Aumentare ulteriormente la presenza militare nell’Indo-Pacifico per scoraggiare la Cina dall’effettuare mosse azzardate, investendo ancora più risorse nell’area, oppure, al contrario, rimuovere i contingenti e lasciare operative soltanto quelle unità indispensabili per difendersi e attaccare in caso di emergenza, puntando quindi tutto sulla resilienza? È questo il dilemma che devono affrontare gli Stati Uniti nel bel mezzo di nuove e crescenti tensioni con la Repubblica Popolare Cinese.

Un dilemma, se così vogliamo definirlo, non inedito ma che è salito alla ribalta nel corso delle ultime settimane. Lo scorso 28 ottobre, l’aeronautica statunitense ha annunciato il ritiro dei caccia F-15C/D dalla base aerea di Kadena, a Okinawa, in Giappone, dopo ben 43 anni di onorato servizio. Poche ore prima gli Stati Uniti avevano pubblicato la loro strategia di difesa nazionale aggiornata, che indicava la Cina come la principale sfida per la sicurezza americana.

E allora per quale motivo gli Usa considerano Pechino una minaccia ma, allo stesso tempo, alleggeriscono la loro presenza nel Teatro indopacifico? Quella che potrebbe sembrare una contraddizione è in realtà una strategia “necessaria”.

La causa dell’apparente discrepanza risale ad una serie di decisioni sbagliate prese, negli ultimi tre decenni, dal Congresso e dai leader del Dipartimento della Difesa (DOD). Detto altrimenti, da 30 anni a questa parte gli Usa hanno investito nell’aviazione meno denaro rispetto ad ogni altro settore dell’esercito. Di conseguenza, l’Air Force adesso è più “antica”, più piccola e meno pronta di come non lo è mai stata nei suoi 75 anni di storia.

Tornando a Kadena, da qui ai prossimi due anni, una dozzina di F-22 Raptor sostituirà gli F-15, ma solo come misura provvisoria e non come soluzione a lungo termine. “Gli Stati Uniti continueranno a mantenere una presenza stazionaria a Kadena schierando temporaneamente velivoli più nuovi e più avanzati”, hanno informato dalla struttura militare. È vero che Washington sta modernizzando le proprie forze armate, nel tentativo di rimediare a vecchi errori, ma, allo stesso tempo, rischia di modellare al ribasso la sua postura nell’Indo-Pacifico. Ed è proprio su questo che si stanno consumando molteplici polemiche.

Postura o resilienza

Le forze armate, le basi e gli accordi che formano la presenza militare americana all’estero costituiscono la spina dorsale delle strategie di deterrenza del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. La rimozione degli F-15 da Kadena ha letteralmente scatenato una tempesta di fuoco. L’annuncio Usa è stato seguito da numerose critiche, mosse anche da membri del Congresso e da esperti della difesa, molti dei quali hanno chiesto all’amministrazione Biden una maggiore postura nell’Indo-Pacifico per scoraggiare eventuali aggressioni cinesi a danno degli alleati asiatici.

L'”enigma Kadena”, come l’ha rinominato warontherocks, comprende il disallineamento tra le risorse impegnate da Washington e le sue priorità strategiche. Detto altrimenti, se davvero la Casa Bianca intende arginare la Cina non può pensare di farlo alleggerendo la propria presenza in Estremo Oriente.

La soluzione all’enigma non è né semplice né scontata, e chiama in causa il concetto di resilienza. Affinché la postura militare statunitense in Asia sia credibile in un eventuale combattimento, e affinché le sue forze armate contribuiscano efficacemente alla deterrenza, queste ultime devono essere in grado di resistere ad un attacco, sopravvivere a quell’attacco e quindi riprendere le operazioni per generare potenza di combattimento.

La riduzione delle forze Usa di base a Kadena, dunque, non sarebbe il segno che gli Stati Uniti starebbero abbandonando il Giappone o la First Island Chain. Al contrario, si tratterebbe di una misura prudente per ridurre la vulnerabilità degli aerei statunitensi in loco e, al contempo, aumentare la loro capacità di condurre operazioni di combattimento sostenute.

Kadena, inoltre, si trova in una posizione delicata, è particolarmente esposta al fuoco cinese e, in caso di offensiva di Pechino, un’enorme quantità di mezzi statunitensi presente sul suo territorio si ritroverebbe inerme, e senza più la capacità di contrattaccare.

Una nuova organizzazione

I movimenti di Kadena rappresentano un primo, importante passo nella nuova postura statunitense nell’Indo-Pacifico: d’ora in avanti, Washington punterà sempre più sulla resilienza che non sulla postura.

Il Pentagono, sottolineano gli esperti, dovrebbe cogliere questa opportunità al fine di sfruttare al meglio tutte le risorse necessarie per garantire una distribuzione meno concentrata dei suoi mezzi nella regione, rotazionale e che consenta agli Usa una rapida transizione verso un piano di emergenza.

Concentrare mezzi su mezzi nelle singole basi, data la mancata modernizzazione in vari settori, in questa fase non farebbe nient’altro che esporre gli Stati Uniti di fronte a possibili offensive nemiche. Anche perché, dalla fine della Guerra Fredda fino a pochi anni fa, le forze armate statunitensi hanno operato da basi aeree quasi totalmente al sicuro da attacchi aerei e missilistici rivali.

Ebbene, quel periodo è finito da tempo. Specialmente nell’Indo-Pacifico, dove la Cina controlla adesso un gran numero di missili a lungo raggio e forze aeree sempre più moderne. Giusto per fare un esempio, i missili cinesi armati convenzionalmente possono oggi raggiungere la maggior parte delle basi americane nella regione, Guam inclusa. Ecco perché gli Stati Uniti devono incrementare la cooperazione con i propri partner locali.

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