La Cina ha completamente militarizzato almeno tre delle numerose isole artificiali che ha costruito nel Mar Cinese Meridionale, armandole con sistemi missilistici antinave e antiaerei, apparecchiature laser e di disturbo nonché velivoli da combattimento.

A lanciare l’avviso, che suona come l’ennesimo campanello di allarme sull’attività assertiva di Pechino in quello specchio d’acqua conteso, è stato il comandante delle forze statunitensi nell’Indo-Pacifico, l’ammiraglio John C. Aquilino. In un’intervista ad Associated Press, l’ammiraglio Aquilino ha detto che “negli ultimi 20 anni abbiamo assistito al più grande rafforzamento militare dalla Seconda Guerra Mondiale da parte della Repubblica Popolare Cinese (RPC)”, aggiungendo che “hanno trasferito tutte le loro capacità e questo potenziamento è destabilizzante per la regione”. Aquilino ha anche ricordato che queste azioni ostili sono in netto contrasto con le precedenti assicurazioni del presidente cinese Xi Jinping secondo cui Pechino non avrebbe trasformato le isole artificiali nelle acque contese in basi militari.

Non ci sono stati commenti immediati da parte dei funzionari cinesi con Pechino che sostiene che il suo schieramento militare è puramente di natura difensiva, organizzato per proteggere quelli che dice essere i suoi diritti sovrani. La Cina, infatti, considera il Mar Cinese Meridionale nella sua interezza, come “acque territoriali”, in funzione della cosiddetta “Nine Dash Line” (Linea dei Nove Tratti): una demarcazione risalente al periodo immediatamente successivo al termine della Seconda Guerra Mondiale che ne riprende una ancora precedente, datata 1935.

Questa divisione, del tutto arbitraria, esula dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS) – ratificata dalla stessa Cina peraltro – che limita le acque territoriali a uno spazio non superiore alle 12 miglia nautiche dalla costa. Il diritto internazionale ha istituito anche, nel 1982, quella che si definisce Zona di Esclusività Economica (ZEE), ovvero la porzione di mare adiacente alle acque territoriali, che può estendersi fino a 200 miglia dalle linee di base dalle quali è misurata l’ampiezza del mare territoriale. Uno Stato costiero, pertanto, può rivendicare diritti esclusivi di sovranità in materia di esplorazione, sfruttamento, conservazione e gestione delle risorse ittiche oltre ad avere giurisdizione in materia di installazione e utilizzazione di isole artificiali, impianti e strutture, e può adottare leggi e regolamenti in molteplici settori. Tuttavia non si può impedire agli altri Stati la navigazione e il sorvolo della ZEE, come pure il suo utilizzo per la posa di condotte e cavi sottomarini.

Buona parte del Mar Cinese Meridionale cade al di fuori del limite delle 200 miglia della ZEE cinese, ma nonostante questo Pechino avanza da tempo diritti di sovranità su tutto quello specchio d’acqua, che si estende sino ai vitali accessi dello Stretto della Malacca. Per questo la Cina è entrata in contrasto con gli altri Stati rivieraschi, in particolare con Vietnam, Filippine, Indonesia e Malesia, che non intendono accettare questa prevaricazione del diritto internazionale, supportati dagli Stati Uniti, che si sono sempre eretti a garanti della libertà di navigazione dei mari e dei cieli.

La Cina ha lentamente, ma costantemente, aumentato la propria presenza in quelle acque occupando alcune isole negli arcipelaghi delle Spratly e delle Paracelso, e costruendone di artificiali. Pechino ha sempre sostenuto che le infrastrutture sarebbero state di tipo civile, ma nel tempo ha progressivamente dispiegato sistemi d’arma, come missili antiaerei e antinave. Nel 2018, sull’aeroporto dell’isola Woody, nelle Paracelso, per la prima volta si sono visti i bombardieri H-6K della PLAAF (People’s Liberation Army Air Force), mentre i caccia ormai vengono dispiegati a rotazione.



Seguendo una strategia che in inglese si definisce “salami slicing”, della “fetta di salame”, ovvero un modus operandi che prevede di effettuare piccole azioni che singolarmente non provocano un’escalation, Pechino nel corso degli anni sta mettendo la comunità internazionale davanti al fatto compiuto: lo scorso settembre, ad esempio, mentre il mondo era “distratto” dal convulso epilogo della guerra in Afghanistan, la Cina ha compiuto il primo vero passo verso la nazionalizzazione del Mar Cinese Meridionale stabilendo per diverse categorie di navi l’obbligo a comunicare i propri dati alla Guardia Costiera (MSA – Maritime Safety Administration) prima di entrare nel Mar Cinese Meridionale.

