La diplomazia cinese si muove nelle profondità del Pacifico, a bordo dei sottomarini del Dragone che mirano a rifornire gli arsenali di numerose potenze minori dell’Indo-Pacifico, e non solo. 

I piani della diplomazia cinese sembrano essere stati captati dai sonar della Germania, e una nuova partita geopolitica rischia di imporsi in quell’angolo dello scacchiere che con le crescenti tensioni che stanno monopolizzando l’attenzione dell’Europa, da un paio di mesi a questa parte è stato messo in secondo piano; anche nell’agenda del Pentagono che durante il mandato Trump era stata accompagnata da un solo ed unico mantra: “..look at China”.

Secondo quanto riportato dall’Asia Times, la vera ragione per cui i tedeschi hanno rifiutato di fornire il Regno di Thailandia dei motori necessari alla propulsione dei due sottomarini Type 039A offerti dalla Repubblica Popolare Cinese (prodotti dalla MTU), sarebbe la “diffidenza” confronti della strategia diplomatica “sottomarina” che Pechino avrebbe messo a punto per raggiungere potenze terze, aggirando alcune restrizioni sull’esportazione, ma soprattutto offrendo a Cambogia, Myanmar, Sri Lanka, Bangladesh, e ultimo, ma forse più preoccupante il Pakistan, asset per l’addestramento del personale navale, stabilendo in negli appositi hub tecnici specializzati nella manutenzione cinesi. Uno stratagemma perfetto per stabilire una propria presenza militare fissa – che potrebbe contare ovviamente figure dell’intelligence sotto copertura – all’estero. 

Una raffinata prosecuzione del cosiddetto “Filo di Perle”: la strategia marittima che Pechino sta muovendo nella dell’Oceano Indiano, e che vede la sua prima perla nella struttura navale stabilita nel Gibuti nel 2017: la prima base militare all’estero della grande potenza in ascesa che si ipotizza potrà contare sulla più imponente flotta da guerra del mondo, per numero, entro il 2030. “È evidente”, scrive Asia Times, come “l’approccio militare della Cina sia diventato molto più sottile” ma allo stesso tempo egualmente finalizzato ad “espandere la propria influenza” nella regione dell’Indo-Pacifico.

Acque poco “profonde” svelano piani sommersi

Il Golfo di Thailandia ha una profondità media di 58 metri e una profondità massima di 85 metri, ciò lo rende inadatto ad accogliere operazioni condotte da unità subacquee come i sottomarini d’attacco classe Song o Wuah cinesi, che secondo gli analisti verrebbero “rilevati con estrema facilità da un aereo da ricognizione”. Ciò nonostante, rivelano le fonti locali, “La Cina sta addestrando la Royal Thai Navy all’uso dei sottomarini”, è pronta ad inviare personale specializzato nella base di Sattahip a sud-est di Bangkok, per fornire il proprio expertise, e insegnando il mandarino ad numero considerevole di giovani ufficiali. Mentre è in via di pianificazione il progetto per la costruzione di apposite strutture di ormeggio e manutenzione dei vascelli, che sarebbero stati proposti in un’offerta più adatta ai supermercati che alle Marine militari: tre per due. Il terzo sottomarino d’attacco, infatti, sembrerebbe essere “omaggio“. Per quanto la Thailandia sia “interessata” a mettersi al passo nella tecnologia sottomarina, in competizione con altri attori dalla regione come Vietnam, Indonesia e Malesia – che già ne dispongono – l’interesse maggiore finirebbe per risultare quello di Pechino.

Dal Golfo del Siam a Gwadar, fino all’Africa..

Il filo teso da Pechino per incanalare le sue perle, prosegue in Cambogia, dove viene firmato, nel 2019, un accordo segreto per l’ampliamento del alla base navale di Ream in cambio del libero accesso da parte cinese. Sebbene tali informazioni, rivelate da funzionari americani, vennero smetti dal governo cambogiano in virtù di una violazione della costituzione che prevede di non poter ospitare forze armate straniere sul proprio suolo. Ciò nonostante alcune immagini satellitari mostrarono la presenza di navi cinese addette al drenaggio del fondale di Ream che lascia pensare alla necessità di accogliere navi militari (o sottomarini) che altrimenti il porto non avrebbe potuto accogliere. Nel Myanmar che ha ricevuto dalla Cina un sottomarino di classe Ming Type-035 – immortalato da alcune fotografie mentre risale il fiume Yangon – e probabilmente assegnato alla base navale di Kyaukphyu, sull’isola di Ramree, considerato l’end point marittimo del corridoio economico Cina-Myanmar e componente strategica del più ampio e noto progetto economico di Pechino: la Belt and Road Initiative.

