I continui test missilistici della Corea del Nord, la modernizzazione dell’esercito cinese e le schermaglie himalayane tra India e Cina. Per non parlare dei sogni di gloria del politicamente instabile ma nucleare Pakistan, del possibile rafforzamento militare della Corea del Sud e della nuova strategia del Giappone. I principali player dell’Asia stanno investendo ingenti risorse nella Difesa tanto che, tra il 2010 e il 2020, la spesa militare nella regione asiatica è cresciuta del +52,7%. Molto di più, ha fatto notare lo Stockholm International Peace Research Institute, del +14,4% fatto segnare nello stesso lasso di tempo dall’Europa e del -10,6% del Nord America.

La punta dell’iceberg che rappresenta nel modo migliore e più evidente questa necessità al riarmo è il Giappone. La guerra in Ucraina e il rischio di un’invasione cinese di Taiwan hanno spinto Tokyo ad intraprendere una nuova strategia: costruire un sistema di difesa che non dipenda esclusivamente dall’ombrello statunitense. Basta dare un’occhiata ai tre documenti pubblicai dal governo giapponese: la “Strategia di difesa nazionale”, il “Piano di sviluppo delle forze di difesa” e la “Strategia di sicurezza nazionale” (NSS).

In quest’ultimo si delineano politiche come l’aumento della spesa per la difesa al 2% del prodotto interno lordo e l’acquisizione di capacità di contrattacco per colpire i siti di lancio di missili nemici. L’NSS descrive inoltre il Giappone “nel mezzo del più severo ambiente di sicurezza del dopoguerra”, costretto ad affrontare minacce dalla Corea del Nord e dalla Cina – che hanno ripetutamente lanciato missili vicino alla nazione – e a preparare “una solida base per lo scenario peggiore”.

Ottenere capacità di contrattacco è la caratteristica che accomuna i tre documenti rivisti dalle autorità giapponesi, che cambieranno la precedente politica nipponica di “non avere i mezzi per attaccare un Paese avversario”. La nuova NSS, in particolare, si allontana dal “Basic Defense Force Concept“, che mirava invece ad uno sviluppo equilibrato e minimo della forza di difesa. In realtà, l’uso di contrattacchi, limitati nel caso ad obiettivi militari o basi missilistiche, viene fatto rientrare nelle “misure di autodifesa minime necessarie”, senza così entrare in contraddizione con il famigerato articolo 9 della costituzione (“Il diritto di belligeranza dello stato non sarà riconosciuto”).

L’Asia si arma

Una buona parte del riarmo asiatico nasce come reazione all’ascesa della Cina. Indipendentemente dal fatto che Pechino possa rappresentare o meno una minaccia, e che i timori dei governi asiatici siano fondati o meno, è indubbio che la modernizzazione militare perseguita da Xi Jinping funga da stimolo per un aumento collettivo della spesa militare del continente.

L’International Institute for Stretegic Studies ha sottolineato che, nel 2021, la Repubblica Popolare Cinese ha speso 207,3 miliardi di dollari per le proprie forze armate. Calcolatrice alla mano, si tratta del 43% del totale regionale.

L’aspetto sul quale vale la pena soffermarsi, come ha evidenziato anche Nikkei Asian Review, è che i governi asiatici, pur avendo già iniziato a rafforzare le proprie difese, hanno ancora ampio margine d’azione per aumentare ulteriormente la spesa. Il motivo è semplice: questi Paesi spendono molto meno in percentuale del pil rispetto ad altre potenze. La Cina, ad esempio, l’anno scorso ha speso appena l’1,23% del suo pil in ambito militare, rispetto al 3,29% degli Stati Uniti.

Ebbene, gli analisti temono che questo continuo potenziamento militare possa, prima o poi, far scoppiare un conflitto o provocare un incidente capace di coinvolgere l’intera regione, se non il mondo intero, nel più classico degli effetti domino.

Chiamando in causa la storia, c’è chi ritiene che la corsa agli armamenti del XX secolo tra Germania e Gran Bretagna sia stata una delle cause alla base della Prima Guerra Mondiale. Assistere alle stesse dinamiche nell’epoca nucleare per eccellenza, per di più in una regione densa di antiche rivalità e rivendicazioni a catena, è dunque ancora più preoccupante del normale. La logica dello “sparare per primo” – ossia la necessità, per un Paese, di colpire il nemico prima che il suo vantaggio venga cancellato da un attacco rivale – aggiunge altre paure.

Il riarmo ai raggi X

Partendo dalla Cina, la spesa militare cinese è aumentata per 26 anni consecutivi. Per SIPR, si tratta del periodo più lungo di qualsiasi Paese. L’Esercito popolare di Liberazione (EPL) è la più grande forza armata del mondo, con oltre 2 milioni di membri all’attivo. Pechino dovrebbe contare su circa 350 testate nucleari che, a detta del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, potrebbero aumentare a 1.000 entro il 2030. I leader cinesi fanno tuttavia notare due aspetti. Il primo: la spesa militare cinese non ha superato il 2% del pil dall’inizio degli anni ’90. Il secondo: a proposito di minacce, il budget militare di Pechino rimane circa un quarto di quello di Washington. In ogni caso, Xi ha cerchiato il 2049 come anno chiave per consentire al suo esercito di essere al pari di quello degli Stati Uniti.

Del Giappone abbiamo parlato. Tokyo prevede tuttavia di sviluppare cannoni a rotaia che utilizzano proiettili alimentati magneticamente per contrastare le armi ipersoniche, e sta pure aggiornando i suoi missili terra-aria Patriot Advanced Capability-3.

In Corea del Sud si respira un’aria diversa da quando il conservatore Yoon Suk Yeol è diventato presidente. Ai test missilistici della Corea del Nord, Soul ha iniziato a rispondere per le rime. Yoon sostiene l’idea di introdurre risorse nucleari Usa sul territorio sudcoreano e vede di buon grado l’aumento del budget militare, tutto rigorosamente in chiave anti Pyongyang.

Nel frattempo, mentre i militari cinesi e indiani continuano a scontrarsi (a mani nude) lungo il confine tra i due Paesi, molti governi del sud-est asiatico hanno mosso le loro pedine sulla scacchiera. Lo scorso febbraio, l’Indonesia, preoccupata per le attività cinesi vicino alle isole Natuna, ha firmato un accordo per l’acquisto di sei aerei da combattimento francesi Rafale – con altri 36 in arrivo – e ha ottenuto l’approvazione degli Stati Uniti per un potenziale acquisto di F-15. Le Filippine hanno recentemente finalizzato l’acquisto di missili supersonici BrahMos dall’India e stanno sviluppando un arsenale strategico. Persino il Vietnam, pur continuando a fare affari d’oro con la Cina, sta potenziando le sue forze marittime.

Dal canto loro, gli Stati Uniti fanno affidamento su cinque grandi alleati nel Teatro dell’Indo-Pacifico: Australia, Giappone, Filippine, Corea del Sud e Thailandia. Washington conta anche circa sui circa 375.000 militari e civili statunitensi assegnati alla medesima regione. La flotta Usa del Pacifico include circa 200 navi, tra le quali cinque gruppi di attacco di portaerei, e quasi 1.100 aerei. Il Dipartimento della Difesa ha speso 20,9 miliardi di dollari per la sua presenza in Giappone, e 13,4 miliardi di dollari in Corea del Sud dal 2016 al 2019. Potrebbero servire molti altri soldi per non perdere il controllo della situazione in Asia.

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