La Svizzera è storicamente identificato come il Paese-simbolo della neutralità assieme alla Svezia, che ha di recente rotto la bisecolare impasse per avvicinarsi alla Nato. Neutrali non significa, però, indifesi e di questo Berna, non coinvolta in alcun conflitto dai tempi della guerra interna del Sonderbund (1847), ha sempre avuto coscienza. Gli inizi della neutralità svizzera possono essere fatti risalire, nei fatti, a tempi ancora più antichi, e cioè alla sconfitta della Vecchia Confederazione nella battaglia di Marignano nel settembre 1515 ad opera delle truppe franco-veneziane o al trattato di pace firmato dalla Confederazione Svizzera con la Francia il 12 novembre 1516. Nella costituzione elvetica il primo accenno è del 1647 e solo il lungo cinquantennio compreso tra l’invasione della Francia rivoluzionaria (1798) e il conflitto del Sonderbund la ha turbata.

L’orgogliosa neutralità svizzera

La Costituzione concede alla Svizzera “il diritto all’autodifesa e la portata su come interpretare gli aspetti politici del concetto non coperti dalla definizione giuridica”. Complice un’antica e rodata tradizione militare, che è stata per secoli alimentata dalla fama dei guerrieri svizzeri, chiamati come mercenari dai principi europei in tutta l’Età Moderna, come implacabili e efficaci la Svizzera ha sempre rivendicato la sua scelta neutrale in forma attiva.

Se ne accorsero più volte sia gli Alleati che i tedeschi durante la Seconda guerra mondiale, quando la Svizzera impose, complici le diverse violazioni dello spazio aereo nazionale e gli occasionali bombardamenti subiti per errore da Schaffusen, Zurigo e altri centri, una politica di tolleranza zero per il proprio spazio aereo: gli aeroplani danneggiati potevano scegliere l’opzione dell’atterraggio in terra svizzera e la neutralizzazione dei rispettivi equipaggi, mentre i caccia e i bombardieri visti volare in formazione erano intercettati. Durante la Campagna di Francia del maggio 1940 i tedeschi videro ben 11 aerei della Luftwaffe abbattuti dai caccia elvetici, mentre tra il 1943 e il 1945 nove bombardieri alleati furono colpiti dall’aviazione e dalla contraerea svizzera, portando Usa e Regno Unito a perdere trentasei uomini per le violazioni dello spazio aereo di Berna.

Nel periodo della Guerra Fredda la neutrale Svizzera si è consolidata come grande potenza finanziaria mantenendo però la guardia alta. Ancora oggi, ad esempio, Berna mantiene attiva la leva militare per tenere mobiltiata la popolazione. Ogni cittadino svizzero è tenuto a prestare il servizio militare o un servizio civile sostitutivo. Le cittadine svizzere possono farsi reclutare volontariamente. Per soldati, appuntati e sottufficiali l’obbligo di prestare servizio dura fino alla fine del decimo anno civile che segue la promozione a soldato. I cittadini sono “soldati” di fatto e mantengono la possibilità di svolgere il servizio militare in una sola volta, con un’unica ferma di trecento giorni, o spalmarla su dieci anni iniziando con una ferma trimestrale il primo anno e garantendo 19 giorni di servizio negli anni successivi.

 

La svolta ucraina della Svizzera

La Svizzera ha promosso una strategia neutrale di espansione finanziaria e puro umanitarismo al punto tale da non accedere alle Nazioni Unite fino al 2002. Ma il contesto geopolitico mutato dalla guerra russo-ucraina ha spinto Berna a una mossa senza precedenti: la Svizzera ha applicato nella giornata del 28 febbraio i primi due pacchetti di sanzioni contro la Russia promossi dall’Unione Europea, di cui non è parte, aprendo anche al congelamento dei corposi conti dei cittadini di Mosca ritenuti vicini a Vladimir Putin conservati nel Paese. Il passo è stato una decisione “unica e difficile” ma “moralmente” imperativa a causa della brutale campagna militare della Russia contro il suo vicino, ha affermato il presidente federale Ignazio Cassis in una conferenza stampa a Berna. E non finisce qui.

