Si chiama Nibal Madhat Badr ed è la prima donna ad assumere il prestigioso incarico di generale di brigata dell’esercito arabo siriano fedele al presidente Bashar al-Assad. Come racconta Al-Masdar News, la nomina è stata ufficializzata sabato scorso dopo che il fratello di Bashar, Maher al-Assad, è diventato Generale Maggiore dell’esercito, poco prima di un’offensiva contro i terroristi nella città di Daraa. Anche se molte donne hanno servito l’esercito siriano per decenni, il conflitto che insanguina il Paese dal 2011 ha spinto i vertici militari di Damasco ad accoglierne sempre di più tra i propri ranghi per rimpolpare la carenza di personale. Le leonesse siriane, dal canto loro, hanno dimostrato di essere decisive nelle sorti della guerra contro il terrorismo.

È la prima donna generale della Siria moderna

Originaria della città portuale di Tartus, Nibal Madhat Badr è la prima donna a ricoprire il ruolo di generale di brigata nella Siria moderna, a dimostrazione della condizione del genere femminile garantita dal governo di Damasco e della visione secolarista degli Assad rispetto a quella – decisamente più conservatrice – di islamisti e salafiti che combattono nelle fila delle varie sigle ribelli – passando da Al Qaida allo Stato Islamico – dove il trattamento riservato alle donne è ben diverso. Ne è un esempio drammatico il fenomeno della «Jihad del sesso», che ha visto centinaia di donne da tutto il mondo arrivare in Siria allo solo scopo di soddisfare i desideri e le pulsioni sessuali dei miliziani islamisti.

Una guerra anche mediatica

Il conflitto siriano si combatte a tutto campo, anche nella strategia mediatica. Per anni si è raccontato, attraverso film, fumetti – e persino una linea d’abbigliamento – le gesta delle temerarie donne curde del Rojava impegnate nella lotta contro il Califfato: poco o nulla, invece, si è scritto delle migliaia di leonesse siriane impegnate nel combattere sul campo i terroristi. Una narrazione parziale che non tiene conto dei numeri e delle reali forze in campo.

Come ha raccontato efficacemente Sebastiano Caputo, «in Occidente, sembra che a combattere i terroristi di Al Qaeda e dell’Isis ci siano solo e soltanto i peshmerga benedetti da Bernard Henri Lèvy, le Forze Democratiche Siriane appoggiate dall’aviazione statunitense e le soldatesse del “Rojava” disegnate da Zerocalcare. Peggio, gli altri, quelli che hanno inflitto i colpi più duri al terrorismo di matrice jihadista, difendendo la nostra civiltà romana e cristiana in Oriente e non una causa etnico-nazionalista, vengono demonizzati (vedi battaglia di Aleppo) o fatti scivolare nel dimenticato della storia (vedi assedio di Deir Ezzor)».

Le oltre 10mila leonesse di Assad

I numeri parlano chiaro.Secondo Al Manar sono  «più di 10.000 donne le donne che si sono offerte volontarie per unirsi all’esercito siriano dal 2013» e almeno 8.500 quelle impegnate nella liberazione di Aleppo. «Queste volontarie, dopo aver completato il loro addestramento militare, si sono unite a quattro gruppi principali. Altre sono state schierate in prima linea contro i gruppi terroristici». La ventenne Samar al Abdullah, ad esempio, ha affermato di essere entrata a far parte dell’esercito di Assad perché avrebbe visto «il coraggio dimostrato da altre donne in diverse battaglie e ha voluto difendere il suo paese contro le bande terroristiche sostenute dall’estero».

Il battaglione Khansawat Souria

Lo scorso febbraio, l’esercito siriano annunciava la nascita del battaglione Khansawat Souria composto da 150 donne provenienti dalla città di Qamishli. Guidato dalla militante del partito Ba’ath siriano Jazya Tu’mah, è nato per fronteggiare lo Stato Islamico e liberare la provincia dalla presenza degli islamisti. Al-Masdar News ha pubblicato un video che testimonia le agguerrite soldatesse impegnate nell’addestramento. Se la guerra contro il Califfato e gli islamisti si avvia verso la conclusione, è anche merito loro. 

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