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In russo si dice dezinformatsiya, e assume un ruolo importante nella maskirovka, la Cina la usa con uno schema ad personam, in Occidente rientra nelle Psyops (o Psychological Warfare): stiamo parlando della disinformazione, ovvero di una tecnica di indirizzamento dell’opinione pubblica, e non solo, per conseguire vantaggi tattici e/o strategici oppure per nascondere le proprie reali intenzioni.

Maskirovka e Hybrid Warfare

Ai fini della nostra trattazione, che si soffermerà sul ruolo della disinformazione in tempo di pace e in tempo di guerra con il focus principale su due casi di studio (la Russia e la Cina), è bene ricordare due concetti chiave: la maskirovka e la guerra ibrida (o Hybrid Warfare).

Maskirovka, traducibile con “mimetizzazione”, sottintende tutte le attività legate alla conservazione del segreto e all’inganno del nemico riguardo a piani, capacità e intenzioni delle forze armate, e in senso più ampio dello Stato. La maskirovka russa richiede “immaginazione” e “disponibilità di risorse”, come si legge nei vecchi testi del periodo sovietico, e le cui tecniche di attuazione devono essere adattate a ogni situazione peculiare. La maskirovka rientra nelle “misure attive” che la Russia utilizza correntemente per i propri fini, e nel suo livello operativo troviamo appunto la diffusione di notizie false o parzialmente tali (dezinformatsiya).

La guerra ibrida è, sostanzialmente, il contrasto a un avversario utilizzando ogni tipo di risorsa disponibile da parte di uno Stato, tenendo il ricorso allo strumento militare convenzionale propriamente detto come ultima ratio.

Nella Hybrid Warfare russa si fa ampio ricorso, tra gli altri metodi, alle “misure attive”. Sin dal 1995 viene spostato il classico concetto di “difesa di profondità“, che si basa sulla distanza fisica che divide un opponente all’altro, verso una teoria più ampia, identificabile come Information Warfare, che però ha un’accezione diversa rispetto a quella occidentale avendo una postura prettamente strategica e con uno spettro d’azione a 360 gradi. Le guerre, quindi, devono essere (anche) condotte sul piano della propaganda e della disinformazione mirata, che sono utili per agire sia sulla società civile, minandone la fiducia nel sistema nazionale o creando disordini pubblici, sia sulle forze armate in generale, indebolendone la struttura con un impegno costante.

Quindi non più un conflitto aperto, dichiarato, che implicherebbe una difesa convenzionale (in profondità) ma una provocazione costante, “invisibile”, attuata su più fronti per fratturare il tessuto sociale avversario, la sua economia, la sua sicurezza e capacità di controllo politico. Una guerra “indiretta” (o non-contact) che comprende “attacchi di precisione senza contatto diretto contro uno Stato e i suoi sistemi di controllo militari, le sue comunicazioni, la sua economia” come descritto dal generale Vladimir Slipcenko negli anni ’90.

L’arma in più: i mass media

Spostandoci brevemente sul fronte occidentale, la disinformazione ha avuto un ruolo centrale nella Guerra del Golfo (1991): definita una “guerra della conoscenza” dagli Stati maggiori dell’U.S. Army e “guerra dell’informazione” da parte dei commentatori politici, Desert Storm ha caratterizzato l’integrazione senza precedenti di tecnologie avanzate che vanno dai sensori di intelligence in rete, ai sistemi di comunicazione, alle piattaforme di guerra elettronica, alle capacità spaziali e ai mass media per ottenere una vittoria decisiva sulle forze irachene.

Le operazioni di informazione si riferiscono, secondo la visione occidentale, all’impiego delle capacità fondamentali della guerra elettronica, delle operazioni in rete, di quelle psicologiche, e dell’inganno militare di concerto con specifiche capacità di supporto per influenzare (o difendere) il dominio informativo e influenzare il processo decisionale.

Nel corso degli anni, il ruolo che le informazioni digitali hanno svolto nei settori dell’antiterrorismo e controinsurrezione (counterinsurgency) – ovvero quello di consentire un livello senza precedenti di intelligence, di precisione e targeting – ha incoraggiato la crescita del cyberspazio come mezzo attraverso il quale raggiungere l’economia delle forze impiegate.

