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L’ultima offensiva missilistica scatenata contro Israele è forse la più violenta che si ricordi, e non è un caso. Secondo le Idf (Israel defense forces), oltre 1050 razzi e colpi di mortaio sono stati lanciati dalla Striscia di Gaza verso il territorio dello Stato ebraico dalla sera del 10 maggio, di cui 200 non sono riusciti a superare il confine e sono caduti all’interno dell’enclave.

Oltre 400 sono stati diretti in profondità nel territorio israeliano in due enormi ondate la sera dell’11 e dalle 3 del mattino circa di mercoledì 12. Si tratta del più pesante attacco sin dal 2014. Per fare un paragone, proprio quell’anno, a luglio sono stati sparati 2874 razzi e 15 colpi di mortaio, ma distribuiti nell’arco di tutto il mese, con un picco di 197 il 10. Quella di questi giorni assume le caratteristiche, quindi, di un’offensiva senza precedenti per il rateo dei lanci effettuati.

Come funziona Iron Dome

Questa peculiarità del recente attacco non è affatto casuale, e dipende dalle caratteristiche del sistema difensivo israeliano Iron Dome. Si tratta di un complesso strumento da difesa aerea in grado di intercettare razzi, colpi di mortaio, Uav di cui ricorrono proprio quest’anno i 10 anni dell’ingresso in servizio.

Iron Dome è formato da tre elementi fondamentali: un radar di scoperta e tracciamento, un sistema di controllo del fuoco e gestione della situazione di combattimento (Bmc) ed una unità di lancio missili (Mfu).

Una batteria di Iron Dome consiste di tre/quattro lanciatori fissi trasportabili su camion ciascuno dei quali dotato di 20 missili “Tamir” associati ad un radar sviluppato dalla israeliana Elta. Ogni batteria può coprire un’area di approssimativamente 150 km quadrati con un raggio di azione compreso tra i 4 ed i 70 chilometri.

Il missile “Tamir”, cuore del sistema, è lungo tre metri ed ha una circonferenza di 160 millimetri per un peso di circa 90 chilogrammi. È equipaggiato con un sensore elettro-ottico e ha alette stabilizzatrici mobili in grado di dargli un buon grado di possibilità di cambiare la traiettoria di volo. La testata di guerra, esplosiva, viene innescata da un sensore di prossimità.

Iron Dome lavora, secondo il concetto di difesa area multistrato, di concerto con i Patriot, e coi sistemi Arrow-2 e 3, David’s Sling ed Iron Beam pensato per poter intercettare i più insidiosi proietti di mortaio.

Il successo più eclatante di Iron Dome è stato durante l’Operazione Pillar nel novembre 2012. L’operazione è iniziata nel pomeriggio del 14 novembre e, quando la sera del 21 entrò in vigore il cessate il fuoco, 1506 razzi erano stati lanciati contro Israele. Di questi 875 sono risultati caduti in aree non abitate e quindi non sono stati intercettati da Iron Dome. Altri 152 lanci sono da considerarsi falliti (questo significa i razzi sono caduti nella Striscia di Gaza) pertanto il sistema israeliano risulta aver intercettato 421 razzi, mancandone 58 caduti in aree edificate causando danni.

L’efficacia della “Cupola di Ferro”

Fonti ufficiali israeliani danno la percentuale di intercettazione di Iron Dome compresa tra l’85 e il 90%; secondo le statistiche dell’industria produttrice, la Rafael, questa si assesterebbe fermamente al 90%. Sono dati non privi di controversie: nel 2014 un ricercatore dimostrò che l’efficacia era molto più bassa (tra il 6 ed il 12%) e lo “scudo” era dato per la maggior parte dalla prontezza del sistema di allarme precoce di Israele e dall’avere un alto numero di rifugi, che insieme all’addestramento della popolazione, che in caso di attacco sa esattamente cosa fare, ha ridotto drasticamente il numero delle vittime.

