“Dedicare tutte le energie per prepararsi al combattimento e migliorare la capacità in guerra”. Lo scorso 9 novembre, e cioè pochi giorni prima dell’incontro con Joe Biden, Xi Jinping ha visitato il centro di comando delle operazioni congiunte della Commissione militare centrale (Cmc) lanciando un chiaro messaggio all’esercito cinese.

Le sue dichiarazioni capeggiavano in prima pagina sul Quotidiano del popolo, assieme ad una fotografia tagliente, nella quale si poteva notare il presidentissimo, in tuta mimetica e anfibi ai piedi, affiancato dai vertici militari. L’esercito, nelle parole di Xi, avrebbe anche dovuto “difendere risolutamente la sovranità nazionale e la sicurezza nazionale” poiché la Cina si sta trovando in una situazione di sicurezza” instabile e incerta”.

Certo, il leader cinese ha ordinato alle truppe di concentrarsi sulla preparazione alla guerra anche in altre occasioni, negli anni passati (in primis nel 2013), ma questa volta sono filtrati altri messaggi. Xi Jinping, ad esempio, ha sottolineato come “il mondo sta attraversando cambiamenti più profondi mai visti in un secolo”, spiegando che “la sicurezza nazionale cinese sta affrontando una maggiore instabilità e incertezza e che i suoi compiti militari rimangono ardui”. Xi si è poi concentrato sul termine combattimento più che su quello di guerra, anche se in Occidente molti media hanno utilizzato le due parole come sinonimi.

Esercito, addestramento, guerra: tre parole che, almeno in teoria, non lasciano dormire sogni tranquilli. Bisogna tuttavia cercare di inquadrare il senso di queste frasi. La lealtà e il coraggio tanto evocati negli anni passati hanno lasciato spazio al tema della sicurezza. Parola chiave, per altro, che nel documento programmatico dell’ultimo Congresso del Partito Comunista Cinese si è ritagliata uno spazio rilevante, con una frequenza di utilizzo pari al +65% rispetto al XVIII Congresso del 2012. In sostanza, a differenza del passato, oggi la Cina oscilla tra instabilità e incertezza globali che possono minarne la sicurezza nazionale.

La foto di Xi “versione militare” è stata diffusa ben prima del meeting con Joe Biden avvenuto a margine del G20 di Bali. In quei giorni di inizio novembre, infatti, il presidente statunitense affermava di esser pronto a discutere con il suo omologo cinese di Taiwan ma “senza fare concessioni” di alcun tipo. Pechino consigliava a Washington di smettere di “usare i rapporti commerciali come un’arma” e di “lavorare con la Cina per evitare incomprensioni”.



Il messaggio di Xi

Definito il contesto generale, vale la pena soffermarsi sul resto. Il simbolo dell’uniforme militare e le dichiarazioni sono senza ombra di dubbio due messaggi chiari e forti. Ma, al di là di quello, è utile dare uno sguardo ai nuovi volti del Politburo cinese.

Tra i 24 uomini che formano l’ufficio politico del Partito troviamo diversi volti dotati di un background militare. Troviamo, ad esempio, il generale He Weidong, comandante del Teatro di operazioni orientale, e cioè la prima linea di fronte a Taiwan, il capo dell’intelligence Chen Wenqing e Zhang Guoqing, Yuan Jiajun, Ma Xingrui, Li Ganjie e Liu Guo Zhong, e cioè personaggi che vantano esperienze lavorative all’interno del complesso militare e industriale. Altro dato curioso: ben 15 dei 24 volti del Politburo hanno gestito, su più livelli, la delicata questione taiwanese.

Le frasi di Xi, dunque, rappresentavano un chiaro tentativo di tracciare una linea rossa in attesa del meeting con Biden. Va da sé che la linea rossa cinese si chiama Taiwan. Detto altrimenti, il Dragone ha fatto capire di aver intenzione di dialogare con gli Stati Uniti – i temi non mancano: dal clima alla guerra in Ucraina – ma senza concedere sconti su Taipei. In caso contrario, qualora cioè Biden dovesse bypassare o riadattare la One China Policy secondo altri scopi, allora Pechino sarebbe pronta a rispondere con tutti i mezzi.

Guerra e pace

Quindi la Cina si sta davvero preparando ad una guerra? Dal rafforzamento dell’esercito alla costruzione di nuove navi, dalle parole di Xi al contesto globale infuocato, si potrebbe presumere che effettivamente Pechino stia per prepararsi ad un conflitto. In realtà, e la conferma è arrivata dal citato G20 di Bali, il Dragone vorrebbe risolvere le contese internazionali attraverso la via della diplomazia. Se non altro per non aggravare ulteriormente l’economia nazionale, già fin troppo vessata dalla politica Zero Covid e per evitare pericolosi rischi. Allo stesso tempo, tuttavia, se qualcuno dovesse superare una delle linee rosse tracciate da Xi in persona, allora i cinesi sarebbero pronti a combattere.

Intanto, dal 2009 al 2018, la Cina ha incrementato dell’83% la cifra investita nelle spese militari. Nello stesso lasso di tempo, gli Stati Uniti hanno ridotto quel budget del -17%, così come il Regno Unito. Dal 1999 al 2019, inoltre, come fa notare l’International Institute for Strategic Studies, la Repubblica Popolare Cinese ha modernizzato il proprio esercito sfornando sottomarini moderni (+36), navi da guerra altrettanto moderne (+48) e jet di quarta generazione (+837). Anche se, va ricordato, gli Usa spendono, da soli, per la Difesa, più di Cina, India, Uk, Russia, Francia, Germania, Arabia Saudita, Giappone e Corea del Sud messi insieme: 801 miliardi di dollari contro 777 milioni circa. In sostanza, il rafforzamento militare della Cina potrebbe essere uno strumento di hard power, nella speranza che far capire di essere pronti a combattere potrebbe spingere i rivali ad allentare la pressione.

Attenzione però, perché gli scenari critici – che potrebbero portare ad uno scontro militare – non mancano affatto. C’è il nodo Taiwan, per il quale la Cina potrebbe seriamente pensare di entrare in guerra, soprattutto se l’attuale status quo dovesse essere infranto da “attori esterni”. Troviamo poi la disputa con l’India, da incrociare con il rafforzamento dell’asse Cina-Pakistan, con i pakistani acerrimi rivali di Nuova Delhi, e l’intricata questione relativa al Mar Cinese Meridionale dove, oltre alla questione taiwanese, permangono antiche rivalità marittime. Caldissima è poi la questione coreana, con la Corea del Nord pronta – si dice – ad effettuare un nuovo test nucleare. Il dinamismo di Kim Jong Un potrebbe spingere gli Stati Uniti a spostare armamenti nella regione, provocando apprensione al di là della Muraglia. C’è, infine, il testa a testa con gli Stati Uniti. Xi e Biden si sono incontrati, la de-escalation sembra avviata. Ma le variabili impazzite non mancano e potrebbero stravolgere il quadro.  

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