Difesa /

Task Force Takuba, il raggruppamento militare multinazionale che sta effettuando operazioni di counterinsurgency e counterterrorism nel Sahel a cui partecipa anche l’Italia, sta ottenendo qualche successo nel contrasto ai gruppi di miliziani jihadisti.

Secondo un comunicato stampa pubblicato l’8 febbraio, l’Unità Leggera di Ricognizione e Intervento 4 (Ulri 4) maliana, sostenuta dal Task Group 1 (TG1) franco-estone, ha effettuato un’operazione coronata da successo a ovest di In Délimane, nei pressi della valle dell’Eranga, nella regione nota come i tre confini. Lo scontro armato, che ha portato alla neutralizzazione, di tre terroristi e al sequestro di attrezzature ha preceduto la scoperta, il 2 febbraio, di tre depositi logistici in cui erano stoccati circa 2000 litri di carburante, armi e cibo.

Queste operazioni compiute dalle forze di sicurezza maliane e dal reparto franco-estone hanno provocato la fuga dei jihadisti, la cui colonna di mezzi è stata rilevata, lo scorso 3 febbraio, da un drone Reaper impegnato a supporto dell’operazione. Questa colonna è stata quindi presa di mira da attacchi aerei effettuati dai Mirage 2000 francesi impegnati nell’Operazione Barkhane, causando la morte di almeno venti terroristi. Quest’ultima azione avrebbe innescato la risposta dei jihadisti, che il 5 febbraio, ultimo giorno di questa operazione, hanno attaccato l’unità maliana mentre manovrava nei pressi del villaggio di Imenas. La reazione, supportata dagli operatori del TG1, ha portato alla neutralizzazione di altri due terroristi. Takuba ha quindi neutralizzato quasi trenta terroristi in pochi giorni e sequestrato numerose attrezzature e componenti per la fabbricazione di ordigni esplosivi improvvisati, ma mentre da parte francese si sottolinea “l’alto livello di cooperazione, autonomia e maturità dell’Ulri 4, nonché l’efficacia del partenariato di combattimento tra le Forze Armate Maliane e Task Force Takuba”, ombre si allungano sul futuro della missione.

Innanzitutto la Norvegia ha rinunciato alla sua partecipazione, e la Danimarca ha annunciato che presto ritirerà il suo contingente, aggiungendosi così agli svedesi, che già a metà gennaio avevano comunicato il loro ritiro da Takuba rinunciando, contestualmente, al comando della missione.

Secondariamente, a minacciare le sorti di Takuba, c’è la querelle tra la Francia e il Mali che ha assunto i contorni di una vera a propria rottura diplomatica. L’Eliseo ha riferito, la scorsa settimana, che deciderà con i partner dell’Ue sulla futura presenza militare in Mali entro metà febbraio, ammettendo che ci saranno cambiamenti dopo che la giunta al potere ha espulso il suo ambasciatore.



Ufficialmente la giunta militare maliana ha espulso il legato francese per via dei commenti “ostili” del ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian, che ha definito “illegittimo” il nuovo regime maliano, ma non è un segreto che Bamako abbia deciso di affidarsi al personale della Pmc (Private Military Corp) russa Wagner per effettuare il contrasto ai jihadisti e la formazione delle sue forze di sicurezza. Anche dopo i recenti ritiri, la Francia ha comunque circa 4mila soldati dispiegati nella regione del Sahel, metà dei quali in Mali, nell’operazione Barkhane, ma nei piani francesi c’è (o forse è meglio dire c’era) la volontà di fare affidamento sul dispositivo multinazionale europeo Takuba per alleviare la pressione sui suoi militari.

Parigi infatti intende dimezzare ulteriormente il numero delle sue truppe entro il 2023, confidando quindi nelle subentranti della Task Force Takuba, ma proprio la presenza russa ha portato alcuni partecipanti a ripensare al loro impegno. Inoltre, il trasferimento degli oneri a Takuba promette di essere problematico: il Niger ha fatto sapere che non ospiterà questa task force e un altro vicino, il Burkina Faso, ha appena subito un colpo di stato. Entro il 15 febbraio dovrebbe essere annunciata la decisione sul suo futuro, ma le prospettive, come abbiamo detto, non sono rosee.

Quella francese, e Takuba, non sono le uniche missioni in Mali: c’è quella dell’Onu, Minusma, a cui partecipano, ad esempio, circa 1500 soldati tedeschi, ma il ritiro francese, che sta accelerando per quanto abbiamo detto sin qui, sta facendo venire i sudori freddi ai “caschi blu”. La loro missione infatti non sarà facilitata se la Francia ritirerà totalmente il suo dispositivo, e se anche Takuba dovesse prematuramente terminare, la stessa Minusma si troverebbe in cattive acque: la forza delle Nazioni Unite rischierebbe di diventare il nuovo capro espiatorio per i maliani alla ricerca dei responsabili di tutte le loro disgrazie, e gli unici a trarne beneficio sarebbero i russi.

Ancora non è chiaro quale sia il reale compito degli specialisti della Wagner in Mali, ma Bamako, anche grazie all’acredine con Parigi, si è palesemente e apertamente schierata in loro sostegno.

Coi francesi in ritiro accelerato dal Mali e con il progressivo dimezzamento della loro forza, le operazioni di counterinsurgency in Sahel rischiano di trasformarsi in un terribile pantano. La regione è vastissima, e non è pensabile effettuare efficacemente il contrasto ai miliziani jihadisti con poche migliaia di uomini che, fondamentalmente, sono di supporto alle forze di sicurezza locali, notoriamente poco addestrate ma soprattutto ancora meno inquadrate e fedeli ai rispettivi governi.

La formazione che ricevono da parte dei militari francesi o di Takuba non basta per poter ottenere la soppressione dell’attività jihadista in un territorio difficile da controllare come quello del Sahel, dove non esistono confini ed è praticamente impossibile sorvegliare ogni villaggio: una lezione che dovrebbe essere stata pienamente appresa dal fallimento in Afghanistan, ma che sembra essere stata riproposta nell’Africa Subsahariana.

L’unica strategia vincente, oltre a “conquistare i cuori e le menti” della popolazione (la chiave di volta della vittoria), sarebbe quella di aumentare il numero di truppe per avere “capillarità” sul territorio, ma è proprio quello che Francia e alleati europei non vogliono fare. In questo senso i russi sono in vantaggio, perché la loro presenza è legata più al contrasto degli interessi occidentali (e a cercare appalti per risorse minerarie e forniture di armi) e non si prefiggono di stabilizzare una regione intera che è origine – e transito – del traffico di esseri umani, armi e droga da e verso l’Europa. Molto probabilmente, quindi, se proprio non si decide per il ritiro generale dal Sahel, Takuba andrà non solo rimodulata, ma ripensata sin dalle fondamenta.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.