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Tra le grandi potenze europee alleate degli Usa nella Nato il Regno Unito di Boris Johnson è quella maggiormente attiva in queste settimane a promuovere il contrasto strategico alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Da tempo Londra promuove, con un’insistenza ancora maggiore rispetto agli Usa, la sfida a tutto campo a Vladimir Putin e nelle giornate seguite all’azzardo del 24 febbraio non ha esitato a fornire il suo contributo.

Il Regno Unito ha iniziato sin dalle prime ore della guerra, assieme alla Polonia, a fornire armi a Kiev; ha chiuso rapidamente pacchetti di sanzioni draconiane contro la finanza russa e gli oligarchi; ha promosso un preallarme delle forze strategiche nucleari. Da ultimo, Johnson ha deciso di rinfrescare la struttura della Joint Expeditionary Force, la “Nato del Nord” che racchiude otto nazioni dell’Alleanza Atlantica assieme ai suoi nuovi partner più stretti nel contrasto alle mire russe, Svezia e Finlandia. Oltre a Londra, Helsinki e Stoccolma la Jef include Olanda, Norvegia, Estonia, Lettonia, Lituania, Danimarca e Islanda, che sono membri Nato. Essa rappresenta un’alleanza strutturata attorno alla necessità dei Paesi membri di fornire un corpo di spedizione e risposta rapida alle possibili operazioni di schieramento strategico nel quadrante del Mare del Nord, del Baltico e dell’Europa orientale.

Dal 2012, col concetto strategico britannico studiato dal Chief of the Defence Staff, Generale Sir David Richards, Londra si è voluta dotare di una strutturazione di comando complementare a quella americana nell’Alleanza. E oggi la riscopre con decisione. Johnson lo ha anticipato in un’intervista all’Economist. Al contrario della più strutturata controparte atlantica, la Jef, scrive Il Foglio, “è una forza di sicurezza nordica e, a differenza della Nato, non ha bisogno di un consenso interno per schierare le truppe: basta l’iniziativa del Regno Unito” che ha in capo la scelta di come dispiegare e muovere le unità fornite dai Paesi membri. Un’alleanza che unisce tre Paesi Nato non membri dell’Ue (Regno Unito, Norvegia e Islanda) e due membri Ue non Nato, mette in campo l’asse tra Londra e la Nuova lega anseatica europea a guida olandese, mostra la comunanza degli interessi nordici è il viatico con cui ora il Regno intende aumetare la presenza militare ai confini ucraini.

C’entra il contrasto alla Russia, c’entra la volontà di Johnson di dare un segno all’Ucraina e ai suoi alleati a Est, Polonia in testa, sulle buone volontà di interessarsi al concerto continentale, c’entra la vecchia lezione strategica di creare faglie geopolitiche nell’Ue: fatto sta che dopo il leader tra i suoi leader nella giornata del 14 marzo il Jefi si prepara a schierarsi nei Paesi del fronte Nord del contenimento alla Russia. E Londra così facendo ottiene due risultati: rinverdisce la Global Britain e si mostra in grado di capacità di deterrenza autonoma. Inoltre, il Jef è un ponte attraverso cui l’atlantismo di Paesi come la Svezia e la Finalndia può essere espresso senza dover riguardare come imminente un ingresso nella Nato. Helsinki può essere unito a Londra come importante partner securitario, Stoccolma è già una preziosa alleata in programmi quali Tempest. Dunque anche per il fronte della proiezione securitaria e industriale Londra può far progressi.

La Jef si struttura per essere un’alleanza che il Regno Unito può mobilitare in tempi rapidi chiedendo agli alleati unità di terra, mare e aria per creare delle forze di intervento rapido in grado di promuovere strategie di deterrenza. In questo caso possiamo immaginare uno schieramento tra Norvegia e Mar Baltico, il rimpinguamento del potenziale aeronavale nel Nord, la ricerca di un contrasto più aperto alla Russia. “Gli europei”, in questa fase “pensano all’autonomia strategica, il Regno Unito pensa al suo sogno global post Brexit, tutti credono che la Nato sia troppo poco reattiva” e il Jef mira proprio a promuovere una visione più elastica e autonoma da parte di Londra e alleati. L’asse tra Jef e Polonia segnala la prima linea del contrasto anti-russo in campo euroatlantico. Il Jef serve anche a portare pressoché ufficialmente nel campo anti-russo Paesi formalmente neutrali ma spaventati dalle mosse degli uomini di Putin.  Johnson nella giornata odierna ha dichiarato che questo “è un momento di scelta per il mondo, di scelta tra libertà e oppressione. Se Putin avesse successo si darebbe il semaforo verde a tutti gli autocrati del mondo. La sua è stata una scelta catastrofica, che deve fallire”.

Il Regno Unito intende dunque fornire una chiara visione sul suo contrasto deciso alla Russia e chiudere a ogni trattativa tra Mosca e l’Occidente mobilitando la Jef. Inoltre, con l’apertura del sostegno all’Ucraina sotto forma di deterrenza, Londra manda un altro messaggio: posto che l’ingresso di Kiev nella Nato è impossibile, una strategia percorribile in futuro data la consolidata alleanza con Londra potrebbe essere proprio l’entrata nell’Ucraina nella coalizione a guida britannica. Che a dispetto di quella atlantica è strutturata come destinata a esser chiamata in causa per missioni ad hoc o esercitazioni e potrebbe essere un perno di contato con l’Occidente molto più funzionale e gestibile per Kiev. La mossa di contrasto a Putin da parte di BoJo e l’avvertimento lanciato alla Russia potrebbero, paradossalmente aver portato alla messa in evidenza di una nuova opzione diplomatica su cui trattare la fina della tempesta ucraina.

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