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Si chiama Rapid Dragon ed è il nuovo sistema statunitense per il lancio di missili da crociera.

Mercoledì scorso un aereo da trasporto militare C-130 “Hercules”, volando nei cieli dell’Artico norvegese, ha lanciato un missile da crociera a lungo raggio dal vano di carico, facendolo cadere con il paracadute prima che si sganciasse per iniziare il suo volo verso il bersaglio.

L’operazione è stata la prima dimostrazione in assoluto in Europa di questo nuovo concetto di impiego di vettori da crociera, un programma sperimentale che utilizza procedure standard di lancio dall’aria di carichi pallettizzati.

Il tenente colonnello dello Special Operations Command Europe, Lawrence Melnicoff, ha affermato prima del lancio che il nuovo sistema “mette la Russia nel raggio d’azione. Stiamo intenzionalmente cercando di essere provocatori senza provocare un’escalation”, aggiungendo che “stiamo cercando di scoraggiare l’aggressione russa, il comportamento espansionista, mostrando le capacità potenziate degli alleati”.

Il lancio del missile, effettuato all’interno del Circolo Polare Artico presso l’Andoya Space Range in Norvegia, mostra anche come gli alleati possono potenziare le proprie capacità mescolando e abbinando i sistemi d’arma in nuovi modi, ha affermato ancora Melnicoff.

Il test è stato il culmine della dimostrazione, da parte del Soceur (Special Operation Command Europe), della capacità delle unità americane e alleate di mobilitarsi rapidamente e fornire fuoco di precisione a lungo raggio su grandi distanze. L’esercitazione in Norvegia ha infatti coinciso con le manovre effettuate in Polonia e Romania e missioni simili, come riferito da Stars and Stripes, sono state svolte anche nei Paesi Baltici. Questo tipo particolare di operazioni sono connesse alla pianificazione per affrontare il possibile scenario peggiore in caso di conflitto, ovvero il caso in cui la Russia prendesse di mira gli hub militari alleati in Europa. In particolare il fine è quello di complicare il processo decisionale russo per un possibile primo attacco mirante a colpire importanti centri militari in Europa, come la base aerea di Ramstein in Germania o quella di Lakenheath nel Regno Unito. Secondo Melnicoff, se si “arriva al peggio e qualcuno elimina questi centri, possiamo proiettare in avanti la capacità di fuoco di precisione attraverso l’alleanza con i nostri partner”.

Rapid Dragon, che utilizza una gabbia d’acciaio con sei/nove alloggiamenti per missili da crociera e che viene estratta dal vano di carico di un qualsiasi aereo da trasporto sfruttando la mobilità su pallet a cui sono legati dei paracadute, interessa diversi alleati, inclusa la Polonia, che non hanno capacità di attacco in profondità data dai bombardieri a lungo raggio come quelli statunitensi.

Il sistema Rapid Dragon può essere infatti caricato con missili Joint Air to Surface Standoff, che hanno una portata fino a circa 1900 chilometri a seconda della variante. La modalità sfrutta la capacità di un aereo da trasporto di movimentare carichi pesanti, ed essendo concepita come un pacchetto “roll-on roll-off” è altamente flessibile e di rapido impiego. Il sistema ha anche la possibilità per essere accoppiato con altri tipi di carico bellico, comprese armi ipersoniche e sciami di droni. Il concetto è stato sviluppato dalla U.S. Air Force, che lo ha sperimentato negli ultimi due anni, ma, come detto, è la prima volta che viene utilizzato in Europa e in particolare nell’Artico, fattore, quest’ultimo, per nulla casuale.

Il ritorno della Russia nell’Artico è un fatto noto da tempo: Mosca ha ripreso a militarizzare i suoi smisurati confini settentrionali con la costruzione di nuovi insediamenti militari e la modernizzazione di quelli vecchi. La regione, infatti, è tornata prepotentemente al centro degli interessi degli Stati che vi si affacciano (e non, come la Cina), per via dei cambiamenti climatici che stanno permettendo un più facile accesso alle risorse minerarie ivi presenti. Inoltre, la diminuzione estensionale e temporale del ghiaccio marino, sta aprendo una nuova rotta commerciale che mette in comunicazione il Mare di Norvegia/Barents con quello di Bering, quindi mettendo in comunicazione l’Oceano Atlantico e il Pacifico attraverso una linea potenzialmente più sicura rispetto a quella passante per le varie strozzature naturali o artificiali come il canale di Suez, che proprio recentemente ha dimostrato tutta la sua fragilità quando una nave portacontainer si è incagliata durante il passaggio.

La Northern Sea Route (o passaggio a nord-est), però non è ancora commercialmente sfruttabile, per una serie di fattori che vedono, oltre alla presenza dei ghiacci per parte dell’anno, la carenza di infrastrutture di scalo/supporto.

Mosca sta investendo molto nell’Artico di sua competenza da questo punto di vista, ma lo sviluppo va a rilento, però il Cremlino punta molto su questa regione tanto da ritenerla prioritaria per gli interessi strategici nazionali, come si evince dalla nuova dottrina navale russa recentemente pubblicata.

La dimostrazione delle possibilità di attacco standoff col sistema Rapid Dragon è quindi un segnale a Mosca, tanto più che la Russia, nei mesi scorsi, ha dimostrato di voler aumentare la propria presenza militare nell’Artico periferico dell’Alleanza effettuando uno schieramento rotazionale di quattro bombardieri strategici Tupolev Tu-160 “Blackjack”, che sono arrivati sulla pista della base di Olenegorsk-2, a un’ora di macchina a sud di Murmansk, nella Penisola di Kola, a fine agosto scorso.

Dobbiamo precisare che questo rischieramento, insieme ad altri avvenuti negli ultimi mesi, non è correlato alle tensioni generate dal conflitto in Ucraina, in quanto, come detto, Mosca sta progressivamente militarizzando l’Artico da tempo, inoltre ha ricominciato a effettuare voli di pattugliamento dei suoi bombardieri strategici verso l’Atlantico settentrionale dal 2008, dopo quasi due decadi di pausa cominciate col termine della Guerra Fredda.

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