A volte, seguendo i dibattiti in seno ai ministri del petrolio dei paesi Opec, sembra di assistere ai recenti alterchi sulle cifre del bilancio con l’Ue. C’è chi chiede, specie tra le nazioni che necessitano di somme e liquidità urgenti, una maggiore “flessibilità” nella quantità di greggio da poter produrre ogni giorno. Una delle funzioni dell’Opec infatti, è quella di orientare i prezzi sul mercato, stabilendo dunque quote e quantità esportabili tra i paesi che fanno parte di questo cartello. E, rimanendo all’interno dell’analogia sopra illustrata, l’Arabia Saudita sta all’Opec come la Germania sta all’Ue. Riad, grazie alle sue riserve di petrolio ed al fatto che è il paese principale estrattore ed esportatore di greggio tra quelli dell’organizzazione, riesce ad avere maggior peso politico e ad essere ago della bilancia circa le quote di produzione. Ma adesso, specie dopo l’addio del Qatar, la situazione vacilla.

L’Iraq potrebbe abbandonare già nei prossimi mesi

Tra i membri fondatori dell’Opec vi è l’Iraq, anzi si può dire che il cartello è nato all’interno di questo paese visto che la conferenza dove si è decisa l’opzione di formare il gruppo si è tenuta nel 1960 proprio a Baghdad. Da allora, tra Iraq e paesi Opec i rapporti non sono stati sempre propriamente idilliaci. Nel 1990 il vicino Kuwait, oltre a rubare petrolio iracheno tramite giacimenti lungo il confine, aumenta drasticamente la propria produzione di greggio facendo crollare i prezzi ed arrecando gravi danni al bilancio dell’Iraq. In quel momento il paese retto da Saddam Hussein ha estremo bisogno di vendere petrolio per sanare le ampie ferite derivanti dalla guerra con l’Iran. Ma lo “scherzetto” kuwaitiano costa caro e da Baghdad si decide di intraprendere un’opzione militare, invadendo il paese e cacciando l’emiro. Le conseguenze di questo gesto sono note: da qui parte una crisi internazionale che sfocia nella prima guerra del golfo nel 1991.

Oggi l’Iraq esce da un’altra guerra. Quella combattuta contro l’Isis, costata tantissimo in termini di vite umane ma anche di denaro. Interi settori del paese sono da ricostruire, a partire da una Mosul rasa al suolo dove ancora si stenta a riprendere una minima forma di normalità. L’Iraq, secondo le autorità del governo di Baghdad, necessita adesso di cento miliardi di Dollari per ricostruire. Urge esportare petrolio, il paese ha serie difficoltà in termini di liquidità e l’impossibilità di fornire anche basilari servizi sta causando caos di ordine sociale. Ma l’Opec e, soprattutto, l’Arabia Saudita non possono permettersi di andare incontro ad aumenti di produzione tali da far scendere i prezzi del greggio. Ecco perchè le direttive sono quelle di limitare l’estrazione, rendendola quanto più possibile conforme alle medie dei paesi in questione. Per l’Iraq la cifra limite sarebbe quella compresa tra i 2.5 e 3.2 milioni di barili al giorno. Ma Baghdad decide di sforare il patto di stabilità in salsa Opec. Ad ottobre vengono esportati una media di 3.6 milioni di barili al giorno, l’estrazione raggiunge 4.7 milioni.

Sono livelli record, che assicurano all’Iraq maggiori introiti vitali per la propria economia anche se la questione relativa alla corruzione delle autorità locali ed alla crisi politica in corso rischiano di vanificare il tutto. Mai come adesso il paese mediorientale riesce ad estrarre ed esportare oro nero. Eppure secondo il ministro del petrolio iracheno, Thamir Ghadhban, si dovrebbe osare ancora di più. Anzi, si potrebbe: le autorità irachene ritengono che con le infrastrutture attuali si potrebbero raggiungere anche i cinque milioni di barili estratti al giorno. Baghdad, si sbilanciano alcuni analisti, sarebbe pronta a seguire dunque la scia di Doha e ritenere più redditizia l’uscita dall’Opec. Tra questi, a sbilanciarsi è Michael Cohen, responsabile ricerca mercati energetici della Barclays: “Nei prossimi mesi l’Iraq potrebbe lasciare l’Opec se reputa troppo stringenti i dettami dell’organizzazione”, afferma alla tv americana Cnbc. 

Il destino dell’Opec

Ma l’Iraq è soltanto il caso più eclatante, sia per il peso che esercita all’interno del cartello e sia per la quantità del suo sforamento. Ma anche Libia, Nigeria e Venezuela provano da anni a convincere l’Opec ad essere meno stringente e meno severa nell’imposizione della quantità limite da estrarre. In generale, l’Opec non riesce come prima nei suoi obiettivi, nemmeno in quello principale che riguarda il controllo dei prezzi. Non solo per le rivendicazioni di alcuni stati membri, bensì anche per altre non meno secondarie ragioni: il calo della domanda previsto nel 2019 e le nuove tecnologie del fracking in primis. L’uscita del Qatar rappresenta un campanello d’allarme meramente politico, quella dell’Iraq sarebbe un vero e proprio colpo di grazia per il cartello.

Del resto gli stessi sauditi da anni studiano e simulano la condizione del mercato del petrolio senza la presenza dell’Opec, segno che anche da Riad ci si prepara al peggio. L’Arabia Saudita, in particolare, con il suo carico di 8.1 milioni di barili estratti ogni giorno prova a verificare in che modo da sola e senza l’Opec possa in qualche modo influenzare ugualmente il mercato. Uno scenario che vede nella Russia il partner privilegiato, avendo assieme a Mosca il 26% della produzione totale annua del greggio. Ma i Saud sono anche i primi partner degli Usa nella regione e da Washington non arrivano certo bei segnali. La Casa Bianca ha salvato Mohammad Bin Salman dal caso Kashoggi, ma Trump non per questo al momento appare in sintonia totale con i Saud. Anzi, da Washington si chiede uno sforzo per intensificare la produzione e poter far scendere i prezzi. Non certo l’ambizione attuale dei sauditi, così come degli stessi russi. Riad è tra due fuochi, oltre che in balia di bilanci sempre più in rosso dopo le sciagurate avventure belliche nello Yemen. Ed un Opec depotenziato non è certo un buon viatico per i Saud.

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