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La Polonia starebbe trattando con gli Stati Uniti in merito alla condivisione di armi atomiche.

La notizia è stata data dallo stesso presidente polacco Andrzej Duda, in una dichiarazione che arriva in un momento del conflitto ucraino particolarmente delicato, dove la Russia si trova a dover affrontare serie difficoltà a causa delle controffensive ucraine.

Sebbene, attualmente, non ci siano evidenze di un’escalation verso l’utilizzo di armi nucleari tattiche da parte di Mosca, e anzi possiamo dire che proprio il recente ordine di mobilitazione parziale dei riservisti sia il fattore principale verso l’intenzione di proseguire l’operazione militare con risorse convenzionali, le parole di Duda sono quantomeno inopportune.

Gli Stati Uniti e la Nato, è bene precisarlo, hanno dichiarato pubblicamente di non avere in programma di dispiegare armi nucleari nei Paesi che hanno aderito all’Alleanza dopo il crollo del blocco sovietico più di tre decenni fa. Stars and Stripes rivela inoltre che un funzionario della Casa Bianca ha affermato di non essere a conoscenza della questione sollevata e ha richiesto chiarimenti al governo polacco.

L’amministrazione Biden sta cercando di evitare mosse che porterebbero il Cremlino a un ulteriore inasprimento del conflitto: il secco “no” alla possibilità di fornire missili a lungo raggio per gli Himars ucraini, e la recente dichiarazione dell’intelligence Usa riguardante l’estraneità statunitense nell’omicidio di Daria Dugina, figlia del politologo russo Alexander Dugin, confermano questo indirizzo politico.

La Polonia, però, è uno dei più accesi sostenitori del rafforzamento del fianco orientale dell’Alleanza e da anni sta perseguendo una politica che assume più di una connotazione russofoba. I sentimenti anti-russi polacchi non sono del tutto biasimabili, stante l’oppressione subita dal Paese in decenni di occupazione sovietica e per via della stessa storia nazionale precedente, ma l’azione di Varsavia assume caratteristiche assertive non solo quando si tratta di eliminare la dipendenza europea dalla Russia, ma anche nel campo della Difesa.

Varsavia, da tempo, ha infatti individuato in Mosca il proprio nemico esistenziale, e sta plasmando le sue forze armate con la finalità di contrastarlo: nella National Security Strategy pubblicata nel 2020, la Polonia ha infatti stabilito che la Russia è la “più seria minaccia” a causa della sua politica “neo-imperialista” che prevede anche l’utilizzo della forza militare. Innegabilmente quest’ultimo passaggio è stato dimostrato dalla storia degli ultimi anni: l’attacco alla Georgia nel 2008, il colpo di mano in Crimea nel 2014 e la destabilizzazione che ne è seguita culminata nell’attuale conflitto.

Varsavia però ha dimostrato un’accesa intransigenza, spesso sforata in un linguaggio diplomatico aggressivo, e soprattutto è il membro dell’Alleanza Atlantica che più richiede la presenza militare statunitense entro i suoi confini.

Washington ha sempre cercato di limitarsi nell’invio di truppe o velivoli, che a rotazione, nonostante l’accordo del 2011 riguardante un distaccamento permanente dell’aviazione Usa (AV-DET) organizzato nell’ambito del 52esimo Gruppo Operativo di Spangdahlem (Germania), vengono dislocati in Polonia. Ovviamente da questa considerazione bisogna escludere il complesso Aegis Ashore per la difesa dai missili balistici che è attualmente in fase di ingresso in servizio a Redzikowo, che però è sotto il comando diretto dell’Alleanza così come quello rumeno di Deveselu, quindi non formalmente dipendenti dagli Stati Uniti.

Solo recentemente gli Stati Uniti hanno stabilito di aprire in Polonia, permanentemente, il comando avanzato del V Corpo dell’esercito Usa.

Tornando alla questione delle armi nucleari tattiche, l’Alleanza aderisce ufficialmente alla politica dei “tre no”, adottata per la prima volta nel dicembre 1996, secondo la quale “i paesi della Nato non hanno alcuna intenzione, nessun piano e nessun motivo per dispiegare armi nucleari sul territorio dei nuovi membri né alcuna necessità di cambiare qualsiasi aspetto della postura nucleare”.

Nonostante questo, il presidente polacco ha affermato che “il problema, prima di tutto, è che non abbiamo armi nucleari”, in un’intervista al quotidiano Gazeta Polska pubblicata mercoledì 5 ottobre, e che “c’è sempre una potenziale opportunità per partecipare alla condivisione nucleare”.

La condivisione nucleare può significare qualsiasi cosa, dall’offrire caccia di scorta o da ricognizione per una missione nucleare, o velivoli a doppia capacità disponibili per il bombardamento atomico, che però la Polonia in questo momento non ha, dato che i suoi F-16 non sono predisposti per questa possibilità.

Attualmente Germania, Belgio, Paesi Bassi, Italia e Turchia ospitano armi nucleari statunitensi sul proprio territorio: in totale sarebbero circa 180 ordigni a caduta libera tipo B-61 divisi tra Incirlik, Ghedi, Aviano, Kleine Brogel e Volkel. Ad esclusione di quelle di Aviano e Incirlik, le bombe possono essere utilizzate da velivoli dei Paesi ospitanti secondo il meccanismo “a doppia chiave”.

Washington ha progressivamente ritirato le nucleari tattiche dall’Europa: al termine della Guerra Fredda ce n’erano circa 480 in basi situate anche in Grecia (Araxos), Regno Unito (Lakenheath) e a Memmingen e Ramstein in Germania.

Ad aprile è circolata la notizia che gli Stati Uniti potrebbero considerare di riposizionare le atomiche tattiche a Lakenheath, come desunto dalla documentazione del budget statunitense per la Difesa del 2023, ma attualmente non siamo a conoscenza di ulteriori sviluppi.

Il presidente polacco non ha specificato con chi ha parlato nel governo degli Stati Uniti, e molto probabilmente si tratta dell’ennesima provocazione di Varsavia: ospitare armi nucleari, oltre a violare il regolamento dell’Alleanza, sfiderebbe gli avvertimenti del presidente Vladimir Putin secondo cui la Russia risponderà a qualsiasi espansione delle capacità militari della Nato nel suo intorno europeo.

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