Per la prima volta in oltre un secolo e mezzo, la Svizzera è pronta ad assumere una postura militare tale da identificare, tra i vari blocchi, una minaccia maggiore in un attore rispetto a un altro, vedendo nell’assertività russa un fattore di destabilizzazione. E lo status di neutralità della Svizzera sta per affrontare la sua più grande prova degli ultimi decenni, con il Dipartimento della Difesa guidato da Viola Amherd, esponente dell’Alleanza di Centro, che si sta avvicinando alle potenze militari occidentali in risposta all’invasione russa dell’Ucraina. Paelvi Pulli, capo della politica di sicurezza del ministero della Difesa svizzero, ha sottolineato a Reuters che “il ministero della Difesa sta elaborando un rapporto sulle opzioni di sicurezza che includono esercitazioni militari congiunte con i paesi della Nato” e piani di “forniture di munizioni”. Amherd ha visitato Washington a fine aprile sottolineando che la Svizzera potrà interpretare in modo più attiva la neutralità, non definita, sottolinea Formiche, come un obiettivo in sé ma come un volano per la sicurezza.

Nel frattempo la Svizzera si arma. E lo fa con costanza mantenendo moderno e attivo un dispositivo militare tutt’altro che arretrato.  Per aumentare il budget militare di 300 milioni di franchi all’anno, il senatore dell’Udc Svizzera Werner Salzmann, che presiede la Commissione della politica di sicurezza degli Stati propone di tagliare fondi in alti settori, come lo Stato sociale, le università e l’aiuto allo sviluppo. “È il turno dell’esercito”, ha detto in un’intervista al Neue Zürcher Zeitung divenendo il primo politico svizzero di alto rango a mettere la sicurezza davanti alla prosperità. Del resto, già prima dell’invasione russa dell’Ucraina l’avvicinamento alla Nato era stato mediato dalla scelta di Berna di puntare sul caccia F-35.

Mezzi propri e F-35, come si muove l’esercito svizzero

Nel giugno 2021 la Confederazione Elvetica ha deciso di puntare 6 miliardi di franchi svizzeri (6,5 miliardi di dollari Usa) per sostituire i suoi Hornet con 36 nuovi aerei da combattimento F-35 A Lightning prodotti dalla Lockheed Martin. Radio Svizzera Italiana ha fatto notare che “il Consiglio federale”, organo di governo della Confederazione, “appoggia la proposta di firmare i contratti d’acquisto dei 36 caccia F-35A con il Governo statunitense entro il 31 marzo 2023, ossia entro la scadenza dell’offerta, senza dover aspettare i risultati della votazione sull’iniziativa popolare Contro gli F-35 (Stop F-35)” convocata per i prossimi mesi. StartMag nota come in questo piano possa aver un ruolo anche l’Italia: “il 24 marzo l’Ufficio federale dell’armamento, Armasuisse, ha annunciato che almeno 24 dei 36 caccia stealth F-35A della Svizzera saranno prodotti a Cameri”, negli stabilimenti di Leonardo in cui si trova “una delle due linee di produzione dell’F-35 fuori dagli Stati Uniti e l’unica in Europa”.

Ad oggi l’Esercito Svizzero, che all’estero ha avuto un ruolo nelle missioni di pace Onu in Kosovo in conformità ai dettami costituzionali, è in parte equipaggiato da una apprezzabile industria militare interna. Il fucile d’assalto Fass-90 prodotto dalla Swiss Arms AG (in precedenza SIG, Schweizerische Industrie Gesellschaft) di Neuhausen am Rheinfall è uno di questi esempi, assieme a mezzi come il semovente d’artiglieria M109 Kawest, miglioria elvetica di un importante mezzo americano.  È una versione modificata dell’obice blindato M109 statunitense realizzata dall’azienda Ruag, mentre un’altra azienda, la Mowag, ha promosso la realizzazione del veicolo trasporto truppe Piranha, 778 esemplari del quale sono in dotazione ai Marines Usa.

Tra gli altri utilizzatori del versatile e resistente Piranha si segnalano l’esercito di terra e la fanteria di marina spagnole, gli eserciti di altri quattro Paesi Nato (Belgio, Canada, Danimarca, Romania), la Guardia Nazionale saudita, l’esercito svedese, le forze armate di Australia, Brasile, Cile, Nigeria, Nuova Zelanda, Qatar. L’aumento dell’integrazione con le forze armate occidentali con l’acquisizione di un mezzo moderno come l’F-35 sarebbe un nuovo punto di passaggio per il rafforzamento di un apparato sempre più integrato e integrabile con quelli occidentali. Non ancora alleati, ma sicuramente amici. La neutralità svizzera nel XXI secolo è dinamica e proattiva: la storia si è rimessa in moto e Berna vuole mettersi al passo per continuare a sopravvivere e difendere i principi base del suo benessere e della sua libertà. Conscia del fatto che scambiare la neutralità per ignavia sarebbe un danno, in primo luogo, per la stessa sicurezza del Paese. Da sempre tutelata con attenzione dagli apparati della Confederazione.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.