Dopo oltre 90 giorni di trattative la Svezia potrebbe finalmente avere il suo governo. Nelle ultime ore, infatti, come riporta Il Post, la leader del partito di Centro svedese, Annie Loof, ha aperto alla possibilità di sostenere la candidatura a primo ministro di Stefan Lofven, leader dei socialdemocratici e primo ministro uscente. Se le trattative andranno a buon fine, lo si scoprirà il prossimo 5 dicembre con il voto di fiducia al nuovo possibile esecutivo.

Il voto arriva dopo il fallimentare tentativo di Ulf Kristersson, leader del Partito Moderato, di formare un governo conservatore e di centrodestra con l’appoggio esterno dei Democratici Svedesi di Jimmie Åkesson, partito nazionalista ed euroscettico che alle ultime elezioni ha raccolto il 17,5% dei consensi. I centristi e liberali svedesi, infatti, si sono opposti alle aperture di Kristersson ai populisti di Åkesson. La stessa leader dei centristi, Annie Loof, aveva tentato di formare un governo di ispirazione moderata, anch’esso naufragato in poco tempo. E così la Svezia potrebbe tornare a essere governata da Stefan Löfven, che stavolta avrà bisogno dei Moderati dopo la disastrosa esperienza del precedente governo “rosso-verde”, quello che lo stesso Löfven aveva definito il “primo governo femminista del mondo”. Femminista forse sì, ma certamente incubo per le donne svedesi.

I flop dei “rosso-verdi” svedesi che ora rischiano di tornare al governo

Come dimostrano i dati emblematici riportati dall’indagine sociologica svedese sul crimine (Ntu) e citati da Libero, il governo “femminista” formato da socialdemocratici e verdi, che ha governato la Svezia dal 2014 allo scorso settembre, non è stato minimamente in grado di tutelare le donne e la loro sicurezza. Dal 2014 in poi, infatti, tutti i crimini nel Paese sono cresciuti, e quelli relativi alla violenza a scopo sessuale più degli altri. Nel 2017, sono stati denunciati 22mila reati sessuali (+8% rispetto al 2016), mentre il numero degli stupri denunciati alla polizia è aumentato del 10% tra il 2016 e il 2017. Le persone più colpite sono donne di età compresa tra i 16 e i 24 anni.

Eppure, nel Paese in cui il “femminismo” è diventato un vero e proprio mantra, i Ministri donna erano 12 su 23. E le ambasciatrici del Paese il 45%. Quando l’esecutivo si insediò – era il 2014 – le sedi diplomatiche straniere a Stoccolma ricevettero un fax che recitava così: “La nostra politica è femminista. E la vostra?”.

Il cortocircuito delle femministe svedesi

Quando si tratta di migranti, le femministe chiudono non un occhio ma due. Nel dicembre 2017, a Malmo, centinaia di donne sono scese in strada per protestare contro gli innumerevoli casi di stupri di gruppi registrati in città. Le proteste sono scoppiate, come racconta il Daily Mail, dopo che la polizia aveva invitato le donne a non uscire di casa sole all’indomani dell’ennesimo stupro di gruppo ai danni di una diciassettenne descritto come particolarmente brutale.

In quell’occasione, le donne coinvolte chiesero alla polizia di fare di più per proteggerle dai criminali violenti e invitato il governo a promuovere una legislazione più severa in materia di stupro. Sara Wettergren, una delle promotrici della manifestazione, ha dichiarato: “Non avrei mai pensato che avrei avuto paura a camminare nella mia città natale”. Stupri che, secondo le autorità, sono commessi per la stragrande maggioranza dei casi da migranti o stranieri.

Quelle banlieue svedesi dove le donne hanno paura

C’è poi il famigerato sobborgo di Husby, a Stoccolma, diventato uno dei luoghi più pericolosi di Svezia, soprattutto per le donne. “Qui le donne non osano nemmeno indossare le gonne. Sentono di avere occhi su di loro e si sentono a disagio in metropolitana. È un posto dominato dagli uomini”, ha raccontato alla tv svedese l’attivista Nurcan Gültekin. Lo stesso accade a Rinkeby, sobborgo di Stoccolma soprannominato la “Piccola Mogadiscio” per la forte presenza di immigrati, soprattutto di origine somala, dove non mancano “reclutatori” vicini a organizzazioni jihadiste come Al-Shabaab.

Un vero e proprio cortocircuito ideologico per i progressisti ben descritto dalla professoressa della Princeton University Rafaela M. Dancygier sull’autorevole Foreign Affairs: “Il problema centrale per la sinistra europea è questo: i gruppi di elettori immigrati più grandi e in rapida crescita provengono da paesi a maggioranza musulmana e spesso portano con sé le tradizioni socialmente conservatrici delle loro terre d’origine. Questo avviene proprio quando i partiti di sinistra si sono proclamati campioni di laicismo, cosmopolitismo e femminismo appellandosi alla loro base della classe media sempre più liberal”

Il risultato, osserva,  “è uno scontro di valori, che si svolge più spesso nelle città, dove le comunità musulmane hanno replicato i legami del villaggio, le strutture patriarcali e le pratiche religiose dei loro paesi d’origine accanto a enclave laiche e progressiste della classe media. A Bruxelles, per fare solo un esempio, oltre l’80% dei musulmani pensa che le donne dovrebbero lavorare meno “per il bene della propria famiglia”, mentre solo il 37% dei non musulmani è d’accordo”.

Se si vogliono tutelare veramente le donne, dunque, occorre rinunciare a certo “buonismo” e laissez-faire progressista in termini di sicurezza e immigrazione. Difficile che una riedizione del governo precedente – più i moderati – possa garantire questo alla Svezia.

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