea o qualcosa di simile, ma anche per evitare che l’immagine degli Stati Uniti possa essere compromessa da Kim. La sfida della Corea del Nord alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, risoluzioni che, almeno all’apparenza, le impedirebbero di possedere tecnologie missilistiche balistiche, ha infatti nuovamente messo in luce l’impotenza della comunità internazionale – in particolare degli Usa e dei suoi principali alleati in Asia orientale, Giappone e Corea del Sud – nel tenere a freno Pyongyang.



Verso una difesa trilaterale?

Tra missili tattici, missili di difesa aerea, missili da crociera e altre varie gamme di missili balistici, il 2022 è stato l’anno più impegnativo di sempre dal punto di vista del numero di test effettuati dalla Corea del Nord. In tutto questo, come ha giustamente fatto notare Asia Times, Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone sono sotto stress. La Cina, invece, alla vigilia del fondamentale XX Congresso del Partito Comunista Cinese, potrebbe subire il contraccolpo indiretto della risposta del blocco a trazione statunitense.

Nel caso in cui Kim dovesse continuare ad alzare il livello delle sue provocazioni, Washington sarebbe pronta a cooperare con Seoul e Tokyo per allestire un sistema di difesa missilistica trilaterale. A quel punto, se, come più volte visto, Pechino ha mostrato irritazione sia per una maggiore presenza statunitense nella regione, che, soprattutto, per il dispiegamento del Terminal High Altitude Area Defence (THAAD) sul territorio sudcoreano, è lecito chiedersi come potrà reagire il Dragone al cospetto di un ipotetico sistema di difesa Usa-Giappone-Corea del Sud.

Il presidente cinese Xi Jinping ha due opzioni: entrare a gamba tesa nei confronti di Kim Jong Un, in modo tale da far calmare le acque sulla penisola coreana, oppure sfruttare la situazione per innalzare, a sua volta, le tensioni con Washington e regolare i conti dopo le schermaglie su Taiwan. Detto altrimenti, bisognerà capire se il gigante asiatico vorrà sfidare gli Usa oppure rimandare il confronto a data da destinarsi (ipotesi più probabile).



Un rebus senza soluzioni

Giappone e Corea del Sud hanno condannato l’azione di Pyongyang. “Le azioni della Corea del Nord, compresi i ripetuti lanci di missili balistici, minacciano la pace e la sicurezza del Giappone, della regione e della comunità internazionale, e rappresentano una seria sfida”, ha tuonato il portavoce del governo giapponese, Hirokazu Matsuno.

Il presidente sudcoreano Yoon ha parlato di “risposta risoluta”. Seoul e Washington hanno lanciato sei missili (2 Hyunmoo-2 e 4 Atacms) nel Mar del Giappone contro bersagli simulati. Per la cronaca, un missile balistico Hyumoo-2 si è schiantato al suolo per errore, senza causare vittime, ma provocando un’esplosione e un incendio all’interno di una base aerea vicino alla città costiera sudcoreana di Gangneung, provocando allarme tra i residenti che pensavano di essere sotto l’attacco dalla Corea del Nord.

Non è da escludere che Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud possano effettuare nuove esercitazioni di rappresaglia, riproponendo le manovre recentemente concluse che hanno coinvolto la portaerei statunitense USS Ronald Reagan. La Reagan, tra l’altro, ha deciso di tornare nel Mare dell’Est modificando il suo piano operativo.”Il ridispiegamento della portaerei Reagan nel Mare orientale è conforme all’accordo tempestivo e coordinato tra i leader della Repubblica di Corea e gli Stati Uniti per schierare risorse strategiche statunitensi”, ha spiegato un funzionario del Joint Chiefs of Staff, secondo quanto riferito dal quotidiano sudcoreano Chosun Ilbo.

Al di là di risposte ed esercitazioni fini a se stesse non ci sono tuttavia altre opzioni sul tavolo, a meno di non voler scatenare un conflitto militare. Affidarsi ad una risposta multilaterale e unificata del Consiglio di Sicurezza dell’Onu è ormai un’utopia. Lo abbiamo visto lo scorso maggio quando Cina e Russia hanno posto il veto a un’intensificazione delle sanzioni contro la Corea del Nord proposta dagli Stati Uniti. E, in ogni caso, le precedenti sanzioni non hanno affatto fermato i programmi missilistici e nucleari del Nord.

L’unica soluzione al rebus potrebbe allora consistere, come anticipato, in una cooperazione trilaterale tra Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti sulla difesa missilistica. In quel caso Washington potrebbe pensare di frenare l’impeto di Kim. Ma si ritroverebbe, quasi certamente, a fronteggiare l’ira di Xi.

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