Nell’immaginario collettivo il “campo di battaglia” viene prefigurato come un teatro terrestre, dove brigate di fanteria e corazzate si affrontano tra esplosioni di colpi d’artiglieria e di bombe d’aereo. Oppure, se pensiamo alla guerra navale, si immaginano scambi di missili tra naviglio militare e da parte dei velivoli imbarcati.

L’attuale conflitto in Ucraina sembra confermare questa visione: i reparti corazzati russi avanzano in territorio ucraino supportati dall’artiglieria e dai velivoli da attacco al suolo, mentre nel Mar Nero le fregate della Marina Russa colpiscono obiettivi terrestri con missili da crociera: lo stesso incrociatore Moskva è stato affondato dopo aver subito un attacco portato con missili antinave lanciati da terra.

La guerra moderna, però, non si combatte solo in questo modo: ci sono altri “campi di battaglia” che si uniscono ai classici teatri di combattimento navale, terrestre e aereo. Stiamo parlando del dominio cyber, legato alle attività offensive e difensive svolte nel campo informatico, e di quello spaziale, che sta vivendo una nuova primavera perché quegli Stati che hanno accesso diretto allo spazio stanno sviluppando tecnologie per portare il confronto militare in quell’ambiente, attraverso armi a energia diretta e di tipo cinetico, anche basate a terra.

Il campo di battaglia, quindi, diventa (e diventerà) multidominio ovvero per combattere i conflitti del futuro sarà necessario integrare diversi “spazi” fisici e non, come la superficie del mare, l’ambiente subacqueo, quello aereo, quello spaziale e quello cyber. Nella sua interpretazione più ampia, il concetto di multidominio include anche altri ambiti come quello delle informazioni, dell’economia, e di tutte quelle misure non militari assertive o di coercizione che sono fondamentali nella guerra ibrida (Hybrid Warfare), spesso indicate come “gray zone”: una zona grigia in cui si manifestano minacce ibride, sharp power, confronto politico, influenze maligne, guerra irregolare e deterrenza moderna ovvero che abbraccia non solo l’ambito strettamente militare. Sebbene questo tipo di confronto rifletta un approccio alla politica estera secolare, la sua applicazione si è ampliata recentemente. Oggi, infatti, il kit di strumenti per la coercizione effettuata al di sotto del livello di una guerra diretta, include operazioni di informazione, coercizione politica, coercizione economica e legata alle risorse energetiche e minerarie, operazioni informatiche, supporto militare per procura (proxy) e provocazioni da parte di forze controllate da uno Stato.

Tornando all’ambito militare non si può non considerare l’ingresso di nuove tecnologie (o nuove applicazioni di passate) che vengono definite “dirompenti” (in inglese disruptive technologies). Quella più comunemente nota, soprattutto perché più mediaticamente impattante a causa del recente conflitto in Ucraina, riguarda i sistemi ipersonici cioè quei sistemi missilistici (ma non solo) capaci di sviluppare velocità superiori a Mach 5 (cinque volte la velocità del suono) e di mantenerle per la maggior parte della durata del proprio volo. Lo sviluppo e messa in servizio di missili da crociera e veicoli di rientro manovrabili ipersonici per missili balistici, sta rivoluzionando profondamente la Difesa: un missile intercontinentale a testata Hgv (Hypersonic Glide Vehicle), ad esempio, grazie al suo profilo di volo diverso rispetto a quello di un Icbm (Intercontinental Ballistic Missile) classico e alla capacità di manovrare in atmosfera cambiando radicalmente rotta e quota, pone in discussione l’efficacia dei sistemi Abm (Anti Ballistic Missile) attualmente in servizio. Anche i vettori da crociera ipersonici, spesso concepiti a carica nucleare e convenzionale, grazie alle altissime velocità sviluppate rendono particolarmente difficoltosa la loro intercettazione da parte dei normali sistemi di difesa di tipo cinetico (come i Ciws – Close In Weapon System), pertanto richiedono il ripensamento di tutta l’architettura di protezione delle forze armate, dalle singole unità navali agli obiettivi terrestri fissi o mobili passando per gli stessi aeromobili. Attualmente, infatti, lo sviluppo di armi a energia diretta ad alta potenza è diventato prioritario insieme alla ricerca di capacità di intercettazione cinetica ad altissima velocità e precisione.

Armi a energia diretta che saranno integrate nelle cellule dei velivoli di sesta generazione: attualmente esistono dei programmi di sviluppo negli Stati Uniti (Ngad – Next Generation Air Dominance), in Europa (Tempest e Scaf – Système de Combat Aérien du Futur) e Russia per cacciabombardieri di nuova concezione che vedranno, oltre all’ormai rodato concetto di “sistema di sistemi” per il controllo di altri assetti (tra cui Uav/Ucav) e requisiti di bassa osservabilità/tracciabilità, sistemi di propulsione più potenti ed efficienti a tutti i regimi di volo.

