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Il Giappone aggiungerà 6,75 miliardi di dollari non previsti al suo bilancio annuale per la Difesa, stabilendo così un nuovo record storico delle spese militari di tutti i tempi. Tokyo sta affrontando una vera e propria corsa per rafforzare le sue difese aeree e marittime a causa della preoccupazione data dalle minacce poste dalla Cina e dalla Corea del Nord. A fine novembre il governo del primo ministro Fumio Kishida ha approvato l’aumento che farà salire il budget a 774 miliardi di yen, il più grande mai registrato.

“Poiché le condizioni di sicurezza intorno al Giappone peggiorano a una velocità senza precedenti, il nostro compito urgente è accelerare l’attuazione di vari progetti”, aveva affermato il ministero della Difesa in quella occasione. In quest’ottica Tokyo vuole aumentare la gittata dei missili da crociera attualmente in fase di sviluppo, che andranno a equipaggiare navi e caccia, fino a mille chilometri, facendone, di fatto, delle armi “strategiche”.

Più armi nonostante la costituzione “pacifista”

La consegna di questi nuovi missili è prevista nel 2025-2029, ma il fatto assume una connotazione particolare se pensiamo che, attualmente, la gittata dei missili da crociera in servizio nelle forze di autodifesa nipponiche è di poco superiore ai cento chilometri. Questa scelta di Tokyo è stata presa come deterrente nello scenario della corsa ai missili che sta avendo luogo nella regione dell’Asia-Pacifico, con Pechino e Pyongyang che sviluppano e schierano sempre più vettori caratterizzati da gittate molto diverse: dagli Srbm sino agli Icbm.

Il ministero della Difesa nipponico ha iniziato a sviluppare i nuovi missili da crociera quest’anno, e il costo di sviluppo è stimato in circa 100 miliardi di yen (892 milioni di dollari). Tokyo ci tiene a sottolineare che i vettori verranno utilizzati a scopo difensivo, per lanciare contrattacchi sulle navi nemiche che dovessero aprire il fuoco sul Giappone, ma non è escluso che in futuro si possa decidere per una versione land attack, e quindi si parlerebbe dei primi vettori effettivamente strategici.

Il governo nipponico, nonostante il cambio al vertice, sta quindi proseguendo nella sua politica di riarmo che prevede importanti deroghe alla costituzione, la più “pacifista” mai stilata. Il Giappone, infatti, uscendo sconfitto dal Secondo conflitto mondiale, si è dotato di una carta costituzionale che vieta espressamente il possesso, la costruzione e l’uso di sistemi d’arma atti a portare offesa, quindi, ad esempio, sono vietati i bombardieri a lungo raggio e le portaerei. Questa condizione ha imposto una dottrina ben precisa alle forze di autodifesa nipponiche, oltre a dover adeguare i cacciabombardieri utilizzati affinché non possano essere riforniti in volo e non abbiano particolari dotazioni avioniche per l’attacco (le versioni J dei caccia F-15 e dei vecchi F-4).

Dal punto di vista navale, le due nuove unità della classe Izumo, che grazie alla possibilità di imbarcare gli F-35B Stovl (Short Take-off Vertical Landing) sono di fatto delle portaerei, vengono ancora definiti “cacciatorpediniere portaelicotteri” (o DDH in codice marittimo militare). Ovviamente si tratta di sotterfugi per poter disporre di queste importantissime unità, ed è per questo che la Cina, negli scorsi anni, ha duramente protestato col Giappone proprio in merito a questa questione.

Come nota diplomatica risulta singolare che Pechino abbia aspramente criticato, arrivando persino a minacciare ritorsioni, una decisione prettamente di politica interna nipponica, quando dall’altro lato lamenta l’intrusione esterna nelle questioni riguardanti Taiwan o il Mar Cinese Meridionale, considerate appunto come “interne”. Del resto è uno dei tanti casi di ipocrisia che vedono protagonista la Cina: in campo economico/commerciale, ad esempio, ha sempre propugnato una globalizzazione spinta per accedere ai mercati esteri, ma non ha mai del tutto aperto il suo mercato interno alla presenza straniera.

