Difesa /

Il conflitto in Ucraina ci ha offerto una finestra sul potenziale bellico dell’esercito russo dopo la riforma “abortita” voluta dall’ex ministro della Difesa Anatoly Serdyukov che prende il nome di “New Look Army”.

Questa rivoluzione, che prevedeva, tra le diverse ristrutturazioni, il passaggio a unità più piccole e snelle imperniate su una struttura di livello brigata/battaglione (i famosi BTG – Gruppo Tattico di Battaglione), mai del tutto portata a termine per un cambio di rotta imposto dall’attuale ministro Sergei Shoigu, ha visto la sua prima prova in un conflitto simmetrico (o “semi simmetrico” per via di considerazioni riguardanti l’approccio difensivo ucraino) nella guerra attualmente in corso.

Particolare attenzione è stata data ai reparti corazzati russi, equipaggiati per la stragrande maggioranza con carri tipo T-72 risalenti agli anni ’80 e ’90 insieme a qualche T-90M, T-80BVM e T-72B3. Risulta anche che la Russia abbia mobilitato gli ancora più vecchi T-62 e T-62M, come mostrato da immagini che ci giungono dal fronte meridionale, nella regione di Kherson.

Al netto delle considerazioni prettamente belliche sull’esito delle operazioni, che abbiamo già profondamente sviscerato e che hanno mostrato sia le carenze strutturali dell’esercito di Mosca legate alla logistica in cui la corruzione, ormai endemica nel Paese, ha avuto un peso rilevante, sia tattiche relative alla dottrina di impiego dei nuovi BTG, le forze corazzate russe rappresentano comunque una massa d’urto imponente grazie al solo fattore numerico.

Ancora oggi, come ai tempi dell’Unione Sovietica, è infatti rimasta la divisione in tre linee delle unità e dei mezzi a disposizione della Russia, con quelle di prima linea dotate di materiale moderno, pienamente equipaggiate e pronte al combattimento, quelle di seconda con materiali più obsoleti e mantenute a un livello di prontezza operativa compreso tra il 50 e il 75 percento, infine quelle di terza linea messe in posizione quadro e dotate di materiali più vecchi, che richiederebbero un arco temporale di circa due mesi per la loro mobilitazione.

Tale struttura si riflette, chiaramente, sulla logistica: in Russia esistono enormi depositi dove vengono stoccati i veicoli corazzati di seconda e terza linea che vengono mantenuti generalmente in condizioni tali da essere riattivati più o meno velocemente. Quantificare il numero di Mbt (Main Battle Tank) presenti nei depositi russi è difficile, ma, se rapportati a quelli occidentali, si tratta di riserve sterminate: alcuni stimano che ci siano circa 20mila Mbt, mentre secondo l’International Institute for Strategic Studies ce ne sarebbero 10mila. Quello che sappiamo, per certo, è che lo smantellamento delle decine di migliaia di corazzati ereditati dall’Unione Sovietica è andato a rilento, e che nel 2017 Mosca, per via dei costi, ha deciso di ridurre la quota di tank da rottamare passando da 10mila a 4mila l’anno.

Al tempo del Trattato Cfe (Conventional Forces in Europe), durante gli anni ’90, Mosca aveva “al di qua degli Urali”, circa 24900 Mbt, e 32200 tra Apc (Armoured Personnel Carrier) e Ifv (Infantry Fighting Vehicle), senza considerare i pezzi di artiglieria e gli elicotteri da attacco. Probabilmente, quindi, in tutto il territorio russo questi numeri erano molto più grandi. Il trattato che regolava la presenza delle forze armate convenzionali in Europa dal Portogallo agli Urali è stato denunciato dal Cremlino nel 2007, quando Mosca in considerazione del mutato assetto delle forze che ha visto i Paesi dell’ex Patto di Varsavia confluire nell’Alleanza Atlantica, ha deciso di sospendere la sua adesione. Pertanto è ragionevole pensare che in questi 15 anni molti dei vecchi Mbt siano tornati nei depositi “a ovest degli Urali”, come infatti suggeriscono le immagini dei T-62 che ci sono pervenute in questi giorni.

Benché, come accennato, si tratti per la maggior parte di mezzi generalmente obsoleti, questa forza rappresenta una massa d’urto temibile in un conflitto convenzionale perché in grado di erodere il vantaggio tecnologico occidentale sul campo in un lungo scontro di attrito.

