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Emmanuel Macron vola nel Golfo Persico per un blitz di due giorni tra Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Una missione che per il presidente francese si traduce immediatamente in un contratto siglato con Abu Dhabi da 16 miliardi di euro per la fornitura di 80 caccia Rafale. Aerei che andranno a sostituire i Mirage in possesso dell’aeronautica militare di Abu Dhabi e comprati nel 1998.

Come spiegato da Radiocor, il ministero della Difesa francese ha reso noto che il valore complessivo dell’accordo è di 16 miliardi più altri due per gli armamenti e altri “elementi associati”. I Rafale, vera e proprio arma non solo degli arsenali transalpini ma anche della diplomazia dell’Eliseo, saranno consegnati alle forze emiratine tra il 2027 e il 2031 e saranno realizzati allo “standard F4”, un programma che dovrebbe essere finalizzato nel 2024. Insieme ai jet, negli arsenali di Abu Dhabi arriveranno anche 12 elicotteri Caracal, per una commessa di circa un miliardo di euro.

Macron ha salutato l’accordo ricordando come gli Emirati abbiano visto nella Francia “un partner solido e affidabile”: un Paese, ha continuato il presidente francese, che “ha mantenuto gli impegni”. Come riportato da Agi, il capo dell’Eliseo ha sottolineato che “questo impegno francese nella regione, questa cooperazione attiva nella lotta al terrorismo, le posizioni chiare che abbiamo assunto significano che abbiamo aumentato la nostra vicinanza agli Emirati Arabi Uniti. E in un momento in cui sono indubbiamente sorti più interrogativi su altri partner storici, penso che questo rafforzi la posizione della Francia”.

Le parole non sono sono certo casuali, specialmente in un contesto come quello diplomatico. Le frasi del presidente francese hanno ricordato a molti l’affaire Aukus, vera e propria ferita nella diplomazia francese che si è vista strappare un accordo di decine di miliardi di dollari per la vendita di sottomarini all’Australia. Il patto tra Regno Unito, Australia e Stati Uniti, che ha fatto saltare il cosiddetto “accordo del secolo” tra industria francese e marina di Canberra, fece infuriare Macron al punto da ritirare gli ambasciatori da due dei tre Paesi coinvolti nell’alleanza. Quello a Londra non venne richiamato, forse come contromossa per manifestare stizza nei confronti di Boris Johnson. Citare gli “interrogativi su altri partner storici” può dunque essere letto come un richiamo alla questione dei sottomarini “aussie”, che sembra avere segnato uno spartiacque di non poco conto nella diplomazia industriale e della difesa francese.

Ma quelle parole di Macron sulle mosse dei partner storici hanno un peso specifico anche se rapportate al contesto in cui sono state espresse. Ed è un monito che riguarda gli Stati Uniti e che, come vedremo più avanti, dovrebbe essere ricordato anche a molti in Italia.

Gli Emirati Arabi Uniti, definiti la “piccola Sparta” proprio in virtù dei desideri di rafforzamento militare e riarmo, sono rimasti particolarmente scottati dallo stop all’export bellico lanciato dagli Stati Uniti all’inizio della presidenza democratica. Joe Biden aveva poi nuovamente sbloccato la cessione di sistemi d’arma e aerei (in particolare gli F-35), ma le trattative e le restrizioni imposte da Washington sembrano avere frenato sia le ambizioni emiratine sugli aerei Lockheed Martin sia le possibilità dei funzionari americani.

L’accordo franco-emiratino e le frasi di Macron – dicevamo – dovrebbero tuttavia avere una certa eco anche nei corridoi della Farnesina e di Palazzo Chigi. Il motivo nasce proprio dal blocco all’esportazione di armi nei confronti di Abu Dhabi che, oltre a vedere coinvolti gli Usa, vide anche il protagonismo dell’Italia a guida Giuseppe Conte (all’epoca premier giallorosso). Il governo italiano, all’inizio del 2021, decise di limitare la vendita di una lunga serie di elementi inerenti la difesa: non solo bombe o missili, ma anche qualsiasi componente potesse servire nell’ambito di sistemi d’arma. L’avere congelato accordi già firmati aveva fatto infuriare gli Emirati al punto che, tra le varie conseguenze diplomatiche del blocco, Abu Dhabi decise – proprio nelle fasi di ritiro dall’Afghanistan – la cessazione dell’utilizzo da parte degli italiani della base di Al Minhad. Un danno dunque non solo economico, ma anche strategico, che Roma ha pagato a un prezzo elevato sia in termini finanziari e militari, sia in termini di credibilità in un’area fondamentale come quella del Golfo Persico. L’accordo per 80 Rafale concluso dalla Francia dovrebbe essere letto dunque con molta attenzione.

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