Non solo Cina

La Cina però non è il solo “avversario” di Tokyo. Su una scala nettamente inferiore c’è anche la Russia. Mosca e Tokyo, formalmente, sarebbero ancora in guerra in quanto non è mai stato siglato un trattato di pace. Se non si è giunti alla sua ratificazione lo si deve a uno snodo cruciale rappresentato dalle isole Curili. L’arcipelago a nord dell’isola di Hokkaido è stato invaso dalle truppe sovietiche alla fine della Seconda Guerra Mondiale, e l’armistizio ha visto passare la gran parte di esso sotto controllo russo.

 

La situazione è rimasta tale sino a oggi, sebbene, saltuariamente, i due Paesi abbiano cercato di trovare un accordo che però è sempre naufragato: le isole sono strategiche perché rappresentano una “strozzatura” per uno dei possibili accessi di Mosca all’Oceano Pacifico dalla sua base di Vladivostok, inoltre controllare le Curili meridionali significa controllare l’attività di un alleato degli Stati Uniti.

Ora, con Mosca e Washington ai ferri corti per la questione ucraina, il Cremlino sembra ben lontano dal voler sedersi al tavolo della trattativa con Tokyo, anzi, sta dimostrando, una volta di più, di voler restare in pianta stabile nell’arcipelago. Proprio qualche giorni fa il ministero della Difesa russo ha rilasciato un video in cui si può vedere lo sbarco di alcuni sistemi missilistici antinave Bastion (SS-C-5 “Stooge” in codice Nato) sull’isola di Matua. Il Bastion è l’ultimo prodotto della missilistica per la guerra di superficie di Mosca e viene utilizzato, insieme ad altri vettori come gli S-300 e i Tor M2 da difesa aerea già presenti nella catena di isole, per formare le cosiddette “bolle” A2/Ad (Anti Access / Area Denial) ovvero dei settori di interdizione aeronavale.

Similmente a quanto si può vedere in Siria, in Crimea, o nell’oblast di Kaliningrad – che per la quantità di mezzi e uomini si può considerare come un’enorme base militare – anche le Curili si avviano, un po’ in sordina e un passo alla volta, a diventare nuove bolle per il sea and air denial.

Questa mossa del Cremlino risponde, come già accennato, alle attuali logiche di politica internazionale: con l’acuirsi delle tensioni vengono pubblicizzate queste manovre, pur sempre considerando che la militarizzazione dell’arcipelago è cominciata da tempo. Già in occasione dell’importante esercitazione tenutasi nel 2018 avevamo avuto modo di dire che la Russia aveva aperto un nuovo aeroporto su Iturup nel 2014, dotato di una pista lunga 2300 metri sufficienti a permettere l’atterraggio ed il decollo di velivoli militari e civili di media grandezza ma non abbastanza da permettere il decollo di un An-124 a pieno carico o di un 747, che abbisognano di una lunghezza di 3000 metri.

La costruzione era cominciata nel 2007 per rimpiazzare l’aeroporto già esistente che era più soggetto alle avverse condizioni meteo per via della sua prossimità alle spiagge dell’isola bagnate dal Pacifico, almeno questa era la versione ufficiale di Mosca. Il nuovo aeroporto infatti è posto nella zona centro settentrionale dell’isola, nella regione Ozero Reydovoye distante circa 45 km da quello vecchio, sito all’estremità meridionale della baia di Tankappu-wan. Nel 2016, poi, erano stati dispiegati alcuni sistemi antinave come il Bal (SS-C-6 “Sennight” in codice Nato) nell’isola di Kunashiri e ancora il K-300P Bastion sempre a Iturup/Etorofu.

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