La nascita dell’Intelligenza Artificiale (Ia) e la sua applicazione al campo militare rappresenta un’altra tecnologia dirompente sul campo di battaglia ed è strettamente legata al mondo dei veicoli senza pilota (unmanned), ma non solo. L’automazione spinta, di tipo decisionale, si riflette nella capacità di individuare autonomamente un obiettivo e nella possibilità di attaccarlo autonomamente (come succede ad esempio per alcune loitering munitions). Anche i classici vettori da crociera vengono dotati di un certo grado di Ia che permette loro di discernere l’obiettivo più pagante, oppure, passando al settore navale, l’Intelligenza Artificiale permette a un’arma di restare in attesa di un bersaglio per lungo tempo, come accade per il siluro a propulsione e carica nucleare di fabbricazione russa Poseidon. Le prospettive future, in questo campo, sono enormi e richiedono la ridefinizione anche del diritto internazionale per le gravi ripercussioni (e rischi) che portano con sé: in Occidente, per il momento, i sistemi d’arma con Ia vengono sviluppati secondo il principio human-in-the-loop, ovvero sottoposti al controllo finale dell’essere umano, mentre altrove, come in Russia ma soprattutto in Cina, questo non avviene: si parla quindi di sistemi con tecnologia Ia human-out-of-the-loop, o del tutto autonomi.

La ricerca tecnologica in campo militare trova applicazioni anche a livello biologico: alla fine del 2020, ad esempio, le forze armate francesi hanno dato il via libera per sviluppare “soldati aumentati” ovvero la possibilità di utilizzare trattamenti medici, protesi e impianti per migliorare “le capacità fisiche, cognitive, percettive e psicologiche” di un soldato oltre a poter consentire la connettività con sistemi d’arma e altri soldati. Una sorta di integrazione uomo-macchina che trasformerebbe i militari in organismi bionici in grado di resistere alla fatica, al dolore, allo stress e di connettersi con altri assetti sul campo di battaglia in modo del tutto rivoluzionario, ovvero integrando trasmittenti e “sensori” nel corpo umano. Ricerche in questo settore vengono fatte anche altrove, come in Russia, Cina e negli Stati Uniti dove la ricerca “bioibrida” sta tentando l’integrazione di tessuto vivente con le macchine dando vita a un “organismo cibernetico”, una sorta di cyborg dotato di intelligenza artificiale. Restando nel campo della biologia va citata la possibilità di fabbricare armi biologiche “ad hoc”, sebbene non sia del tutto una novità nel campo dei conflitti. Lo sviluppo dell’ingegneria genetica permette, idealmente, di creare agenti biologici che aggrediscono solo un certo ceppo di individui oppure che si attivano solo in determinate condizioni ambientali.

Tralasciando per un attimo questi settori di ricerca a lungo termine, il soldato futuro (ma per meglio dire odierno), vede già un certo livello di integrazione con gli altri sistemi sul campo di battaglia: le moderne “tute” da combattimento, che per alcuni versi ricordano dei veri e propri esoscheletri, possono connettere il singolo fante con tutto quello che è presente sul teatro di guerra: dal satellite per ricevere dati di intelligence, al cacciabombardiere, passando per il comando avanzato o per le unità corazzate. Una condivisione di informazioni in tempo reale multidominio. Inoltre si stanno sviluppando anche sistemi da indossare in grado di moltiplicare la forza del soldato, per renderlo invisibile o più resistente alle esplosioni o alte temperature.

Si stanno inoltre esplorando nuovi approcci basati sulle ricerche nel campo della fisica: da qualche anno stiamo assistendo allo sviluppo della tecnologia che sfrutta la fisica dei quanti nel campo dei computer o dei radar. Il radar quantistico, ad esempio, è una tecnologia di telerilevamento basata su effetti quantomeccanici, come il principio di indeterminazione o l’entanglement quantistico. In generale, un radar quantistico può essere visto come un dispositivo funzionante nella gamma delle microonde che sfrutta le caratteristiche quantistiche dal punto di vista della sorgente di radiazione e/o del rilevamento, ed è in grado di essere notevolmente più efficace rispetto a un radar classico in quanto fornisce immagini più dettagliate del bersaglio avendo anche il vantaggio – non indifferente sul campo di battaglia – di emettere un basso livello di radiazioni, quindi rendendolo molto più difficile da individuare e pertanto da distruggere con le attuali armi antiradar.

La guerra del futuro, riassumendo, sarà combattuta da sempre più sistemi unmanned, automatici e no, con un’architettura multidominio che integrerà sul campo di battaglia il soldato, che indosserà – o incorporerà – nuove avveniristiche dotazioni, col pilota sul caccia, con l’operatore alle armi su un’unità navale (di superficie o subacquea), col sistema satellitare, e farà affidamento su personale che opererà nelle retrovie ma che si troverà “al fronte”, intendendo coloro che attueranno la Cyber Warfare, la Info Warfare e la Space Warfare.

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