In attesa che l’offensiva di Hamas di questi giorni termini, e quindi di poter sapere quanti razzi e colpi di mortaio sono stati sparati in totale e quanti sono stati intercettati, possiamo però fare alcune considerazioni tattiche su quanto sta accadendo.

Iron Dome, come tutti i sistemi di difesa antimissile, nonostante la concentrazione di strumenti atti a rispondere in modo appropriato a diverse offese, ha una falla: in caso di attacco di saturazione, ovvero quando si trova a dover affrontare un alto numero di proietti o razzi, non riesce a eliminarli tutti e qualcuno sfugge alle “maglie” del sistema. Questo è tanto più possibile quanto più è alto il rateo di lancio.

Iron Dome ha quindi un “punto di saturazione” oltre il quale vede la sua efficacia diminuire. Il sistema, cioè, è in grado di intercettare un certo numero (non pubblicato) di bersagli contemporaneamente e non di più. Il lancio massiccio di razzi, effettuato in un’unica salva concentrata, può quindi riuscire a sfondare le difese e causare danni. Questa, stando a quanto ci riporta la cronaca degli ultimi giorni, è proprio la tattica usata da Hamas per la sua offensiva, che quindi sembra aver fatto tesoro delle esperienze fatte negli anni precedenti.

Un problema comune

Una falla, quella di Iron Dome, che non è peculiare solo del sistema israeliano, ma che è comune a tutti gli strumenti antimissile in servizio, dai Patriot e Thaad statunitensi, agli S-300 e 400 russi, passando per il Gmd antimissili balistici sempre di fabbricazione Usa. Questo aspetto può essere mitigato assumendo un’architettura multistrato (e quindi multisistema): l’ombrello Abm (Anti Ballistic Missile) degli Stati Uniti, ad esempio, prevede diversi sistemi che lavorano in coordinazione, su più livelli, e dispiegati su un’ampia area geografica.

L’Aegis – imbarcato e ashore – il Thaad, il Gmd ed i Patriot forniscono una copertura maggiore a difesa dei missili balistici proprio grazie a queste caratteristiche appena citate, ma in caso di attacco massiccio la loro efficacia nell’intercettare tutti i vettori, e quindi eliminare la minaccia, resta fortemente in discussione, e possiamo dire, con ragionevole certezza, che lo “scudo” lascerebbe passare qualche decina di vettori.

Per quanto riguarda la minaccia data da razzi campali e colpi di mortaio trovano utile impiego anche sistemi tipo C-Ram – una sorta di Ciws (Close In Weapon System) terrestre – ma anche in questo caso vale la stessa considerazione fatta per un attacco di saturazione.

Troppi e troppo vicino

Tornando a Iron Dome e alla sua efficacia, bisogna considerare anche alcune peculiarità date dalla geografia e dal sistema stesso: gli attacchi vengono sferrati dalla Striscia di Gaza, che possiamo considerarla un’enclave stretta tra il mare, Israele e l’Egitto, quindi a pochissima distanza dagli obiettivi nello Stato ebraico.

Il sistema israeliano, poi, risulta incapace di far fronte a minacce a brevissimo raggio: non può abbattere razzi o proiettili la cui gittata è inferiore a 5-7 chilometri. Inoltre sembra che Iron Dome abbia difficoltà a intercettare razzi sparati su traiettorie “piatte” anche su distanze più lunghe (fino a 16-18 chilometri). Qualcosa che ci ricorda molto la tattica usata dai veicoli di rientro (Rv) per missili balistici tipo Hgv (Hypersonic Glide Vehicle) di fabbricazione russa che, avendo un profilo di volo molto più basso rispetto ai classici Rv, rendono molto difficoltosa la loro intercettazione restando non visibili dai sistemi di ingaggio radar per lungo tempo, fattore a cui va sommata la loro estrema velocità.

Prima però di trarre ulteriori considerazioni su quanto Iron Dome abbia realmente neutralizzato la maggior parte degli attacchi missilistici a cui stiamo assistendo in questi giorni dobbiamo aspettare che l’offensiva termini, in quanto si tratta della prima volta che Hamas utilizza i suoi razzi in questo modo.

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