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La Russia ha formalizzato il ritiro definitivo dall’Ost, Open Skies Treaty (Trattato sui Cieli Aperti) lo scorso 18 dicembre. La notifica ufficiale è giunta a tutti gli Stati membri dopo sei mesi che Mosca aveva avvisato della sua intenzione di uscire dall’accordo internazionale ereditato dalla Guerra Fredda.

Nella nota ufficiale del Ministero degli Affari Esteri russo, si legge che “nonostante le numerose violazioni dell’Ost da parte degli Stati Uniti, dei suoi alleati e clienti, la Russia per molti anni non solo ha dato il maggior contributo al raggiungimento degli obiettivi del Trattato, ma ha anche fatto tutto il possibile per preservarlo. Eravamo pronti a considerare le preoccupazioni dei partner, ma, ovviamente, sulla base della reciprocità. La situazione è cambiata radicalmente lo scorso anno con il recesso dal Trattato degli Stati Uniti, la cui partecipazione era un tempo una condizione per la sua entrata in vigore. Questo passo ha gravemente sconvolto l’equilibrio degli interessi, dei diritti e degli obblighi degli Stati partecipanti. Abbiamo proposto soluzioni specifiche ai problemi che sono sorti, ma i membri occidentali dell’Ost non hanno mostrato la loro disponibilità ad affrontarli. Di conseguenza, la Russia è stata costretta ad avviare procedure interne per denunciare il Trattato. Ma anche qui abbiamo mostrato pazienza; non abbiamo accelerato questo processo e abbiamo tenuto la porta aperta fino all’ultimo, contando sulla prudenza di Washington. Tuttavia, il 27 maggio, il Dipartimento di Stato ha notificato al Ministero degli Esteri russo la decisione della parte americana di non tornare al Trattato. Pertanto, l’uscita del nostro Paese da esso è diventata inevitabile”.

Il Cremlino ha invitato contestualmente i partner occidentali a rendersi conto che non riusciranno a garantire la loro sicurezza senza tenere conto degli interessi della Russia e dei suoi alleati. “Troveremo sempre una risposta efficace. Ma è ancora meglio lavorare insieme in modo costruttivo per rafforzare la sicurezza europea e globale, facendo affidamento, in particolare, sull’esperienza della fruttuosa cooperazione pluriennale degli Stati nel quadro del Trattato sui Cieli aperti”, si legge ancora nel comunicato.

L’accordo però non è del tutto defunto, in quanto altri Stati partecipanti vi restano legati, ma è ovvio – riferisce ancora Mosca – che senza la partecipazione degli Stati Uniti e della Russia, la sua efficacia diminuirà drasticamente: l’area di applicazione scenderà di circa l’80% e parimenti il numero di missioni pianificate per il 2022 crollerà.

Cos’è il Trattato Open Skies

Il trattato nasce il 24 marzo del 1992, ad Helsinki, quando gli Usa siglano, insieme ai rappresentanti di altre 23 nazioni, l’accordo che prevede il sorvolo reciproco dei rispettivi Stati per ridurre il rischio di un conflitto fornendo ai firmatari la possibilità di raccogliere informazioni sulle attività militari. Diventato operativo il 2 gennaio del 2002 dopo la sua ratificazione da parte di Russia e Bielorussia ha fatto contare sino ad oggi innumerevoli voli di ricognizione.

Il Trattato, però, affonda le sue radici più indietro nel tempo, negli anni più “caldi” della Guerra fredda: l’idea, infatti, fu promossa dal presidente degli Stati Uniti Dwight D. Eisenhower nel 1955 e, dopo il secco rifiuto dell’Unione Sovietica, riesumata nel 1989 dall’amministrazione Bush.

Prima del ritiro statunitense e russo vedeva la presenza di 34 Stati che potevano organizzare sorvoli con particolari (e ben definiti) velivoli da ricognizione per raccogliere informazioni in grado di aiutare i partecipanti a far fronte a problematiche in ambito civile e militare. Queste possono riguardare l’osservazione di installazioni militari note e dispiegamenti di forze su larga scala, determinare la consistenza – ma non la composizione in dettaglio – di forze militari principali e la costruzione di possibili infrastrutture. Pertanto i voli Open Skies possono contribuire a riconoscere un’inusuale attività militare o un’eccessiva prontezza delle forze armate. Queste informazioni possono aiutare una nazione a farsi un’idea accurata delle capacità militari dei propri vicini, provvedere a fornire un allarme precoce per attività militari minacciose, oppure al contrario fornire informazioni preziose che possano servire ad allontanare sospetti e preoccupazioni di possibili escalation. Secondo il Trattato qualsiasi parte del territorio di una nazione ha diritto ad essere sorvolato senza limitazioni di quota o rotta secondo precise modalità.

