La Germania al centro dell’Europa. Non tanto in senso geografico, quanto in senso politico: perché da Berlino passano una serie di fili che intrecciano la politica interna a quella internazionale fino a interessare i rapporti transatlantici e la guerra in Ucraina. Tutto nasce da un elemento incontrovertibile: la Germania ha dei rapporti molto complessi e strategici con la Russia. Questa premessa è essenziale per capire perché da parte di molti segmenti della politica tedesca non è mai arrivato il totale benestare verso il nuovo spirito atlantista che ha pervaso l’Europa con la guerra russa a Kiev. Il governo di Olaf Scholz ha apertamente condannato la guerra scatenata da Vladimir Putin. Ma tra freni sull’embargo a gas e petrolio, tentennamenti sulle armi all’Ucraina, e continue iniziative di dialogo interpretate come aperture al Cremlino, l’impressione del fronte più antirusso interno ed esterno ai confini tedeschi è che Scholz stia conducendo una politica ambigua. Una politica che risente di quella “Ostpolitik” tipica dell’agenda germanica e che i suoi detrattori considerano la peggiore eredità dell’occupazione sovietica e anche della stagione di potere di Angela Merkel.

La sfida sul sostegno all’Ucraina e le critiche rivolte alla Germania nascondono però questioni molto più concrete e meno auliche. La pressione che subisce in questi giorni Scholz per supportare la resistenza di Kiev con armi tedesche non è solo il frutto di una piena adesione alla causa dell’aggredito, ma anche un preciso disegno politico che nasconde interessi più prosaici. Da un lato la volontà sempre più evidente di scindere l’agenda tedesca da quella russa. Un piano a lungo termine che ha avuto la sua vera grande svolta con lo stop al gasdotto Nord Stream 2 che avrebbe rappresentato la saldatura energetica definitiva tra Berlino e Mosca. Dall’altro lato, una quesitone ancora più prosaica inerente le armi che dovrebbero poi circolare nel sistema europeo.

La premessa è che molto spesso si parla di sostegno all’Ucraina armando il suo esercito, ma non si sottolinea un fattore molto rilevante: quelle armi bisogna saperle utilizzare. Può sembrare banale, ma gli arsenali di un Paese non sono immediatamente intercambiabili e le forze armate si addestrano su alcuni modelli che hanno a disposizione. Quindi insieme alla consegna delle armi e dei mezzi deve essere previsto anche un periodo di addestramento e l’impiego dei proprio consiglieri militari che insegnino in questo caso le forze ucraine a utilizzare. Per questo motivo, quando si era parlato di rafforzare l’aviazione di Kiev, il piano era consegnare vecchi MiG di fabbricazione sovietica rimasti a disposizione dei Paesi del blocco di Varsavia dopo la caduta dell’Urss: perché gli ucraini utilizzano ancora quei mezzi.

Lo stesso, sta avvenendo con le armi tedesche. In questi giorni ,la stampa ha riportato il duro “j’accuse” del ministro ucraino Dmytro Kuleba che ha detto apertamente di essere “stanco” di aspettare la Germania. Si sottolinea in particolare l’attesa disperata per i sistemi antiaerei Gepard, che per le forze ucraine sarebbero una vera manna dal cielo. Ma un’inchiesta del Die Welt ha rivelato che l’addestramento dei soldati ucraini non sarebbero nemmeno iniziato. Posticipando quindi almeno a luglio la consegna dei mezzi. In realtà l’accordo su questa data era già stato trovato nell’incontro virtuale tra i ministri della Difesa di Germania e Ucraina, Christine Lambrecht e Oleksiy Reznikov, confermando l’ok alla vendita all’Ucraina di mezzi riavuti dalla Kmw dopo la radiazione dal servizio da parte della Bundeswehr. Ma la pressione di Kiev diventa anche una questione politica e di propaganda di cui non si può non tenere conto.

A questa querelle sui Gepard, si deve poi aggiungere un altro elemento che spiega le enormi pressioni messe in atto da parte della Polonia. Perché il fatto che il presidente Andrzej Duda abbia detto di essere “profondamente deluso” dal governo tedesco nasconde in realtà una triangolazione molto più complessa del mero sostegno a Kiev. L’accusa di Duda, arrivata sempre attraverso i media tedeschi, deriva infatti da un accordo che la Germania non avrebbe rispettato. Questo accordo consiste nel fatto che Berlino si sarebbe impegnata a rifornire di propri mezzi i Paesi che stanno dando i propri vecchi carri armati sovietici rimasti negli arsenali. Mezzi che l’esercito ucraino sa quindi utilizzare. Varsavia, al pari di Praga, ha ad esempio inviato oltre il confine ucraino i mezzi sovietici T-72. Come spiega Agenzia Nova, la Repubblica Ceca, in cambio di questi mezzi inviati al fronte, otterrà 15 Leopard 2A4 e c’è in ballo un negoziato per 50 Leopard 2A7+, mentre con la Polonia, le trattative si sono arenate perché quest’ultima richiese solo i più moderni Leopard e in numero maggiore. Le indiscrezioni parlano di una vera e propria impossibilità di trovare un accordo dal momento che la stessa Bundeswehr rimarrebbe priva di mezzi se venisse dato seguito alle richieste polacche.

Questo tipo di triangolazione non riguarda solo Polonia e Repubblica Ceca. Anche la Grecia rientra in questo gioco e lo ha confermato lo stesso Scholz dopo l’incontro con il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis nell’ultimo vertice europeo. Lo schema è sempre lo stesso: la Grecia possiede mezzi di fabbricazione sovietica da inviare all’Ucraina; per farlo, Atene riceverà veicoli da combattimento dall’industria di Berlino. “la Germania metterà a disposizione della Grecia delle armi che poi il governo di Atene potrà inviare all’Ucraina”. La Difesa ellenica parla di veicoli da combattimento BMP-1, tra l’altro prodotti nella Repubblica democratica tedesca, in cambio di veicoli Marder.

In Germania, questo tipo di accordo viene chiamato Ringtausch ed è un accordo che piace un po’ a tutti. Berlino evita di mandare le proprie armi in Ucraina, non solo escludendo di perdere i suoi pezzi pregiati ma anche per evitare pericolosi confronti tra mezzi Nato e russi. Qualcuno addirittura dice che potrebbero essere considerati tutti, di fatto, ucraini, “mimetizzandosi” con quelli impiegati dalle forze locali. Kiev riceve armamenti per cui non ha bisogno di addestramento. I più critici dicono che è un accordo al ribasso, molti analisti invece sostengono che sia fondamentale per l’Ucraina usare immediatamente le armi senza dover attendere l’addestramento occidentale. Infine, è un accordo che serve inevitabilmente anche gli interessi dei Paesi dell’Europa orientale, che in parte svuotano gli arsenali di mezzi ormai obsoleti, in parte ottengono mezzi più recenti e tecnologicamente sofisticati.

Un accordo che accontenta tutti? Dipende. I Paesi dell’Europa orientale, in particolare la Polonia, ora giocano una partita anche politica, ribadendo il proprio ruolo di contrappeso atlantico e antirusso in Ue rispetto alla “tentennante” Germania. Mentre Berlino appare in ogni caso molto meno incisiva, al punto che Scholz deve continuamente giustificare di fronte all’opinione pubblica e ai propri elementi più “atlantisti” i perché di alcuni freni attivati sul fronte delle armi. Quello che è certo è che la Germania, nonostante le critiche, sta ottenendo un risultato: le proprie armi sono sempre più richieste dai Paesi del fianco Est della Nato.

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