La Corea del Nord starebbe rafforzando le sue relazioni militari con l’Iran. Una possibile prova del rinsaldato asse deriverebbe dal recente blitz effettuato da Pyongyang in Corea del Sud quando, lo scorso 26 dicembre, cinque droni nordcoreani hanno sconfinato oltre il 38esimo parallelo per poi rientrare nel Nord senza essere neutralizzati da Seoul.

I sudcoreani non sono riusciti ad abbattere le minacce, e questo suggerisce che gli UAV impiegati da Kim Jong Un possano essere droni iraniani. Se così fosse, le basi militari statunitensi nell’area sarebbero esposte a nuovi, gravi, rischi.

Già, perché uno dei droni da ricognizione della Corea del Nord che il mese scorso hanno violato lo spazio aereo sudcoreano si è spinto sino all’interno dell’area di interdizione aerea attorno all’ufficio del presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol, denominata P-73. 

Ebbene, il fatto che un drone nordcoreano arrivato a meno di 3,7 chilometri dall’ufficio di presidenza sudcoreano – tale è il raggio dell’area di interdizione – costituisce una gravissima violazione di sicurezza e un ulteriore smacco per le forze armate sudcoreane. Ma costituisce anche un chiaro messaggio per Washington.



I droni di Kim

L’aeronautica sudcoreana ha risposto alla minaccia attivando jet ed elicotteri che, tuttavia, non sono riusciti a distruggere i droni nemici. Come ha sottolineato Asia Times c’è un aspetto da considerare.

Se le informazioni disponibili sono corrette, l’esercitazione di scramble dell’aeronautica sudcoreana è durata cinque ore. Ma i droni nordcoreani conosciuti non hanno la portata o la resistenza per rimanere in aria per più di un’ora, né potrebbero facilmente penetrare nelle maglie difensive di Seoul. Gli incidenti che hanno coinvolto gli UAV nordcoreani nel 2013 e nel 2017 confermano questa tesi. Dunque bisogna chiedersi che tipo di droni fossero quelli che hanno sorvolato la parte settentrionale dei Seoul.

Negli anni ’90, Pyongyang ha iniziato a lavorare su un arsenale di droni che includeva modelli di sorveglianza e attacco dalla Russia, dalla Cina e pure dagli Stati Uniti (con i droni Usa probabilmente arrivati in Corea del Nord dalla Siria). In ogni caso, oggi quei droni sarebbero obsoleti e non certo in grado di eludere le difese sudcoreane.

In seguito, pare che Pechino abbia fornito a Kim alcuni droni commerciali riutilizzati come strumenti per raccogliere informazioni nel Sud. Questi UAV non erano tuttavia particolarmente validi, visto che un paio di loro si sono schiantati nel Sud. Difficilmente i cinesi potrebbero aver consegnato altri droni, considerando che il gigante asiatico non ha alcuna intenzione di eludere in questo senso le sanzioni Usa.

La pista iraniana

Vale dunque la pena chiedersi da dove sta acquistando i suoi ultimi droni la Corea del Nord. Resta in piedi la pista iraniana, con Teheran particolarmente attiva in tema di UAV anche nella guerra in Ucraina. Del resto, il governo nordcoreano vanta una lunga relazione militare e strategica con l’Iran. 

Ricordiamo che Pyongyang ha fornito tecnologia missilistica agli iraniani ed è lecito supporre che continui ad essere coinvolta nei programmi di armi nucleari dell’Iran. Come se non bastasse, Teheran è teoricamente in grado di rifornire la Corea del Nord, avendo già “schierato” i suoi droni in Iraq, Siria, Gaza e Yemen, oltre ad averli consegnati alla Russia per il suddetto conflitto ucraino.

Non ci sono ancora prove certe, ma i droni iraniani offrirebbero a Kim gli stessi vantaggi che offrono a Mosca. Ma quali droni potrebbe aver ricevuto Pyongyang dagli iraniani? Droni kamikaze, incluso lo Shahed-136, e droni combinati di sorveglianza e attacco simili a Mohajer-6

Lo Shahed-136, in particolare, ha una portata compresa tra i 1.800 e i 2.500 chilometri, e una resistenza da 6 a 8 ore; ha inoltre una portata radio di circa 150 chilometri, è fatto di plastica e quindi difficile da rilevare sul radar. La Corea del Nord potrebbe (ma il condizionale è d’obbligo) aver impiegato proprio gli Shahed-136 per penetrare in Corea del Sud. Gli Stati Uniti sono avvertiti.

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