Open Skies ha cominciato ad essere messo in discussione da parte dell’amministrazione Usa nel 2019, quando il presidente Donald Trump, ad agosto, decise di sospendere i fondi per le missioni di ricognizione andando a colpire la capacità della Russia di effettuarle nei cieli degli Stati Uniti. Questo a seguito di un precedente divieto di Mosca ai velivoli Usa di sorvolare l’oblast di Kaliningrad così come la Cecenia e l’Ossezia del Sud, stabilendo contestualmente un limite di altitudine di sorvolo sulla capitale russa: tutte misure prese in violazione del trattato. A maggio del 2020 fu poi il Segretario di Stato Mike Pompeo ad annunciare l’uscita statunitense dall’accordo. Sebbene non sia del tutto “defunto”, l’uscita di Usa e Russia, come già detto, depotenzia di molto l’Ost che per questo, molto probabilmente, verrà abbandonato anche da altri firmatari.

L’epoca “post trattati”

Stiamo vivendo in un’epoca che possiamo definire “post trattati” internazionali in quanto l’Open Skies è solo l’ultimo a essere stato abbandonato.

Da venti anni a questa parte, infatti, tutta una serie di accordi bilaterali tra Russia e Stati Uniti ereditati dal periodo storico in cui il mondo era diviso in blocchi contrapposti, sono stati stracciati.

Il primo fu l’Abm (Anti Ballistic Missile), rigettato da Washington nel 2002, i cui effetti hanno plasmato l’attuale instabilità strategica: gli Usa, che contestualmente lanciarono un vasto programma di difesa antimissile che ha portato ai sistemi Gmd (Ground-based Midcourse Defense) ed Aegis Ashore, hanno provocato la reazione russa concretizzatasi nella nascita dei veicoli di rientro ipersonici per missili balisitci (Hgv – Hypersonic Glide Vehicle).

Successivamente, nel 2007, è stata la volta del Trattato sulle Forze Convenzionali in Europa (o Cfe). Mosca all’epoca decise di sospendere la sua adesione in considerazione dell’allargamento a est della Nato che ha portato a uno sbilanciamento in favore di quest’ultima delle forze convenzionali presenti “al di qua degli Urali”.

Più recente è la fine del Trattato sulle Forze Nucleari Intermedie (o Inf): a febbraio 2019 Washington ha denunciato l’accordo che prevedeva il divieto di schieramento in Europa (e possesso nei rispettivi arsenali) di sistemi di missili balistici e da crociera a raggio medio (Mrbm) e intermedio (Irbm). Ufficialmente la motivazione fornita dagli Stati Uniti per questa decisione è lo sviluppo, da parte della Russia, di un vettore da crociera con portata superiore ai 500 chilometri (il Novator 9M729), ma in realtà è stato solo un pretesto per poter avere la libertà di controbilanciare l’enorme sviluppo di Mrbm e Irbm da parte della Cina. Pechino, infatti, non figurava tra i firmatari dell’Inf – che risale al 1987 – e nemmeno dell’Open Skies.

Questa stessa motivazione – l’assenza della Cina – ha messo a serio rischio anche la sopravvivenza dell’ultimo accordo sul disarmo ereditato dalla Guerra Fredda: lo Start (o New Start). All’inizio di quest’anno è stato prolungato in extremis senza modifiche per un periodo di cinque anni non essendo le due parti – Washington e Mosca – riuscite a trovare un nuovo accordo decennale.

Accordo che, molto probabilmente, non ci sarà nemmeno nel 2026 se verrà nuovamente richiesta, da parte statunitense, la presenza cinese, in quanto Pechino ha dimostrato di non avere nessuna intenzione di impegnarsi nella riduzione del suo arsenale atomico, che, anzi, sta ampiamente ingrandendo come dimostrano gli ultimi sviluppi.

Stante questi dati di fatto – incontrovertibili – a venire ampiamente erosa è la stabilità strategica in Europa, come dimostrato dalla recente crisi ucraina, che ora è affidata solamente ad accordi diplomatici bilaterali “sui generis” che vengono presi di volta in volta e che non sono per nulla così limitanti e impegnativi come quelli passati.

Si tratta davvero della fine di un’epoca, quella del bipolarismo, che ha spazzato via decenni di stabilità raggiunta a fatica grazie a questi trattati, e che ha aperto la strada a un fragile e pericoloso multipolarismo, in cui trovare accordi sul disarmo diventa molto più complicato.

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