Bisogna anche considerare che negli eserciti dell’Europa occidentale il numero degli Mbt è drasticamente crollato col termine della Guerra Fredda. La Repubblica Federale Tedesca a metà degli anni ’80 aveva a disposizione 5mila tank composti da Leopard 1 e 2 e da M-48 modernizzati, mentre l’Italia poteva contare su 1200 tra Leopard 1, M-60A1 e circa 500 vecchi M-47. Oggi Berlino ha in servizio 224 carri Leopard 2 la cui operatività è tutta da dimostrare stante le difficoltà strutturali della Bundeswehr dove il tasso di efficienza dei mezzi, siano essi aerei, terrestri o navali, è preoccupante, e in alcuni momenti relativamente recenti è stato anche disastroso. I media tedeschi riferivano, nel 2020, che solo otto dei 53 elicotteri d’attacco Tiger e 12 dei 99 NH-90 da trasporto erano combat ready. La Difesa mira in genere a garantire che fino all’80 percento del suo hardware principale in un dato momento sia pronto per il combattimento. La disponibilità degli elicotteri nell’esercito tedesco, a quel tempo, era stata calcolata intorno al 15%.

Ma la scarsa efficienza non si limita all’ala rotante: a metà del 2018 solo 10 degli allora 128 Eurofighter Typhoon della Luftwaffe e 26 dei 93 cacciabombardieri Tornado erano considerabili pronti all’azione. La carenza di Typhoon e Tornado ha reso impossibile, per l’aviazione tedesca, adempiere al proprio obbligo nei confronti della Nato consistente nel mantenere 82 caccia in un elevato stato di preparazione in previsione di una crisi improvvisa. Un problema diffuso nelle forze armate tedesche. Sempre nel 2018 105 dei 224 carri armati Leopard 2 e cinque delle 13 fregate della Deutsche Marine erano in piena efficienza.

Guardando alle forze corazzate del nostro Paese la situazione non sembra essere migliore: dei 200 Mbt Ariete C1 si stima che solo la metà siano davvero pronti al combattimento.

Oggettivamente anche la stessa età dei carri occidentali non si discosta molto da quella dei mezzi russi: l’ultimo Leopard 2 è uscito di fabbrica nel 1992, mentre il primo M-1A2 Abrams nel 1986, pur continuando a venire aggiornato in modo continuo, ovvero lo stesso anno in cui veniva completato il prototipo dell’Ariete C1. Il carro armato più moderno che può schierare l’Occidente in Europa è il britannico Challenger 2 (1994), considerando che il francese Leclerc ha cominciato a essere prodotto nel 1991. Quindi tutti gli Mbt dell’Europa occidentale hanno alle spalle almeno 30 anni di servizio, se pur avendo subito continui aggiornamenti più o meno profondi. Una situazione a cui va posto rimedio e che più volte è stata posta dalle forze armate europee trovando però poca sponda politica, ma che oggi, stante il rinnovato clima di scontro con la Russia, potrebbe trovare soluzione.

Solo incidentalmente, grazie alle sanzioni internazionali elevate nel 2014 e alla volatilità dell’economia russa, oggi l’esercito russo non dispone di un numero ragionevole del moderno Mbt tipo T-14 “Armata”, che avrebbe dovuto entrare in servizio in 2300 esemplari entro il 2020 e invece, a oggi, ne sono presenti solo un centinaio usati come banco di prova.

Non è però possibile sperare che questa situazione perduri in eterno in quanto la stessa guerra in Ucraina ha portato a un ulteriore e drastico taglio dei legami tra Russia e Occidente spingendo Mosca a guardare altrove, quindi, possibilmente, in futuro l’economia russa, grazie all’offerta di una quantità smisurata di risorse energetiche e minerarie, potrebbe facilmente risollevarsi e permettere al Cremlino di investire di più nella Difesa, visto il medesimo processo attualmente in atto all’interno dell’Alleanza Atlantica e in Giappone.

Pertanto urge una ridefinizione delle forze terrestri che punti all’aumento delle unità corazzate (con sviluppo parallelo di reparti AA, d’artiglieria e anticarro) che devono essere imperniate su un nuovo Mbt di fabbricazione europea, unico per i Paesi Ue, in modo da standardizzarne produzione e formazione del personale. Le cornici finanziare e giuridiche in seno all’Ue ci sono già (Edf, Strategic Compass, Pesco, Occar) e anche un primo progetto rappresentato dal Main Ground Combat Sistem (Mgcs), il progetto franco-tedesco per un nuovo che dovrebbe rimpiazzare nel 2035 i Leopard 2 tedeschi e i Leclerc francesi, che potrebbe essere esteso ad altri partner, come l’Italia e la Spagna che collaborano già in altri programmi, sempre che si decida finalmente a Berlino e Parigi di diventare più flessibili per quanto riguarda i requisiti di sistema e la ripartizione del processo industriale. Quanto meno l’Mgcs potrebbe fungere da base progettuale per un nuovo Mbt europeo gestito dai Paesi che hanno un peso industriale maggiore nella Difesa europea.

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