Se andiamo a leggere il “manuale di campo” dell’esercito statunitense del 2013, possiamo trovare la definizione di “informare e influenzare le attività” come “l’integrazione di capacità relative alle informazioni designate al fine di sincronizzare temi, messaggi e azioni con operazioni per informare il pubblico degli Stati Uniti e quello globale, influenzare il pubblico straniero e influenzare l’avversario e il processo decisionale del nemico”.

I mass media hanno un ruolo fondamentale da questo punto di vista, e i Paesi in cui il controllo dello Stato sulla stampa è più marcato hanno uno strumento direttamente controllabile in più.

La Russia, ad esempio, aveva media di Stato le cui redazioni estere europee erano incentrate sul target politico del Paese ospitante prima che l’inizio del conflitto in Ucraina ne abbia provocato l’oscuramento, resosi necessario per limitare l’efficacia delle propaganda del Cremlino in quanto i Paesi della Nato (e non solo) si sono palesemente schierati con Kiev fornendo aiuti militari ed economici.

Se prima del conflitto nei media russi in Europa si poteva osservare una particolare attenzione agli aspetti culturali russi, ai legami – o presunti tali – tra la Russia e il Paese bersaglio, e alla pubblicizzazione delle eccellenze industriali del Paese (detto in altri termini veniva effettuato soft power), con l’approssimarsi del conflitto questa narrazione è cambiata di 180 gradi sottolineando la visione russa di “accerchiamento” da parte della Nato, l’aggressività dell’Alleanza Atlantica e degli Stati Uniti, l’inutilità dell’Unione Europea, il ritorno del “nazismo” in Ucraina, e altri argomenti di propaganda che il Cremlino continua a proporre al suo pubblico attraverso le agenzie di stampa ancora oggi.

Si è passati, riassumendo, da una Information Warfare da guerra ibrida, concepita come soft power per poter perseguire il risultato strategico di avvicinamento economico/commerciale, a una “guerra guerreggiata“, finalizzata a diffondere dubbi, disseminare malcontento e sfiducia nei confronti dei governanti occidentali, proprio come da maskirovka operativa. Una vera e propria attività di disinformazione, ancora una volta orientata a seconda dell’obiettivo da colpire, che quindi usa leve diverse.

Il caso italiano è interessante in questo senso: più volte il Cremlino ha sottolineato l’invio dei – pochi invero – armamenti italiani a Kiev come un atto inutile e contrario alla volontà del popolo. Questo agire è stato determinato proprio dalla percezione di Mosca dei sentimenti “filorussi” italiani, dai sondaggi che hanno mostrato come la maggior parte degli intervistati fosse contraria all’invio di armamenti, e dalla storica connessione tra il pacifismo italiano e Mosca, radicata sin dai tempi dell’Unione Sovietica (il caso degli Euromissili degli anni ’80 è emblematico) grazie alla presenza di uno dei più grandi partiti comunisti dell’Europa Occidentale.

La Cina e la propaganda selezionata

Più che alla Russia, si deve guardare alla Cina per trovare un uso metodico e altamente specifico della disinformazione e della propaganda.

Pechino, al momento, non è impegnata in alcun tipo di conflitto convenzionale aperto al contrario di Mosca, ma non per questo si risparmia lo stesso tipo di attività disinformativa o contro-informativa: pensiamo, ad esempio, alla pandemia da Covid-19 e alla sua nascita, quando il Politburo cercava di addossarne le colpe agli Stati Uniti e anche, per un breve periodo, all’Italia.

Una donna davanti in attesa di mostrare il Qr sanitario in Cina. Foto: EPA/ALEX PLAVEVSKI

Si è parlato di Politburo non a caso, o per estensione, ma proprio perché si è notato che la propaganda cinese nel corso degli ultimi anni ha sfruttato ampiamente i social network personali di personaggi politici, o comunque pubblici, per questo scopo.

