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Martedì 21 dicembre, il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha rilasciato un’intervista a Sputnik in cui ha affrontato una serie di questioni riguardanti le mosse degli Stati Uniti nella regione dell’Asia e del Pacifico e l’espansione verso est della Nato in Europa.

In particolare Wang ha detto che la Cina si oppone al dispiegamento di missili a medio raggio basati a terra nella regione Asia-Pacifico (e in Europa) da parte degli Usa. “La Cina ha espresso chiaramente più volte la sua posizione sulla questione dei missili a medio raggio e si oppone fermamente al dispiegamento da parte degli Stati Uniti di missili terrestri di questo tipo nella regione Asia-Pacifico e in Europa in qualsiasi forma” sono state le esatte parole del ministro. Wang ha anche affermato, in una dichiarazione precedente, che la Cina non teme il confronto con gli Usa, aggiungendo che i problemi tra i due Paesi sono dovuti a giudizi errati da parte statunitense. “Se ci sarà uno scontro, allora [la Cina] non lo temerà e combatterà fino alla fine” ha ricordato.

Di recente Pechino ha messo in guardia dal sostenere l’indipendenza di Taiwan e su questa tematica il ministro Wang ha tenuto a sottolineare che qualsiasi tentativo di venire in aiuto dell’isola “interromperà la pace e la stabilità regionale” avvertendo anche gli Stati Uniti di non “inviare segnali sbagliati” per non causare disagi. Wang ha infatti esortato Washington non solo ad astenersi dal sostegno, ma anche ad abbandonare la nozione di “indipendenza” di Taipei e a mantenere la politica “One China” con azioni reali piuttosto che vuote promesse.

Sul fronte europeo Wang ha esortato la Nato a recedere dall’espansione verso est, invitando gli Stati Uniti e i suoi alleati a considerare le proposte russe come un mezzo per incrementare la fiducia reciproca e per dare stabilità riducendo il rischio di un conflitto. Del resto non ci si può aspettare altro visti i legami di amicizia sempre più stretti tra Mosca e Pechino, che hanno anche portato il Cremlino ad affermare – fatto mai visto prima – che la questione taiwanese afferisce solo ed esclusivamente alla politica interna della Repubblica Popolare.

La parte più interessante dell’intervista a Wang è, però, quella riguardante i missili balistici a raggio medio (Mrbm) e intermedio (Irbm). L’uscita degli Usa dal Trattato Inf sulle forze missilistiche di questo tipo particolare in Europa, ha aperto alla possibilità di vedere sistemi balistici e da crociera con una portata compresa tra i 500 e i 5500 chilometri ricomparire negli arsenali statunitensi. Come abbiamo già avuto modo di analizzare in modo approfondito, Washington è uscita dall’Inf proprio per avere la possibilità di contrastare la minaccia balistica cinese nel teatro del Pacifico Occidentale: Pechino, infatti, possiede nei suoi arsenali missilistici un grande numero di sistemi a corto raggio (Srbm) e a raggio medio e intermedio.

I missili di questo tipo (e da crociera) armati convenzionalmente (quindi non con testata nucleare) sono diventati una componente sempre più importante della potenza militare. Possono essere impiegati per scoraggiare possibili minacce o proiettare potenza a centinaia o migliaia di chilometri di distanza senza impiegare le risorse più preziose di un esercito: il personale. Nell’ambito degli ampi sforzi per modernizzare l’Esercito di Liberazione Popolare (Pla), la Cina ha sviluppato uno dei più potenti arsenali missilistici convenzionali terrestri al mondo. Le forze missilistiche convenzionali della Cina hanno rimodellato in modo significativo il panorama della sicurezza nella regione indo-pacifica e gli Stati Uniti e altri attori regionali stanno costantemente adattando le proprie capacità in risposta.

Secondo il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, le forze missilistiche cinesi nei primi anni 2000 erano generalmente di tipo a corto raggio e di modesta precisione, ma da allora, la Cina ha sviluppato il suo arsenale diversificandolo, cioè dotandosi di sistemi diversi e di diversa portata, e aumentando drasticamente il numero di vettori.

La Pla Rocket Force, che mantiene e gestisce i missili convenzionali e nucleari terrestri della Cina, ha messo in campo diversi nuovi sistemi missilistici negli ultimi anni e molti di questi missili sono in grado di trasportare sia carichi convenzionali sia nucleari. La Cina, in particolare, ha sviluppato molto la precisione delle sue forze missilistiche convenzionali e sembra abbia raggiunto la capacità di condurre attacchi puntuali a grande distanza, al punto da poter anche minacciare le unità navali maggiori come le portaerei: recentemente Pechino ha effettuato alcuni test del missile balistico DF-21D (e DF-26B), soprannominati “killer di portaerei” che grazie a particolari accorgimenti dinamici è in grado di variare la sua traiettoria terminale e colpire un grosso bersaglio in navigazione sfruttando le rinnovate capacità di scoperta e tracciamento date dai satelliti.

Sono però gli Irbm a preoccupare Usa e alleati regionali. La Cina ha infatti dato priorità al dispiegamento di questi vettori che hanno una gittata compresa tra i 3mila e i 5500 chilometri. Secondo il Csis (Center for Strategic and International Studies) il numero di lanciatori Irbm è cresciuto da zero nel 2015 a 72 nel 2020. L’arsenale cinese di Irbm è costituito interamente dal DF-26 che ha una portata massima di 4mila chilometri, e secondo quanto sappiamo è il primo e unico missile terrestre cinese in grado di condurre attacchi convenzionali contro Guam, l’isola dell’arcipelago delle Marianne sede di una fondamentale base aeronavale Usa.

La Pla Rocket Force ha anche schierato un numero crescente di Mrbm, con gittate comprese tra i mille e 3mila chilometri. Sappiamo che la Cina aveva circa 42 lanciatori per missili di questo tipo nel 2013, ma nel 2020 questi erano già era più che raddoppiati passando a 94.

Pechino sta schierando anche più missili da crociera lanciati da terra (Glcm): tra il 2013 e il 2020, l’inventario cinese di lanciatori per questi vettori è cresciuto da 54 a 70. L’ultimo nato è il Changjian-100 (CJ-100), mostrato per la prima volta in una parata nel 2019 che si ritiene abbia un’autonomia fino a 2mila chilometri.

A questi si aggiungono gli Srbm, che dovrebbero poter contare su circa 189 lanciatori nel 2020. Le stime, però, sono controverse, col Dipartimento della Difesa che sostiene ci siano 200 lanciatori Irbm negli arsenali cinesi. Quello che invece è un dato di fatto è che dal 2010 al 2020, il numero di lanciatori Mrbm e Glcm è quasi raddoppiato, mentre il numero di lanciatori Srbm è rimasto sostanzialmente invariato.

Risulta però alquanto ipocrita il desiderio di Pechino di non vedere dispiegati sistemi a raggio medio e intermedio statunitensi nel teatro del Pacifico Occidentale, soprattutto considerando che il disinnesco di una minaccia missilistica viene dato proprio da una parificazione (o eliminazione, come avvenuto quando si siglò il Trattato Inf) degli arsenali. È infatti proprio questa proliferazione missilistica cinese ad aver innescato una “corsa agli armamenti” nell’Indopacifico, che vede protagonisti soprattutto gli attori regionali, India e Giappone in primis, se pur con modalità diverse: Nuova Delhi si sta concentrando su una gamma di vettori balistici diversificata, mentre Tokyo intende aumentare la gittata dei suoi missili da crociera.

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