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Tra le aree di interesse del Trattato del Quirinale, una in particolare può incidere in modo sensibile sul futuro delle relazioni italo-francesi e sul coordinamento di Francia e Italia: la difesa. In un momento in cui la difesa comune europea sembra essere la stella polare dell’agenda di Bruxelles e della diplomazia di Parigi, l’accordo firmato da Emmanuel Macron e Mario Draghi appare perfettamente in linea con l’interesse sempre più forte nei confronti della difesa e della sicurezza. Un ambito complesso, perché racchiude non solo esigenze di natura militare, ma anche politiche, di intelligence, di sicurezza nazionale in senso lato fino al non meno importante settore dell’industria della difesa.

Il testo del Trattato

L’accordo di “cooperazione bilaterale rafforzata” mette al centro proprio difesa, sicurezza e politica estera. Segmenti diversi ma tra loro fortemente uniti che Italia e Francia provano – “ove possibile” – a coordinare tra di loro “ovunque i loro interessi strategici s’incontrino”. Entrando nel dettaglio del testo, fermo restando l’adempimento di tutte le parti dei trattati Nato e Ue, Roma e Parigi promuovono consultazioni bilaterali coordinandosi in particolare sulle iniziative di difesa dell’Unione Europea. I due Paesi si impegnano inoltre a tenere regolarmente “incontri bilaterali istituzionalizzati nel settore della difesa” e del Consiglio italo-francese di Difesa e Sicurezza, organo che riunisce i ministri degli Esteri e della Difesa dei due paesi firmatari dell’accordo del Quirinale.

Sul fronte industriale, tema delicato per i complessi rapporti di partnership e di rivalità che legano il sistema francese e quello italiano, Palazzo Chigi e l’Eliseo hanno concluso che i rispettivi Paesi devono cooperare nell’aumentare capacità di interesse comune, potenziando i rispettivi sistemi industriali anche nell’ottica di un miglioramento delle difesa comune europea. Fondamentale è poi la volontà espressa nel patto riguardo la promozione di “alleanze strutturali” tra le industrie della difesa di Francia e Italia. Le parti contraenti si legge nel testo dell’accordo, “facilitano l’attuazione di progetti comuni, bilaterali o plurilaterali, in connessione con la costituzione di partnership industriali in specifici settori militari, nonché dei progetti congiunti nell’ambito della cooperazione strutturata permanente (PESCO), con il sostegno del Fondo europeo per la difesa”. In questo senso, ambito particolarmente importante è lo spazio, citato espressamente nel trattato.

Infine, due elementi sono i paragrafi 6 e 7 del capitolo sulla difesa e sicurezza del Trattato del Quirinale. Mentre nel primo si parla di una condivisione di addestramenti e scambi tra personale delle rispettive forze armate, il secondo afferma un principio particolarmente interessante: “Le Parti – dice il testo – si impegnano a facilitare il transito e lo stazionamento delle forze armate dell’altra Parte sul proprio territorio“. Un tema su cui torneremo più avanti.

Il programma di lavoro

Il programma di lavoro relativo al Trattato del Quirinale entra più nel dettaglio. In particolare, come si legge su Agenzia Nova, per ciò che riguarda le consultazioni sempre più costanti e regolari tra le Difese dei due Paesi, l’accordo conferma che questo tipo di consultazioni verteranno prioritariamente su terrorismo, sicurezza marittima (e precisamente “Mediterraneo, Golfo di Guinea, Indo-Pacifico”), controllo degli armamenti, sfide per l’energia e le minacce ibride. Le due nazioni contraenti, si legge ancora nel programma di lavoro, si impegnano poi a identificare le migliori azioni da mettere in atto per un coordinamento nei vari teatri operativi in cui sono impegnate le forze armate italiane e francesi, in particolare Mediterraneo, Medio Oriente, Sahel, Golfo di Guinea e Balcani e Oceano Indiano. Obiettivi cui si aggiunge quello di “sviluppare una cultura strategica comune: rinnovare e ampliare lo scambio di informazioni sugli obiettivi d’interesse comune e in caso di operazioni militari congiunte”.