Progetto del quale è parte integrante anche il Bangladesh che ha accertato con Pechino il “potenziamento” del porto di Chittagong, adiacente la base navale BNS Issa Khan. Sebbene nel 2015 funzionari bengala interpellati dall’agenzia Reuters dichiararono che il loro paese “non ha mai ospitato una nave della marina cinese e non ha intenzione di farlo”, appena un anno dopo bastarono i fatti per smentirli: tre navi cinesi – le fregate missilistiche guidate Liuzhou e Sanya e la nave da rifornimento Qinghaihu – attraccarono a Chittagong. Forse per fare saluto alla tre fregate, di cui di lanciamissili, acquistate dalla Cina negli anni precedenti. Nel 2017 il Bangladesh ha acquisito anche due sottomarini cinesi di classe Ming Type-035. La fornitura prevede – come nel caso della dubbiosa Thailandia – l’addestramento e una manutenzione regolare da parte di tecnici cinesi che verrebbero ospitati per il tempo necessario nella base di navale BNS Issa Khan. Secondo il piano il porto di Hambantota, in Sri Lanka, dovrebbe essere l’ennesimo collegamento strategico della Belt end Road cinese. Non è un caso infatti se la Exim Bank of China ha messo a disposizione l’85% del costo totale del progetto, e dal luglio 2018 la vecchia base navale della marina srilankese, prima ubicata Galle, ha messo le tende ad Hambantota. Questo non senza provocare la preoccupazione dell’India e delle Nazioni Unite, convinte che sia stato l’ennesimo tassello di una strategia “più ampia, volta ad estendere l’influenza di Pechino nella regione dell’Oceano Indiano”. Sul piano militare la marina dello Sri Lanka ha acquistato cannoniere delle classi Shanghai e Lushan, e una fregata Type 053H2G.

Il vero gioiello della corona del cosiddetto “filo di perle” cinese, però sarebbe il porto di Gwadar in Pakistan, che si affaccia sul Mar Arabico, e si presta ad essere hub dal quale si possono raggiungere in tempi utili tutte le rotte commerciali che collegano la Cina all’Africa, al Medio Oriente, al Golfo di Gibuti, al Mar Rosso e al Canale di Suez di conduce nel nostro Mar Mediterraneo.

Sotto il controllo operativo della China Overseas Port Holding Company. Il porto di Gwadar è una componente chiave del corridoio economico Cina-Pakistan (il cui acronimo è CPEC), un collegamento chiave della Belt and Road. Proprio qui immagini immagini satellitari acquisite dell’estate nel 2020 hanno mostrato la costruzione di nuove strutture poste sotto sorveglianza militare. Accortezza che suggerisce la costruzione di una stabilimento di natura militare: una nuova base navale. Il consigliere per la sicurezza nazionale del Pakistan Moeed Yusuf ha però negato si tratti di una base militare concessa a Pechino, ma non scongiurato la possibilità che le forze navali cinesi possano accedervi. Lasciano che la “diplomazia sottomarina” abbia libero attracco proprio dove le è più utile. Il Pakistan sul piano militare ha annunciato l’acquisto di quattro delle più moderne fregate in linea con la PLA Navy, e otto sottomarini cinesi classe Hangor. “Di questi, quattro sottomarini saranno costruiti in Cina mentre gli altri quattro saranno costruiti in Pakistan”, ha dichiarato il governo del Pakistan. L’Hangor è una sottoclasse del sottomarino di classe Song 039, più avanzato di quelli consegnati in Myanmar e Bangladesh, e analogo a quelli che spetterebbero alla Thailandia.

La conferma di una strategia a portata di globo

La strategia di espansione cinese, che segua la via sottomarina o quella di superficie, appare ormai evidente da anni. Fin da quando, scrive la rivista curata dai nostri servizi segreti Gnosis, Pechino nel 2015 pubblicò il suo libro bianco cambiando radicalmente le sue priorità sul piano militare, non guardando più alla difesa terrestre bensì alla capacità navale che ne avrebbe proiettato la potenza a livello globale. Ora gli accordi diplomatici e di forniture militari, stretti dalla Cina con i numerosi partner nell’Indo-Pacifico, non fa che confermare le intenzioni del Dragone, che promettono di diventare realtà tangibile, portano Pechino al libero accesso di numerosi porti e basi militare affacciate sull’Oceano Indiano. Dislocando con ancora più facilità, ove volesse, ed è probabile che vorrà, dei pied-à-terre logistici indispensabili per la sua politica di nuova grande potenza del mondo.

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