Cinque portaerei “sorelle” della Nato sono in mare tutte assieme nei grandi spazi oceanici dell’Atlantico e nei mari ad esso annessi. Rinforzando il controllo sul “lago” dell’Alleanza che da tale oceano prende il nome e che in questi giorni sta vedendo il pieno dispositivo di Usa, Francia, Regno Unito e Italia in operatività.

I due gruppi d’attacco delle portaerei americane George H. W. Bush (CVN-77) e Gerald Ford (CVN-78), alla sua prima missione operativa, le loro flotte aeree imbarcate e le squadriglie navali di scorta saranno al centro delle operazioni delle Marine militari alleate che opereranno nell’Oceano Atlantico settentrionale e non solo. Teatro delle operazioni saranno anche le propaggini dell’Oceano Atlantico: il Mare del Nord e il Mar Mediterraneo saranno infatti interessati dalle mosse delle flotte nelle prossime settimane.

La Bush e la Ford saranno in mare insieme alla HMS Queen Elizabeth (R08) della Royal Navy britannica, alla portaerei italiana Cavour (CVH 550) e alla francese Charles de Gaulle (R 91). Uno sfoggio di potenza tanto importante non ha molti paragoni dalla fine della Guerra Fredda. Formalmente ogni flotta centrata su una portaerei persegue obiettivi propri ma deve anche muoversi in coordinamento con quelle dei Paesi alleati.

Le cinque “sorelle” sono considerate di fatto parte di un unico dispositivo in movimento sincronizzato da Aviation Report, secondo cui “la cooperazione avanzata mostra una unità d’intenti verso la difesa collettiva dell’Alleanza” in un periodo complesso. Non è sfuggita alla testata specializzata che “le unità navali e le risorse di vari alleati e partner sono incluse nei gruppi di battaglia” operanti nell’Oceano più “occidentale” del pianeta. Inoltre, l’attività di tutte le portaerei è in sinergia e coordinata quotidianamente con i gruppi marittimi permanenti della Nato, denominati Standing NATO Maritime Groups 1 e 2.

Francia e Italia stanno coordinandosi ulteriormente nella Missione Antares congiunta e iniziata il 15 novembre scorso, estesa a elementi della flotta greca e a naviglio militare americano.

Il comando della Nato nicchia in materia e non dichiara esplicitamente di star guidando una missione unitaria ma “è difficile non vedere cinque gruppi d’attacco che operano simultaneamente una significativa dimostrazione di forza marittima in un momento in cui l’attrito geopolitico nella regione è a un punto particolarmente intenso intorno al conflitto in Ucraina”.

La missione ha anche un chiaro significato di controllo delle zone d’operazione potenziale della flotta russa ed è tesa a mostrare la capacità della Nato di colmare ogni varco potenziale che potrebbe comportare l’infiltrazione di flotte, sommergibili o navi-spia russe. Per Formiche le cinque portaerei rappresentano un’opportunità di mantenere “la postura alleata in riferimento alla nuova strategia di Deterrenza e difesa adottata a seguito dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin”. 

Aggiungiamo che in quest’ottica il punto ulteriore da sottolineare è il messaggio di coesione lanciato alla Cina. Le portaerei in questione potrebbero essere potenzialmente chiamate a missione di pattugliamento del Mar Cinese Meridionale e a colpire possibili incursioni verso il profondo Pacifico da parte della flotta della Repubblica Popolare. Una missione dual-use, per così dire, che manda anche un segnale sulla prospettiva di coesione dell’Alleanza di fronte alle prove chiare. In cui – va sottolineato – l’Italia c’è, desiderosa di prendersi i mari dopo la buona prova di Mare Aperto 2022. Dai segnali di coesione bisognerà ottenere dividendi politici. E la constatazione che nel dispositivo di sicurezza atlantico il Mediterraneo è un caposaldo è un punto di partenza su cui il governo Meloni deve lavorare. Sapendo usare gli asset militari come volano politico.

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