Un gioco complesso

Le clausole del Trattato del Quirinale lasciano spazio a diverse interpretazioni. Sicuramente il linguaggio diplomatico non aiuta a risolvere dubbi mossi dagli osservatori più critici sull’accordo italo-francese. In un articolo a firma di Gianandrea Gaiani su Analisi Difesa, ad esempio, viene scritto che “su tutti i temi oggetto dell’accordo Parigi può vantare una leadership indiscussa o in ogni caso un maggior peso politico, economico, finanziario, industriale e militare rispetto a Roma”. Una critica particolarmente tagliente cui si aggiungono quelle apparse su Formiche attraverso le parole di Michele Nones, vice presidente dello Iai, il quale ha voluto mettere l’accento sul fatto che “emergono disponibilità e volontà a cooperare più strettamente, ma non si traducono immediatamente in una previsione operativa“. L’idea quindi è che il confronto sia in realtà poco concreto, senza una vera prospettiva temporale e pratica. Con un punto interrogativo che riguarda la questione industriale.

I due Paesi sono apparsi spesso rivali nell’ambito navale e nelle scelte per l’aeronautica. Inoltre, come ricordato da tanti osservatori, c’è sempre il dubbio che Parigi sia in grado di esprimere un peso decisamente maggiore rispetto a quello di Roma per quanto riguarda i programmi comuni e le “alleanze strutturali”, soprattutto perché è molto più netta la presenza francese in Italia rispetto a quella italiana in Francia. E per quanto riguarda la prospettiva di un più marcato interesse francese rispetto a quello italiano nel Trattato, molti si interrogano sull’ultima clausola, quella della facilitazione del transito delle forze armate nell’uno o l’altro Paese. Risulta evidente che sia ben più facile che all’Eliseo interessi l’utilizzo del territorio italiano rispetto a quanto possa servire alla Difesa italiana entrare e stazionare in territorio transalpino.

Alle critiche si aggiungono però le opportunità che questo accordo può avere anche in ambito della Difesa. Coordinarsi tra paesi che spesso appaiono rivali significa anche ricomporre delle fratture che non hanno aiutato in alcun caso né la politica estera francese né quella italiana. La Libia, in questo senso, è un esempio calzante, visto che il duello tra Francia e Italia ha condotto esclusivamente a un maggiore coinvolgimento di attori esterni diventati assoluti protagonisti. La nascita del Consiglio di difesa e sicurezza italo-francese, l’obiettivo di un maggiore coordinamento anche in ambito Nato e Ue e il desiderio di entrambe le parti di giungere a partenariati più solidi in campo industriale e militare può essere letto anche come una prima pietra di un rinnovato rapporto tra due Paesi che negli ultimi anni hanno subito pesanti colpi alla fiducia reciproca. Mentre per quanto riguarda gli investimenti reciproci, l’impegno a un loro rafforzamento può servire anche all’Italia per migliorare la propria posizione all’interno del mercato transalpino, cercando di ridurre il divario rispetto alla partecipazione francese nel panorama industriale e imprenditoriale italiano.

Tutto dipende dunque dalla capacità di difendere l’interesse nazionale, pur nell’ottica europea menzionata più volte nel Trattato. Le opportunità di questo accordo, come già confermato da altri accordi tra privati esistenti tra Italia e Francia, sono evidenti. Ma è evidente anche il rischio di un clamoroso errore di calcolo in assenza di una conoscenza approfondita delle dinamiche che muovono la diplomazia francese. Macron non ha mai fatto mistero di considerare questa fase politica come un modo per assumere le redini dell’Unione europea e in particolare sulla difesa e gli affari esteri. L’Italia può sfruttare il Trattato del Quirinale per scalfire quell’alleanza franco-tedesca che ha isolato per molto tempo Roma. Ma soprattutto per quanto riguarda la difesa, ora l’attenzione è rivolta in particolare al piano industriale. Il banco di prova del Trattato sarà principalmente quello.

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