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L’Occidente ha una lunga storia di sopravvalutazione del potenziale bellico russo. Ai tempi dell’Unione Sovietica, ad esempio, sull’onda emotiva dei successi nel campo della missilistica di Mosca a metà degli anni ’50, gli Stati Uniti ritenevano che il Cremlino fosse in grado di schierare centinaia di vettori balistici per bersagliare le città statunitensi con testate nucleari.

Una storia di sopravvalutazione

In realtà, come è emerso successivamente, si trattava solo di una percezione errata: l’Urss aveva intrapreso contemporaneamente cinque diversi programmi missilistici negli anni ’60 che hanno cominciato a entrare in servizio solamente verso la fine del decennio, permettendo a Mosca di schierare, a inizio degli anni ’70, otto diversi sistemi Icbm (Intercontinental Ballistic Missile) comprendenti oltre mille lanciatori totali schierati in silos di lancio rinforzati e circa 200 Slbm (Submarine Launched Ballistic Missile) dispiegati sui sottomarini.

Negli Stati Uniti, però, in seguito al lancio nello spazio di un missile balistico intercontinentale e di un satellite da parte dei sovietici nel 1957, il Gaither Committee, incaricato di valutare la protezione civile in caso di attacco nucleare, riteneva che Mosca potesse disporre di una significativa capacità di missili balistici intercontinentali. Questo, insieme all’annuncio del Segretario generale Nikita Chrushchev secondo cui l’Urss stava producendo “Icbm come fossero salsicce”, determinò la convinzione diffusa sull’esistenza di un divario missilistico tra l’Unione Sovietica e Stati Uniti.

Gli Usa risposero investendo pesantemente nello sviluppo di missili balistici, dietro il paravento della “corsa alla Luna” culminata con l’allunaggio del 1969, per colmare un divario che era solo percepito e non effettivo. L’esempio lampante di come un misto di propaganda, disinformazione e scarsa (allora) capacità di valutazione abbia portato alla sopravvalutazione dell’avversario.

Questo ci porta direttamente a tempi più recenti, in cui la Hybrid Warfare declinata “in salsa russa”, definita un po’ impropriamente “Dottrina Gerasimov” dal nome dell’attuale capo di Stato maggiore della Difesa di Mosca che ha svolto un lavoro di raccolta ed attualizzazione degli strumenti di contrasto ibridi occidentali, è assurta a icona del nuovo e dirompente modo della Russia di condurre un conflitto sotto la soglia dello scontro armato.

In realtà, più che a Valery Gerasimov, si deve al colonnello Sergey Cekinov e al generale Sergey Bogdanov la vera attualizzazione e declinazione in stile russo del contrasto nella “zona grigia”. Sono loro, infatti, a inserire elementi come l’uso strumentale delle Ong, quello dei media di ogni livello e dei social network, l’azione delle istituzioni culturali in loco, e di attori di alto profilo nel campo dell’ecologia, della guerra psicologica e dello spionaggio.

Questo non ha impedito di riferirsi generalmente – ed erroneamente – alla “Dottrina Gerasimov” per indicare qualsiasi tipo di attività russa condotta non solo al di fuori dell’ambito militare, ma anche al suo interno. Come è facile intuire, se tutto è “guerra ibrida”, nulla è “guerra ibrida”. Una non corretta interpretazione che riguarda anche l’efficacia dell’Hybrid Warfare russa: se quanto avvenuto in Crimea nel 2014 può essere giustamente preso ad esempio di una sua magistrale messa in atto, quello che è successo in Donbass, proprio nello stesso arco temporale, dimostra che la tattica non è infallibile se esistono particolari condizioni sul campo. Anche in questo caso, quindi, c’è stata una sopravvalutazione del potenziale russo che è continuata nel campo delle capacità convenzionali almeno sino ai primi mesi del conflitto in Ucraina cominciato con l’invasione del 24 febbraio 2022.

Il conflitto che ridimensiona il potenziale bellico russo

Escludendo l’errata valutazione russa sulla breve durata del conflitto, in quanto il Cremlino riteneva, sbagliando, di non trovare accanita resistenza come si può evincere dallo stesso piano di battaglia iniziale che ha previsto cinque direttrici di invasione con un numero di uomini non adeguato a sostenere una campagna prolungata su un fronte molto esteso – che comunque ci dimostra la mediocre capacità di intelligence russa – possiamo osservare come l’esercito russo si sia rivelato non essere quel rullo compressore che si pensava fosse.

Le unità corazzate e meccanizzate, organizzate in Gruppi Tattici di Battaglioni (o Btg – Batallion Tactical Group) non hanno messo in atto quel “thunder run” travolgente che ci si attendeva e le motivazioni di quest’esito sono molteplici, alcune contingenti altre del tutto strutturali.