Il Partito Comunista Cinese (Pcc) sta lavorando per ottenere il “diritto di parlare” e di “definire l’agenda” a livello internazionale. Spiegato semplicemente, significa creare un ambiente in cui il partito plasma quello di cui si parla e come un dato problema viene percepito, col fine ultimo di modificare l’atteggiamento dell’opinione pubblica globale in modo tale che il Pcc possa trarne beneficio.

I punti chiave della creazione di tale ambiente sono “il lavoro sulle notizie e l’opinione pubblica” e “la guida dell’opinione pubblica”. Si tratta di uno sforzo di lungo termine, come sempre avviene per i programmi politici cinesi, per fare in modo che il pubblico possa avere una visione “corretta” secondo i dettami del Pcc.

Per mettere in pratica questo sforzo, il Politburo ha postulato dei concetti strategici per la propaganda e la disinformazione creando dei corpi statali atti allo scopo. Il punto fondamentale della strategia cinese per la Information Warfare è la “comunicazione precisa“, intendendo con questi termini la “targetizzazione” della propaganda di Stato in modo estremamente particolare, ancora di più rispetto a quanto fatto dalla Russia.

La Cina ha infatti proceduto a una differenziazione dell’audience per offrire i contenuti propagandistici più idonei in modo da poter ottenere il suo fine strategico già espresso poco sopra. Una differenziazione che è effettuata non solo in base al Paese bersaglio, ma anche distinguendo etnia, cultura, religione e altri fattori simili senza dimenticare il discriminante del livello di relazioni che intercorrono tra la Cina e il Paese oggetto di propaganda.

Una “targetizzazione” che scende addirittura nel particolare per alcuni ambiti individuando influencer da utilizzare per andare incontro agli interessi dei singoli o gruppi di singoli (avendo come discriminante il genere, gli hobby, la professione, ecc).

Questa metodologia è resa possibile attraverso l’uso dei dati digitali, che la Cina sta raccogliendo appunto per catalogare la popolazione di un Paese bersaglio e poter mettere in atto una più efficace attività di propaganda e disinformazione.

In un articolo scientifico dell’Università di Hunan apparso nel 2015, vengono individuate due “macrocategorie” per la differenziazione dell’attività di propaganda: quella definita “fondamentale“, utile per stabilire una base di opinione pubblica che crede e condivide l’attività informativa cinese (ad esempio i cinesi che vivono all’estero, le popolazioni del Terzo Mondo, popolazioni di Paesi tradizionalmente amici della Cina o con economie simili) e quella “chiave“, ovvero l’attività di comunicazione verso l’Occidente, altri Paesi sviluppati, nonché i think tank e i media occidentali per “disseminare la voce della Cina, le proposte cinesi e le posizioni della Cina in modo da influenzare e guidare l’opinione pubblica e rafforzare il diritto di parlare della Cina”.

Se quanto fin qui affermato potrebbe far pensare che si tratti solo di attività di soft power, in realtà ci sono evidenze che l’attività di disinformazione/propaganda cinese, sebbene effettuata da un Paese non impegnato in un conflitto, assuma toni da “informazione di guerra”: guardando ai comunicati ufficiali degli organi di Stato e agli articoli della stampa cinese su Taiwan, oppure sulla querelle nel Mar Cinese Meridionale, essi non differiscono molto, nei toni, nella retorica, ma soprattutto nel target e nella stessa ricerca di una giustificazione “esterna”, da quelli del Cremlino durante l’attuale guerra in Ucraina.

Azzardando una previsione sulle prossime mosse delle propaganda del Politburo, potremmo dire che il recentissimo tentativo di riallacciare i rapporti con l’Europa, marginalizzando la Russia dall’agenda economico-commerciale, porterà a una nuova ondata di notizie rassicuranti sull’economia cinese, sull’inevitabilità del globalismo, sulla necessità di rafforzare la cooperazione internazionale per costruire “un futuro di pace” e parimenti un restyling dell’immagine della Cina cercando di far dimenticare le accuse di poca trasparenza che le sono state mosse anche di recente per quanto riguarda il nascere di una nuova ondata pandemica.

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