Pechino ha cambiato nel tempo il suo modo di porsi nei confronti dei sorvoli e dell’ingresso di naviglio militare in quel mare: ora se ci si avvicina agli avamposti tenuti dai cinesi nell’arcipelago delle Spratly si viene ripetutamente avvertiti dai cinesi che si è entrati illegalmente in quello che, per loro, è territorio cinese e viene ordinato di allontanarsi. Anche durante un recente volo di ricognizione di un pattugliatore marittimo statunitense tipo P-8 Poseidon la comunicazione radio è stata che “la Cina ha la sovranità sulle isole Spratly e sulle aree marittime circostanti. Stai lontano immediatamente per evitare valutazioni errate” lasciando intendere che ci sarebbero potute essere conseguenze gravi per “l’intrusione”.

Nella missione di ricognizione del Poseidon effettuata vicino agli atolli occupati dalla Cina, sono stati osservati edifici a più piani, magazzini, hangar, infrastrutture portuali, piste e strutture che l’ammiraglio Aquilino ritiene fossero radar. Vicino a Fiery Cross, in particolare si sono viste ancorate più di 40 navi non specificate. Aquilino ha ancora affermato che sulla base delle ultime osservazioni, la costruzione di postazioni missilistiche, hangar per aerei, sistemi radar e altre strutture militari su Mischief Reef, Subi Reef e Fiery Cross sembrava essere stata completata, ma resta da vedere se la Cina continuerà a farlo anche in altre isole.

“La funzione di quelle isole è quella di espandere la capacità offensiva della RPC oltre le loro coste continentali”, ha affermato, e non ha tutti i torti. Lungo quella che viene chiamata “First Island Chain”, o Prima Catena di Isole, la Cina intende stabilire un perimetro “di sicurezza”, com’è definito dal Politburo, per proiettare la propria potenza verso le acque aperte dell’Oceano Pacifico: la costruzione di una “blue water navy”, ovvero di una marina militare d’altura, è rivolta proprio a questo obiettivo. Chiaramente per farlo a Pechino serve avere un certo livello di profondità strategica sul mare, avendo alle spalle una potenza continentale come la Russia che ora è “amica”, e pertanto la militarizzazione degli isolotti del Mar Cinese Meridionale, in cui possiamo ora dire che siano nate vere e proprie bolle A2/AD (Anti Access/Area Denial) è qualcosa di imprescindibile. Inoltre controllare quello specchio d’acqua conteso significa controllare le linee di comunicazione marittima che passano dallo Stretto della Malacca, vero nodo gordiano per la sicurezza di Pechino che teme possa essere bloccato dalla U.S. Navy, insieme agli altri stretti che permettono l’accesso all’Oceano Pacifico, strangolando così l’economia e la stessa Cina. Del resto le pretese cinesi su un altro arcipelago, quello delle Senkaku, questa volta col Giappone, trova spiegazione proprio pensando alla volontà di garantirsi accessi liberi al mare aperto. Si capisce anche, quindi, perché Taiwan diventi fondamentale, e come questa “anomalia” debba essere risolta al più presto da parte di Pechino, anche con un’azione militare.

Crediamo che a nulla serviranno gli appelli di Washington e di altri Stati rivieraschi per risolvere le controversie territoriali sul Mar Cinese Meridionale in un arbitrato internazionale: Pechino, così come Mosca, ritiene il sistema di regolamentazione del diritto internazionale non adatto perché espressione della volontà “occidentale” e quindi a trazione statunitense. Pechino e Mosca vogliono riscrivere queste regole, e per farlo la Cina sta lentamente cambiando lo status quo con la sua politica del salami slicing, ma arriverà il giorno in cui si giungerà a un punto di rottura, e anche per questo a Pechino stanno studiando attentamente quanto sta accadendo in Ucraina, soprattutto dopo l’abbandono dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti lo scorso agosto.

A riprova della scarsa considerazione in cui è tenuto l’ordine internazionale (o parte di esso) in quel di Pechino, ricordiamo che quando il tribunale arbitrale sostenuto dalle Nazioni Unite che ha gestito il caso della sovranità sul Mar Cinese Meridionale ha invalidato le sue pretese storiche ai sensi della Convenzione sul Diritto del Mare, la Cina ha respinto la sentenza affermando fosse una farsa e ha continuato a sfidarla.

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