Dal punto di vista strutturale la riforma dell’esercito russo (“New Look Army”), cominciata nel 2008 da parte dell’ex ministro della Difesa Anatoly Serdyukov che avrebbe dovuto snellirlo e modernizzarlo tatticamente, è stata una riforma “abortita”, in quanto l’avvento di Sergey Shoigu ne ha bloccato il processo reintroducendo – o per meglio dire mantenendo – unità di manovra più grandi.

La catena di comando, quindi, è rimasta la stessa di stampo sovietico pertanto le nuove unità tattiche (i Btg) non hanno mai avuto effettiva libertà decisionale sul campo, facendo capo ai comandi superiori e mancando di quelli intermedi (di ordine Brigata) che avrebbero avuto più peso in battaglia in quanto in grado di coordinare meglio l’attività offensiva e difensiva.

Guardando ancora ai Btg e al loro impiego, un altro fattore che ha limitato estremamente l’efficacia di un concetto tattico corretto, è stata la carenza di personale delle unità: i reparti meccanizzati erano spesso a corto di uomini, come dimostrato dalla frequente assenza di fanteria di supporto per i tank, che si sono trovati ad avanzare in colonne diventate facile preda per i reparti anticarro ucraini, dotati di letali Atgm (Anti Tank Guided Missile) di fabbricazione occidentale e non.

Sempre restando sul piano strutturale, la Russia è penalizzata da un male diventato endemico, ovvero quello della corruzione che permea tutti i livelli delle Forze Armate, della politica e dell’intelligence. La diretta conseguenza di questa piaga è la scarsa manutenzione dei mezzi, a volte accompagnata dalla mancanza di carburante, senza considerare la difficoltà nell’approvvigionamento di rifornimenti e dotazioni individuali.

Dal punto di vista contingente, anche se si può considerare diventato di tipo strutturale, l’embargo occidentale a cui è stata sottoposta la Russia dal 2014 ha pesato molto sia sul numero di armamenti prodotti, sia sulla qualità degli stessi: se è valido il principio che in guerra la quantità è da sola forza bellica, è pur vero che essa deve essere “di qualità”, ovvero i mezzi devono essere efficienti.

La difficoltà dell’industria ad alta tecnologia locale di produrre microchip ha costretto Mosca, insieme alla necessità di mantenere una capacità di deterrenza verso la Nato, a non usare massicciamente il proprio arsenale missilistico da crociera e balistico a corto raggio.

Sui cacciabombardieri sono stati osservati, da ben prima del conflitto, navigatori satellitari di fabbricazione occidentale che si trovano regolarmente in commercio, a sottolineare la scarsa efficienza dei sistemi autoctoni, mentre i recenti attacchi in profondità ucraini aprono una seria riflessione sulle effettive capacità del complesso sistema di difesa aereo russo.

Il bombardamento della base aerea di Engels-2, nell’oblast di Saratov (quindi a circa 800 chilometri dal territorio ucraino libero), dimostra la permeabilità dello spazio aereo russo sebbene ancora non si sappia come sia stato effettivamente portato, ovvero se usando uno Uav (Unmanned Air Vehicle) oppure un missile da crociera. In entrambi i casi, però, la considerazione è la stessa: i sistemi russi non sono infallibili come invece siamo stati abituati a pensare negli anni precedenti, osservandoli ai saloni internazionali come il Maks, che si tiene nei pressi di Mosca ogni due anni.

Anche le più recenti costruzioni aeronautiche come il Sukhoi Su-57 dimostrano tutti i limiti del potenziale bellico russo: più che non essere propriamente stealth come altri caccia tipo l’F-22 e l’F-35 – si tratta di una deliberata scelta russa – il velivolo ha una “firma” elettronica elevata data dalla suite di sensori attivi montata a bordo, che lavora su larghezze di banda non adatte a mantenere la furtività come accade sui velivoli occidentali: del resto se usi i nuovi caccia in Siria o nella stessa Ucraina, scopri le tue carte agli “occhi e orecchie” occidentali. Sempre parlando di Su-57, anche la produzione del nuovo motore – per ora definito “Izdeliye 30” dalla NPO Saturn – è ben lungi dall’essere completata nonostante gli anni di sviluppo.

La Russia quindi, dal punto di vista degli armamenti convenzionali, è un “gigante dai piedi d’argilla”? La capacità produttiva russa non va sottovalutata, almeno nel medio/lungo termine, ma occorre sicuramente riconsiderare quella che è la percezione occidentale sul potenziale bellico russo, che come abbiamo visto è stato sopravvalutato anche in epoche passate.

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