Il Recovery Fund è stato approvato nei mesi scorsi a livello europeo ma ancora attende di divenire realtà. O meglio, attende la definitiva risoluzione delle discussioni sul valore completo del bilancio pluriennale dell’Ue su cui già a febbraio si erano arenate le trattative in sede comunitarie e sul quale ora Parlamento europeo e Commissione Von der Leyen si confrontano in maniera continua e accesa.

Il novero principale della questione è sul valore complessivo del bilancio 2021-2027, che per Strasburgo risulta eccessivamente basso rispetto alle iniziali aspettative di circa 1.300 miliardi di euro. A luglio, includendo i 750 miliardi di Recovery Fund, il Consiglio europeo ha trovato la quadra su un bilancio pluriennale da 1074 miliardi di euro. Il punto di caduta principale della questione è legato al fatto che per dare via libera a prestiti e sussidi del Recovery Fund i leader del Consiglio europeo hanno promosso tagli lineari ad altri programmi che il Parlamento ritiene strategici:  dal piano negoziale è stato rimosso il Solvency Support Instrument da 26 miliardi di euro, pensato per salvare le imprese strategiche in difficoltà a causa della pandemia di Covid-19, mentre vengono enormemente ridimensionati i principali programmi di investimento di stampo comunitario: dai fondi Nge destinati a potenziare HorizonEurope, il programma per la ricerca, che passano da 13,5 a 5 miliardi, a InvestEu, erede del piano Juncker, passato da 30,3 miliardi a 2,1 miliardi. Tutto questo mentre piani ormai anacronistici come i rebate, i rimborsi che i Paesi pro-austerità reclamavano, saranno confermati e rafforzati.

Ora il Parlamento europeo chiede di alzare almeno del 10% i fondi in dotazione al bilancio 2021-2027 e di sistemare i tagli imposti a programmi di lungo periodo che si trovano così paralizzati. Si apre dunque una partita negoziale in cui sono richiamati in campo gli esecutivi nazionali.

Sette governi intendono partecipare attivamente alla partita negoziale. Da un lato abbiamo i Paesi frugali: da un lato Olanda, Svezia, Austria e Danimarca, i “frugali” per eccellenza, a cui sulla questione si aggiunge la Finlandia chiedono di tirare dritto per evitare extra-contribuzioni che mettano a repentaglio i risparmi conseguiti. Dall’altro Polonia e Ungheria contestano la campagna portata avanti dal Parlamento europeo per vincolare l’erogazione dei fondi al rispetto di norme sullo stato di diritto sulla cui interpretazione Varsavia e Budapest confliggono con Bruxelles.

Il risultato è chiaro: il bilancio Ue ancora non esiste ufficialmente e assieme ad esso il Recovery Fund su cui interi governi, come quello italiano, hanno scommesso il loro futuro. “Per partire a gennaio con il “Next Generation Eu” dobbiamo chiudere l’accordo sul bilancio entro metà ottobre. Altrimenti lo slittamento sarà inevitabile”, ha detto una fonte diplomatica a La Stampa, sottolineando la necessità di un confronto a tutto campo. In caso di slittamento, sarà impossibile mobilitare i fondi di Next Generation Eu nella prima parte del 2021. Il Recovery Fund rischia dunque di allontanarsi e assieme ad esso di fallire la scommessa dell’esecutivo di Roma, che ha tentennato su deficit e investimenti sperando nella supplenza di progetti europei. Al contempo, non si capisce la logica del Consiglio di sacrificare sull’altare del cofinanziamento di progetti strategici approvato a livello Ue dei piani strutturati e presenti da anni di rilancio dell’economia comunitaria. Sette governi rappresentano oltre un quarto dell’Ue e il compromesso sarà duro: la presidenza tedesca dell’Unione è pronta a presentare una risoluzione di compromesso per chiudere a metà ottobre, ma il vuoto aperto con lo strappo di luglio del Consiglio è difficile da colmare. E risulta poco credibile che il Parlamento possa approvare una riforma in cui almeno una parte delle sue richieste non sia presa in considerazione.

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