Grasso è bello? Negli Stati Uniti esplode il fenomeno del Fat feminism. Secondo quanto riportatoda Italia Oggi, l’autrice Laura Brown, nel suo Fat Oppression and Psycotherapy ha dichiarato che l’ obesità offrirebbe dei vantaggi per la salute, almeno nel senso che restando grasse si evitano i pericoli quali bulimia, anoressia, depressione e ansia insiti nel tentativo di aderire a standard di bellezza dettati dalla società consumistica che, secondo le attiviste, opprime il diritto delle donne a essere grasse.

Negli Usa, infatti, secondo il National Institute of Health, la proporzione della popolazione femminile americana che rientra nella definizione di obesità superava il 41,5%, mentre un altro 27,5% è in sovrappeso. Secondo le femministe radicali, naturalmente, è tutta colpa dell’uomo (rigorosamente bianco) e oppressore: le donne mangiano di più e ingrassano appositamente per sfuggire alle avances degli uomini.

Le origini del fenomeno Fat feminism

Il fenomeno del fat feminism, in realtà, non è affatto nuovo e affonda le sue radici negli anni ’70. Nel 1973, le attiviste Sara Fishman e Judy Freespirit pubblicarono il Fat Liberation Manifesto: “Noi chiediamo pari diritti per le persone grasse in tutti gli aspetti della vita, come promesso nella Costituzione degli Stati Uniti – scrissero -. Chiediamo uguale accesso a beni e servizi di pubblico dominio e poniamo fine alla discriminazione nei nostri confronti nei settori dell’occupazione, dell’istruzione, delle strutture pubbliche e dei servizi sanitari”.

I nemici giurati? Medici, dietisti, “libri sulla dieta, alimenti dietetici e integratori alimentari, procedure chirurgiche”. Ma anche la società consumistica e le mode, definite “sessiste”. Nel 2017, grazie a Megan Crabbe e a Melissa Gibson, su Instagram e sui social network esplode il fenomeno virale del #Don’tHateTheShake, dove donne – ma anche uomini – in netto sovrappeso si cimentano nel ballare per qualche secondo mettendo in mostra pancia e cellulite. In merito, Crabbe, ha rivendicato “il coraggio di pubblicare un video in cui la mia pancia gelatinosa si muove al ritmo della musica. È potere vero”.

La giornata internazionale contro la dieta

Nel 2011, Patricia Boling, professoressa “femminista” presso l’Università dell’Illinois, ha pubblicato il saggio On Learning to Teach Fat Feminism. Un vero e proprio manifesto ideologico sull’insegnamento del Fat feminism: “Le letture sui corpi magri e grassi riflettono i dualismi mente-corpo che risalgono all’antica Grecia e ad Agostino e ad altri pensatori paleocristiani” scrive. In questo pensiero, secondo Boling, ci sarebbe una vera discriminazione nei confronti delle donne:

“Le dicotomie tradizionali non solo leggono i corpi, la carne, la carnalità e la natura come femminili e opposti alla mente, all’intelletto, all’autocontrollo, alla disciplina e alla cultura, che sono considerati come maschili” ma “i corpi femminili sono considerati diversi rispetto ai maschi. Una ragazza o una donna grassa ha maggiori probabilità di essere disprezzata rispetto a un ragazzo grasso o uomo, e di essere incolpata per le sue dimensioni e la sua forma”.

Per sfuggire a tutto questo, le femministe si sono inventate la giornata internazionale contro la dieta che si celebra il 6 maggio. Il primo International No Diet Day è stato celebrato nel Regno Unito nel 1992. Gruppi di femministe in altri Paesi di tutto il mondo hanno iniziato a celebrare questa giornata specialmente negli Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda, India, Israele, Danimarca, Svezia e Brasile. Cosa non si fa pur di non perdere qualche chilo.

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