Il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, stila il suo decalogo in vista del vertice di Madrid dell’Alleanza Atlantica. Tanti gli spunti di riflessione dati dal segretario: in particolare per quanto riguarda il rafforzamento del fronte orientale del blocco, quello a ridosso della Russia.

La direzione intrapresa dalla Nato sembra eloquente. La guerra in Ucraina, ha fatto intendere Stoltenberg, ha riattivato una serie di processi di rafforzamento dell’ombrello atlantico che passa inevitabilmente per l’aumento delle risorse e, evidentemente, delle forze in campo. Un aumento che si osserverà soprattutto nelle forze di intervento rapido che, come ha spiegato il segretario generale dell’Alleanza, passeranno da 40mila a 300mila unità. Questo non implica un reclutamento di forze nuove, ma l’aumento del numero di soldati messi a disposizione dai Paesi membri all’interno di una forza multinazionale congiunta che è stata creata proprio per permettere una risposta rapida della Nato a qualsiasi minaccia alla sicurezza del blocco ma anche a delle crisi in cui è necessario che intervenga l’intera alleanza. Non a caso è stato proprio con la guerra in Ucraina che Bruxelles ha schierato per la prima volta gli uomini della Nato Response Force con compiti di deterrenza e difesa.

La scelta di rafforzare questa forza di intervento rapida indica che la Nato ha interesse a lanciare un messaggio preciso nei confronti di Mosca. Questo non si traduce nel fatto che questi potenziali 300mila uomini impegnati nel meccanismo di intervento rapido siano impiegati prossimamente e in maniera totale per fare da deterrente a Mosca o su tutto il fronte orientale. Anche il dispiegamento avvenuto dopo le prime fasi dell’aggressione all’Ucraina è stato ridotto nei numeri anche se attualmente la Nato Response Force coinvolge 40mila unità delle forze atlantiche. L’avvertimento però rispetto al Cremlino è che nei prossimi anni saranno sensibilmente aumentate le capacità della Nato di attivare in modo rapido migliaia di soldati in caso di minaccia. E questo è particolarmente rilevante se si pensa che l’aumento del numero di Paesi membri dell’Alleanza ai confini russi fa sì che le prossime mosse di Mosca a ovest siano fortemente a rischio di un confronto con l’Alleanza. Un modo per rispondere alle richieste dei Paesi baltici e dei Balcani orientali di rafforzare lo schieramento di forze pronte in caso di attacco.

Il segnale sulle forze di intervento rapida si inserisce inoltre nel quadro di un approccio Nato diverso rispetto agli anni precedenti. Dai comandi euro-atlantici è continuamente richiesto un impegno maggiore da parte di tutti i membri per eventuali minacce contro l’Alleanza. Ed è in realtà un processo iniziato da diversi anni, in cui il conflitto scatenato da Vladimir Putin a febbraio di quest’anno rappresenta semmai un ultimo e definitivo incentivo. Sono anni che la Nato (in sostanza gli Stati Uniti) chiede ai singoli Stati membri di aumentare le proprie risorse stanziate per la difesa collettiva, siano esse finanziarie o umane. In attesa che tutti i Paesi raggiungono quello che Stoltenberg ha definito lo standard minimo richiesto, cioè il famigerato budget del 2%, Bruxelles fa un passo avanti chiedendo che alle forze di risposta rapida si aggiungano altre 260mila unità. Un segnale che riguarda non solo Mosca, ma tutti gli Stati che fanno parte dell’Alleanza.

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